Qualcuno voleva colpire Giovanna Boda? Ipotesi e rovelli personali

Quella di Giovanna Boda è la più italiana delle storie. Scrivo senza sapere se riuscirà a salvarsi, come spero di cuore. Giovanna Boda (in foto alla testa di una manifestazione antimafia) è una mia amica, lo dico per sgombrare il campo da ogni dubbio. Una donna a cui il mondo della scuola deve tantissimo e a cui deve tantissimo il movimento antimafia. Una dirigente con un entusiasmo fanciullesco, di cui ho parlato anni fa su queste pagine. E con un senso delle istituzioni da fare invidia a uno statista. Per questo ogni ministro, di qualsiasi colore, l’ha apprezzata. Perché sapeva che di lei si poteva fidare, e ne poteva anche ricevere vantaggi di immagine.

E per questo quando ho letto l’ormai celebre articolo della “Verità” da cui tutto è partito ho sentito come un pugno nello stomaco. Mi ci sono addentrato in quel pezzo, da far studiare per anni nelle scuole di giornalismo. E vi ho trovato una combinazione di particolari che mi hanno inquietato. A partire dalla fine, in cui la dirigente del ministero viene accostata a Luca Palamara, solo perché, per conto del suo ministro dell’epoca Elena Boschi, gli dà un appuntamento, in un quadro del tutto estraneo all’indagine per tempi e per materia. Insomma, accostamento gratuito e voluto, spulciato chissà da chi e in che modo dalle voluminose intercettazioni del magistrato. Con lo sberleffo che suggella la minuscola citazione. Il riferimento, che vorrebbe essere ironico, all’ espressione usata da Giovanna dopo una manifestazione: “Siamo la rete del bene”. Esatto, lo diceva sempre, non a Palamara, ma a chi si spendeva nell’antimafia. Nelle mail o nelle telefonate a centinaia di persone che possono testimoniarlo, me compreso, compresi insegnanti e presidi dello Zen di Palermo o di Caivano. Fino alla colpa: due affidamenti sotto i 40mila euro, prassi seguita da ogni ente pubblico e ministero per i lavori minori, perché non-reato. Insomma. Un articolo scoop senza notizia di reato. In cui si allude a una “soffitta nelle disponibilità della donna” per dire del solaio di casa sua. Un riferimento insipido a Palamara. Un corruttore da film che, a quanto è scritto, spende 700mila euro per averne meno di 80mila. La rete del bene. E lei che si butta giù dal balcone.

E allora altro che pugno nello stomaco. Vado a rivedere l’articolo, rilanciato in mattinata da tutti i siti calabresi e solo da loro. Già, perché Giovanna era stata messa da poco, in qualità di commissaria, alla testa dell’ufficio scolastico della Calabria, la regione che non si può toccare, dove neanche le riprese televisive dei grandi processi si possono fare. E di colpo è diventata una corrotta. Così mi viene in mente che ho tre cari amici che ho visto descritti sui giornali (o dai magistrati) come criminali: Francesco Forgione, ex presidente dell’antimafia che ha messo il dito nelle parentele tra magistrati e milieu mafiosi in Calabria; Claudio La Camera, tra i fondatori del museo della ‘ndrangheta a Reggio Calabria; Giovanna Boda, finita in Calabria da poco. Tutte e tre persone per bene e tutte e tre sottoposte a indagini o processi per me incredibili.
E mi viene un rovello, che mi gira sempre di più nella mente. Dove nasce l’input di quell’articolo, chi e perché suggerisce quella storia a un giornalista, chi ripesca in chilometriche intercettazioni del tutto estranee lo scampolo di una lontana conversazione con Palamara, chi ha bisogno di colpire l’immagine e la credibilità di Giovanna Boda? Poi qualcuno spiegherà la corruzione, i soldi, e anche la perquisizione. Intanto io mi rigiro i titoli apparsi in giornata su tutti i siti calabresi: “Scuola calabrese nella bufera. Indagata la reggente dell’Usr”, “Indagata per corruzione la dirigente dell’Ufficio scolastico ragionale Giovanna Boda”. “Non c’è pace per l’Usr della Calabria. Indagata per corruzione anche la reggente Giovanna Boda”. “Anche”. Ed è fatta. Che il cielo e i medici salvino Giovanna.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 19.4.21)

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