Dopo Kabul. Diamo a Gino quel che è di Gino

Piccole riflessioni su storie italiane lontane e vicine. Ovvero dopo Gino Strada. La morte di Gino è infatti coincisa con l’abbandono dell’Afghanistan da parte delle forze occidentali un dì chiamate “l’alleanza dei volonterosi”. Ricordate? Si erano installate in quell’area mediorientale per combattere il terrorismo e un regime accusato di favorirlo o fomentarlo. Anzi, per realizzare una missione ancora più nobile: portare la democrazia là dove i diritti erano annullati, da quelli delle donne a quelli religiosi o di libertà della cultura. Strada, cercando di muoversi in autonomia da ogni schema politico, ebbe sempre su quell’intervento posizioni fortemente critiche e minoritarie. E ora ecco che prodigiosamente, nei giorni della precipitosa partenza degli Stati Uniti dalla regione afghana, il suo punto di vista è diventato d’incanto quello americano e, in Italia, quello dei maggiori quotidiani e partiti nazionali. Ci si è tutti interrogati: già, in effetti, perché siamo andati in Afghanistan? Per sradicare i traffici criminali? Per togliere benzina al radicalismo islamico? Per dare democrazia a un paese che ne era drammaticamente privo? Per schiacciare il verbo talebano? Vent’anni, si è detto, senza ottenere praticamente nessuno di questi obiettivi.

Io li ricordo i vent’anni fa. Ero membro del Senato della Repubblica. E non facevo parte dello schieramento di governo. Ricordo che anche la stragrande maggioranza dell’opposizione diede, spesso -come nel mio caso- per “disciplina di partito”, il suo sì alla spedizione degli uomini di buona volontà. E che la politica italiana, così radicalmente divisa dal sostegno o dall’opposizione al governo Berlusconi, trovò un suo punto di incontro proprio su quella decisione. Ricordo come gli interrogativi di Gino Strada fossero liquidati alla stregua di ubbie utopistiche quando non come figlie di un’ideologia comunista. Tutto sarebbe stato facile, benché “inevitabilmente” fondato sull’uso delle armi. Una lettura “realistica” dei fatti internazionali e del quadro afghano garantiva d’altronde per uno svolgimento vittorioso di quell’avventura. “Non sarà un nuovo Vietnam?” chiedevano i più scettici. Impossibile. Come non vedere le differenze? Non era l’America a volere imporre un suo ordine al mondo, fuori dai suoi confini. Ma era l’America a essere stata colpita a freddo -e in modo terribile- in casa propria. Non era un paese a volere imporre i propri interessi strategici. Ma un’intera civiltà, quella occidentale e democratica, a volere difendere i suoi valori universali a vantaggio degli oppressi. È finita come in Vietnam. Anzi peggio, raccontano le cronache che ci hanno descritto un ritiro somigliante ad una fuga.

E come andò solo un anno e mezzo dopo in Iraq? Ricordate di nuovo le ragioni della democrazia che si facevano imperiosamente largo in un globo diventato, dopo la caduta del Muro, inesplorabile e incomprensibile? Come non stare con la democrazia contro una dittatura? La nuova America chiamò ancora a raccolta gli antichi alleati. Vennero perfino costruite le “prove” delle trame terroristiche di Saddam Hussein, il tiranno mediorientale. Decidemmo così di andare anche in Iraq per sgominare un terrorismo che sarebbe invece uscito rafforzato (l’Isis…) da quella lunga avventura. Ricordo nitidamente più di mezzo Senato in piedi che si spella le mani per gli applausi a favore del nuovo intervento armato. Col petto in fuori, tanto a rischiare la vita sarebbero stati altri. Ricordo tutti orgogliosamente sicuri, tanto nessuno avrebbe chiesto conto di quel voto se non molti anni dopo e con il rispetto che si deve alla storia.

Tutto ciò ho ripensato dopo la morte di Gino Strada (in foto da Sky tg24) . Poiché esattamente la sua contrarietà a queste guerre impedì che egli fosse annoverato tra gli italiani che davano lustro al Paese. Oggi abbiamo una ragione in più per riconoscerglielo.

(scrtto su Il Fatto Quotidiano del 23.8.2021)

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