Michela, l’eclettica del volontariato

La vidi per la prima volta in università a una lezione di mezzo pomeriggio, quando entrò in aula una giovane signora dai lunghi capelli ricci e ramati, con andatura da tailleur e tacchi. Né l’età né l’abbigliamento erano quelli di una studentessa. Sembrava interessatissima alla materia, educazione alla legalità. Pensai fosse il solito cittadino/a che per curiosità mette il naso nelle lezioni, per scivolare poi altrove. Lei invece fece tutto il corso, se ricordo sostenne anche una prova scritta. Ma, appunto, non era una studentessa. Mi spiegò che cavava con qualche fatica le lezioni dal suo tempo di lavoro, essendo responsabile della sede italiana di una associazione inglese che si occupa della cecità nei paesi in via di sviluppo. Non aveva nulla a che fare con Scienze politiche. Si era laureata in storia dell’arte a Pavia. Era solo interessata a distanza ad alcune esperienze di recupero di minori. L’anno successivo seguì un altro mio corso, ora di pranzo. E si appassionò al tema della mafia, stabilendo contatti con diversi studenti che se ne occupavano a tempo pieno.

Fu così che Michela Ledi, questo il suo nome, è diventata volontaria della scuola di formazione intitolata ad Antonino Caponnetto, il capo del celebre pool di Falcone e Borsellino. E l’idea che me ne sono fatta è che di persone come lei le città dovrebbero essere piene. Nel senso che rappresenta il popolo largo dei volontari. Ci sono infatti i volontari “professionali”, come i pensionati che continuano a offrire gratuitamente le loro abilità o gli appassionati che per decenni si dedicano a un loro specifico tema. Ma ci sono poi quelli che in un cerchio più esterno e mobile sono disponibili a offrire lavoro gratis ovunque e quando ce ne sia bisogno, si tratti di grandi nevicate, di alluvioni, di istituzioni o buone associazioni in sofferenza, di ondate migratorie, o di grandi iniziative di valore simbolico. Sono quelli a cui basta chiedere e ci sono. Ecco, questa signora benemerita appartiene al cerchio mobile, quello che a volte è decisivo. Ha d’altronde cultura, disponibilità a imparare, capacità relazionali e disinteresse tali da metterla in condizione di trasferirsi dalla salute al carcere alla formazione.

Figlia di un artigiano capace di passare dalle barche agli strumenti musicali, ha messo la stessa poliedricità nel suo “farsi prossima”. Oltre a essere manager di “Sightsevers Italia Onlus”, che qualcosa con l’altruismo ha comunque a che fare, dedica tempo gratuito agli ospiti di San Vittore. “Andai per curiosità a sentire in parrocchia un discorso di don Ciotti sulle Beatitudini. Disse ‘non basta commuoversi, bisogna muoversi’, e io decisi che mi sarei occupata dei carcerati, qualcosa che avevo un po’ nel retrocervello, dal momento che la privazione della libertà mi sembra la cosa più terribile. Il Covid ha un po’ allentato tutto, ma riprenderò appena possibile i miei colloqui settimanali di accompagnamento con detenuti di vari reparti”. A questo aggiunge i progetti di formazione civile di Radio Popolare e della Scuola Caponnetto, in cui copre con continuità ruoli di organizzazione e comunicazione. Senza contare la correzione delle bozze che assicura a riviste senza mezzi. Mentre negli anni novanta dedicò quasi un decennio al Vidas, l’associazione che interpreta sul campo il grande progetto medico di terapia del dolore, lavorando lì nell’ufficio raccolta fondi.

Dice: e poi? Legge, legge moltissimo. E’ ottima consulente per i romanzi stranieri come per i saggi sulla mafia e sulla corruzione E soprattutto per i libri d’arte. Tenendo però sempre tutto insieme. I preziosi strumenti musicali del padre, una chitarra e due ukulele, ad esempio, li ha regalati a un’orchestra di Marsala. Ma la ragione è un progetto di recupero dei minori. E ora ditelo, non sarebbe bello se le città fossero piene di persone così?

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 31.5.21)

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