La nave Falcone e quello strano (ed esemplare) equipaggio ministeriale

Per fortuna. Sì, per fortuna c’è la rete. E poterlo dire subito dopo l’immondo assalto a Silvia Romano tira su il morale. Mi piace, e tanto, questa possibilità di non retrocedere davanti al Covid e di celebrare lo stesso una delle più grandi giornate della memoria del nostro Paese. 23 di maggio 1992, Capaci, la strage che provò a eliminare dalla vita pubblica Giovanni Falcone, e che, nonostante la mostruosa quantità di tritolo, non ci riuscì. È vero, non si potrà ripetere l’esperienza della Nave della legalità, quella che dal 2007 approda ogni maggio il 23 mattina a Palermo arrivando da Civitavecchia con il suo carico di giovanissimi studenti e insegnanti in festa. Sul molo Maria Falcone e centinaia di bambini siciliani con le bandierine a dare il benvenuto; mentre dietro il portello della nave spingono ammassati uno dietro l’altro mille ragazzi a cui quella giornata, come tanti di loro hanno detto, cambierà la vita. Spettacolo indimenticabile per chi l’ha vissuto; e che invece in tanti hanno bollato come futile passerella di autorità.
Ecco, tutto questo non ci sarà. Un vuoto autentico. Perché a dispetto delle critiche quella nave è ormai uno dei simboli più belli e romantici del movimento.
Ma il paese per fortuna non è in disarmo. E in queste settimane la creatività si è data da fare. Promuovendo dalla Sicilia a Milano dirette auto-organizzate. Si è dato da fare soprattutto il gruppo di giovani che da anni fa da centrale organizzativa e morale di questo appuntamento al Ministero dell’Istruzione, ruotando intorno a una giovane capo dipartimento ormai molto conosciuta, Giovanna Boda. Proprio così. Uno dei simboli nell’immaginario collettivo della burocrazia dei faldoni, i concorsi, le graduatorie dei supplenti, i famigerati programmi ministeriali, è in realtà dal 2006 un motore vitale dell’antimafia.

Sono cambiati i governi ma questa novità li ha attraversati magicamente tutti, tale è la forza morale che ancora gli eroi di questa guerra antica riescono a comunicare alle generazioni. Stavolta, mentre la nave fa da ospedale nel porto di Genova, il viaggio lo farà la Rai. Che sabato mattina ospiterà i tipici incontri con le autorità. Ma farà pure vedere agli italiani alcuni insegnanti e studenti che si sono impegnati sul tema della legalità. Per dare al pubblico il volto della lotta silenziosa di ogni giorno. E poi nel pomeriggio andrà all’albero Falcone. Stavolta, purtroppo, senza assembramenti. Ma con l’invito a mettere a quell’ora sul proprio balcone un lenzuolo bianco, il simbolo disperato e poetico della rivolta delle donne di Palermo dopo le stragi. Che ogni 23 maggio torna a riempire le vie cittadine, reclamato dagli studenti in marcia verso l’albero. “Lenzuolo, lenzuolo” ritmano i palermitani, con i giovani ospiti che si guardano interrogativi, per convertire l’interrogativo in brivido quando una signora si affaccia e srotola davvero un lenzuolo tra gli applausi che salgono dalla strada.

Mettiamolo tutti, quel lenzuolo. Anche se al gruppo dei giovani e delle giovani del Ministero resta il rimpianto che “quest’anno non si parte”. “E’ un appuntamento che aspettiamo sempre per mesi, è bellissimo ritrovare certe persone che ci danno fiducia, sentire il fiato pulito della nostra scuola, mescolarsi con quelle belle facce, alzarsi alle sei con Pavarotti sparato nelle cabine e poi cantare sul ponte i Cento passi”.
Ma arriva ora la notizia più importante. Ho detto ad alcuni di questi giovani che avrei voluto parlare qui di loro. Mi hanno risposto di no, che non vogliono essere citati. “Siamo una trentina, una parte a Roma, una parte anche a Palermo, con la fondazione Falcone. Alcuni sono inquadrati al Ministero, altri arrivano solo per queste settimane dalle università. C’è chi ha vinto il concorso, chi sta facendo la tesi di laurea. Non sarebbe giusto parlare solo di quelli che lei conosce, siamo in tanti. Preferiamo di no, non nomini nessuno. Parli semmai dell’equipaggio della nave ministeriale. Noi siamo quello. E ci basta”. Accidenti, eppure avrei voluto dipingere certi occhi grandi come bicchieri, certi sorrisi che si usavano un tempo, certe euforie da innamorati. Ma l’immagine più bella che posso trasmettervi forse è proprio questa. C’è chi sui social è costretto a usare i nickname per non vergognarsi di quello che scrive. C’è, invece, chi non dà il suo nome quando potrebbe vantarsene. Chi venderebbe sua madre per avere il nome sul giornale. E chi per rispetto a Falcone e per solidarietà di squadra lo rifiuta. Ma che bello, questo equipaggio, si può dire?

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 18.5.20)

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1 commento

  1. silvia persiani

    Trovo l’articolo molto interessante. È vero la nave della legalità è una esperienza che ti cambia profondamente, ma ci giungi perché sei già predisposto a quel cambiamento. Il gruppo dei ragazzi e ragazze che accompagnarono il nostro viaggio furono indimenticabili, come gli importanti interventi delle figure presenti tra cui Nando Dalla Chiesa. Bello l’atteggiamento di umiltà degli studenti del professore. È stata anche a distanza una giornata molto significativa. Grazie