Ripensando ai vespasiani, antenati nobili dei social (e di certe lavagne no vax)

I vespasiani, che splendido ricordo. Per i giovani che non li avessero mai visti ricorderò che si trattava, almeno nelle intenzioni, di civilissimi orinatoi pubblici disposti in qualche piazza o giardinetto. Servivano a soddisfare le proprie impellenze gratuitamente senza offendere né le cose (a partire dai portoni delle case) né la buona creanza. Erano di un caratteristico colore verde scuro. Ne ricordo uno ampio e ospitale davanti all’università Statale di Milano. Molti ci scrivevano dentro le loro pensate. A volte vergavano tenere dichiarazioni d’amore, più spesso vi venivano lasciate scritte subumane, dai disegni porno alle bestemmie ai vomiti d’odio contro qualcuno. Alle quali nessuno faceva caso, perché “chi entra in un vespasiano per scrivere, che cosa vuoi che scriva”… Ecco, il vespasiano mi sembra, quanto a creatività mentale, qualcosa di simile ai social. Ho l’età per assicurare che il livello qualitativo del pensiero non è affatto diverso. Anche se il titolo medio di studio è salito nel tempo e anche se chi scrive sui social non è -diciamo così- suggestionato, come forse accadeva allora, dallo stretto contatto con i rifiuti organici della più varia umanità.

Lo so, lo so. Sui social si trovano cose belle e interessanti, come nei vespasiani si trovavano romantici cuori trafitti o ghiotte poesiole satiriche. Ma si trovano sempre più spesso montagne di odio ed escrementi cerebrali la cui produzione non costa nemmeno la fatica di uscire, come ha dimostrato l’orgia no vax contro David Sassoli (che qui voglio ringraziare per la sua vita). Il problema dunque mi sembra un po’ nostro. Perché chi trovava l’escremento mentale sulla parete del vespasiano mica lo fotografava e lo mandava in giro dicendo “guardate che cosa hanno scritto”. Si sottraeva al lezzo nauseabondo dopo avere svolto le sue funzioni e ricominciava a pensare alla vita. Se qualcuno avesse fotografato e diffuso quel materiale scandalizzandosene, i giorni successivi la produzione di escrementi (mentali) si sarebbe moltiplicata. E se la moltiplicazione fosse stata a sua volta seguita da servizi fotografici e relativa diffusione, alla fine la pratica avrebbe mobilitato la feccia intera della società. Quando lo capiremo? “Quant’è brutta la gente”, diceva Eduardo. Appunto. Sappiamo per definizione che ce ne portiamo dietro una quota. Che inutilmente lo Stato ha fatto studiare. Che magari se ne sta in un ufficio a deprecare la politica e chiunque faccia qualcosa di buono. Non diamole la soddisfazione di andare in prima pagina.

La prima pagina la meritano invece i detenuti di Gorizia, dei quali mi è giunta (per curiosi canali) la risposta spedita a un gruppo di volontari che chiedevano loro se volessero intrattenere corrispondenza con i bambini da cui avevano ricevuto una bella lettera. Ecco che cosa hanno scritto: “Ci ha fatto piacere conoscere i nomi dei bambini, grazie a Don Alberto che ce li ha portati in cella, perché l’albero è stato posizionato in portineria all’interno del carcere. Vi ringraziamo per la proposta di avere una corrispondenza con i bambini, ma essendo anche noi genitori, figli e fratelli, non vogliamo rovinare il loro mondo gioioso raccontando il disagio della vita dietro le sbarre. Con la speranza di poter lavorare un giorno con voi volontari, realizzando il nostro vecchio progetto ‘la città entra in carcere ed il carcere esce in città’…”. La trovo una risposta stupenda e delicata, che dovrebbe essere studiata da quanti (insegnanti, magistrati) si industriano talora di organizzare eventi improvvidi. Leggendola mi è venuta in mente una affermazione di Cutolo: “La gente migliore si trova nelle carceri o sui gradini delle chiese”. Strumentale, detta da lui insopportabile. Ma che questi detenuti siano infinitamente meglio di migliaia di incensurati frequentatori dei social, non ho dubbi.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 17.1.22)

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