Piazza della Scala: la memoria che resiste tra Covid e Mafia

I nomi risuonano uno in fila all’altro davanti a Palazzo Marino, di rimpetto alla Scala. Bandiera tricolore, bandiera europea e bandiera biancorossa sul balcone del Comune, sopra lo striscione che chiede “verità per Giulio Regeni”. Bandiere simmetriche sulla facciata del grande teatro lirico. Sul mio lato destro gli stendardi della mostra del Tiepolo. I nomi si inseguono. Sono quelli delle vittime innocenti di mafia, che vengono pubblicamente recitati da ventisei anni il primo giorno di primavera. Stavolta si recitano il 20, essendo il 21 di domenica. E c’è il lockdown, divieto di marce, di “fiumi di giovani”, di piazze gremite. Nessuna manifestazione nazionale. Testimonianze simboliche nelle piazze di tutte le città. Anche a Milano, che ha le sue vittime di mafia benché si creda spesso l’opposto. Nessuno legge i nomi da un podio. È l’altoparlante che rimanda voci registrate: alcune ben scandite, altre sussurrate, qualcuna addirittura biascicata. Una trentina di familiari distribuiti nella piazza, una dozzina di telecamere che aumentano via via che si attende l’arrivo del sindaco. Una ventina di curiosi che non capiscono ma forse afferrano, fermando il passeggio o le bici.

È un clima strano, rarefatto. Ripassa davanti agli occhi, grazie ai nomi, un pezzo della storia d’Italia. E per la prima volta cerco di dare un tempo preciso a quelli che sento, di riordinare almeno quelli che conosco. Realizzo così, è una folgorazione, la stupefacente concentrazione di nomi di vittime negli anni ottanta e nei primi anni novanta. Osservo inquieto i simboli di Milano. E penso che in quegli anni di mattanza questa era diventata la Milano da bere, la città felice che correva incontro al futuro, mentre i delitti e la violenza si scatenavano in Campania, in Calabria, in Sicilia, luoghi lontani che nessuno riteneva avessero a che fare con il destino della città. E da cui invece era già partita da tempo la conquista progressiva di territori e di hinterland, o la fila dei malloppi della finanza sporca. Che amarezza esala da quei nomi che si condensano nella piazza semivuota, la fila di taxi alla mia destra che non si muove. Alla mia sinistra due bimbetti tengono sui due lati una piccola bandiera lilla di Libera. Dietro la mascherina della loro mamma riconosco Ilaria, la ragazza che quasi dieci anni fa -è un’immagine di repertorio- spuntò per prima in piazza Beccaria portando sulle spalle ricciolute la bara con i poveri resti di Lea Garofalo ai funerali pubblici della giovane madre calabrese ribelle.

Storie che si sovrappongono, più che incastonarsi. Come quelle in arrivo dalla Sicilia e dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Lombardia: Antonio Fava, Marisa Fiorani, Francesca Bommarito, Francesca Ambrosoli, Maria Luisa Rovetta, Maria Concetta Riggio, Arianna Mazzotti, Paolo Setti Carraro, Marino Cannata, Rosy Tallarita, Lorenzo Sanua, Jamila Chabki, i nomi dei parenti che si allineano alla distanza prescritta.
Fisso la facciata della Scala. Ripenso alla mia infanzia. A quando mio padre e mia madre andavano alla prima del 7 dicembre, i loro nomi sulla cronaca della “Notte” quotidiano della sera (“il maggiore Carlo Alberto dalla Chiesa e la signora Dora”), il biglietto omaggio e la citazione a compensare col prestigio le fatiche di una coppia sempre in lotta con la fine del mese. Mai avrei mai immaginato di commemorare davanti a quel luogo di festa e di successi né mio padre né altri uccisi dalla mafia con i loro parenti al mio fianco. Lucilla che porta in mano le sue poetiche stelle di carta, Caterina allieva di università che giunge nel mezzo della cerimonia con i suoi ragazzi della giustizia riparativa, sono un altro mondo che entra con delicatezza nel mio. Ce la faremo, dice il sindaco Sala. E lo penso anch’io. Intanto però quanto vantaggio gli abbiamo dato, santo cielo. Per non curarci del sud, e nemmeno del nord.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 22.3.21)

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