Il ritorno di Amedeo: dalle risorse umane alle scoperte sulla mafia nel mondo

Dio è morto, Marx pure e anche io non mi sento molto bene. Così andavo wudialleneggiando con malinconia alle prime avvisaglie della sera arrivando all’ex manicomio Paolo Pini alla periferia ovest di Milano. Di là la notizia dei cimiteri di bimbi trovati in Canada nei terreni di una indian reservation school destinata a fine ottocento alla “civilizzazione” dei piccoli nativi; di qua la notizia nostrana di una sorprendente proposta della Direzione investigativa antimafia sulle interdittive prefettizie; così mi andavo convincendo che le notizie cattive sono davvero inesauribili. In numero ma soprattutto in qualità.

Quand’ecco che al tavolo all’aperto dove sono atteso scorgo l’Amedeo (il primo a sinistra nella foto). Sì, sembra proprio lui il tipo con la mascherina nera calata sotto il mento, i capelli corti sormontati da un ciuffo svirgolato verso l’alto, una camicia azzurra disegnata a monocicli che da lontano paiono orologi, e gli occhiali dalla montatura spavalda che sembrano reggere tutta la figura. Simpatico, paradossale, arguto come lo avevo lasciato l’ultima volta anni fa, l’Amedeo è come se non fosse mai sparito. “Come mai è tornato sul luogo del delitto?”. La domanda ha un senso. Amedeo Paparoni è stato uno dei miei migliori laureati. Fece la tesi sull’antropologia culturale e sui consumi vistosi dei narcos, a partire dalle belve tenute in cattività nei loro giardini e parchi privati. Poi si dileguò presso qualche grande impresa. E ora di punto in bianco me lo ritrovo a una riunione della redazione di “Stampo antimafioso”, storico sito di laureati e ricercatori dell’università statale di Milano.
“Come mai, Amedeo?”. “Non riuscivo a stare lontano da questi argomenti”, è la risposta che mi ridà ossigeno, poiché le nostre ambizioni di cose buone dal mondo non sono poi così eccessive. Amedeo è pimpante, sorridente sotto la barba non lunga. Spiega che lavora alle risorse umane di una importante azienda, e che ci lavora con passione occupandosi di raccolta e analisi dei dati. Confida alla nuova compagnia quel che mai aveva confidato. Ossia che suona il basso in un complesso, “ma male, stia tranquillo, è da quando avevo quindici anni che non riesco a migliorare”. Racconta che il complesso ha il nome di un personaggio dei Simpson, cartoni di cui conosce a memoria “tutti i primi dieci anni di puntate” (della serie: ecco come nascono i talenti). Aggiunge infine di avere una fidanzata con cui sta da dieci anni, e di cui nessuno gli chiede il nome.

Quelli della redazione annuiscono, scoprendo anche loro la new entry. “Vede, avevo voglia di scrivere, perché di mafia bisogna scrivere, lasciare tracce. Sempre, seriamente. Ho fatto un po’ di ricerca dati indagando a livello internazionale. Sono andato a studiarmi la presenza della mafia sui social, nella stampa, e ho fatto scoperte sconcertanti. Lo sa che la parola mafia in Asia ha avuto un picco? Mi sono detto ‘finalmente hanno scoperto la mafia russa, quella cinese, quella georgiana’. Invece si trattava di un serial televisivo sulla camorra in Corea, in cui il clan è un benemerito, un riferimento positivo, origine di nuovi modelli culturali. E la serie ha avuto grande successo anche in Tailandia e nel Laos. E fosse solo l’Asia. Anche in Europa ho trovato un aumento incredibile della frequenza della parola mafia. E lo sa dove? In Polonia. E lo sa perché? Perché lì c’è un prete che tuona contro la lobby o mafia degli omosessuali”. Fantastico Amedeo, penso. Teniamocelo caro questo spirito curioso che, da grande raccoglitore di dati, scopre del mondo quello che non sappiamo, e da musicista con poco futuro preferisce esprimersi con la tastiera del computer. Ci saranno i cimiteri infantili in Canada, ci sarà la proposta della Dia per limitare le interdittive, ma grazie a questo ritorno sul luogo del delitto vi assicuro che mi sento un pochino meglio.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 5.7.21)

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