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Primarie a Milano. Quando muore l'opinione pubblica (per il "Fatto" del 3 febbraio) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 04 February 2016
 

Milano. Qui una volta c’era l’opinione pubblica. Proprio come uno se la studia sui libri. Tanti centri di potere. Economici, politici, editoriali, culturali, scientifici, professionali, giudiziari, religiosi. Tante voci indipendenti. C’era sempre una umanità influente che diceva la sua, anche se sgradita ai vari poteri, “tanto non dipendo da nessuno”. Ecco, non c’è più. Ha tirato giù la clèr (in lombardo la saracinesca). Quel che sta accadendo con le primarie del centrosinistra milanese ha qualcosa di incredibile. Quasi fosse in atto una prova di mutazione socio-genetica. Come è noto, sono in lizza tre candidati (più uno di complemento). Uno di questi tre è il dottor Giuseppe Sala, che dal momento della candidatura i supporter cercano di far chiamare affettuosamente “Beppe” dai milanesi. Il dottor Sala è stato finora amministratore delegato e commissario governativo di Expo. Su di lui e sulla conduzione del grande evento vi sono opinioni discordanti, anche se il successo finale della manifestazione ha diffuso in città una comprensibile ventata di soddisfazione. Il fatto è che quando si tratta di affidare a qualcuno cariche istituzionali, oltre al valore della persona o ai suoi meriti professionali intervengono nella formazione del giudizio altri parametri. Molto diversi.

E il primo è la cultura istituzionale, che non è una cosa che si inventa. Essere un capace uomo d’azienda non significa sapere essere un bravo sindaco o senatore. Se ne sono avuti esempi a bizzeffe, ma una buona parte di Milano (i trionfi di Berlusconi e perfino di Dell’Utri lo testimoniano) è molto restia a capirlo. Nel caso del dottor Sala la cultura istituzionale suggerirebbe ad esempio l’improponibilità del ruolo di sindaco per chi sarà chiamato dal Comune di Milano, socio di Expo, a rispondere dei risultati del proprio operato come amministratore delegato su uno dei più grandi e discussi investimenti della storia postbellica cittadina. In quel caso infatti il sindaco giudicherebbe se stesso, governando inevitabilmente informazioni e valutazioni. Senza contare il doppio ruolo conflittuale in cui egli si verrebbe a trovare nella complicata (ma ricca) contesa tra Expo e Arexpo. O gli interessi cresciuti intorno a Expo che verrebbero trascinati per forza di gravità nel governo della città metropolitana. Non è difficile capire il problema. Che è squisitamente di regole. Meglio: di spirito pubblico. Nel frattempo il dottor Sala appare riluttante a rispondere su ciò su cui non può non rispondere (ecco dove si vede in controluce il futuro sindaco), ossia il bilancio di Expo, l’uso che è stato fatto del denaro pubblico. Anche perché è proprio sul suo ottimo uso che ha fatto leva l’idea di candidarlo a sindaco. Nulla è reato, ma la cultura istituzionale non è il codice penale.
Ecco, queste considerazioni elementari e assolutamente educate e civili a Milano le fanno alcune mosche bianche. Ma l’opinione pubblica, quella di una volta, larga e bella corposa, quella del “ma perché non dovrei dirlo?”, tace. Tace anche quella che ha deciso di votare o tifa per gli avversari del dottor Sala, in mezzo alla quale c’è chi pensa che se poi vince lui, tra partito della nazione e dimagrimento dei pluralismi, con Milano perfettamente allineata a Roma qualche inconveniente potrebbe esserci.

 

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Ultimo aggiornamento ( Thursday 04 February 2016 )
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Mafia e antimafia, le questioni aperte PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 02 February 2016

Sugli obiettivi delle campagne condotte contro l'antimafia ha chiesto nuovamente ospitalità Davide Mattiello, deputato della Commissione parlamentare antimafia. Lo ospitiamo volentieri.

E’ in atto un conflitto nel quale agiscono più forze, alcune attrezzate soltanto di invidia e meschinità, altre no e bisogna stare attenti. In gioco c’è una certa idea di democrazia, che in Italia, non può che fare rima con l’idea di un’Italia senza mafie.
In campo ci sono le mafie che continuano a trafficare, ad uccidere e a corrompere (certo non come accadde fino al 1992, ma su questo tornerò in fine), ci sono le mafie che usano l’antimafia, cercando di infiltrarsi. C’è l’universo dell’antimafia, quella istituzionale e quella sociale, venato da inadeguatezze e talvolta da condotte semplicemente illegali: le contraddizioni e i limiti sono sotto gli occhi di chi voglia leggere con onestà la situazione.  
Ma in questa complessità, ci sono tre poste, di un valore che trascende le singole storie, personali o collettive, che hanno a che fare con la storia del nostro Paese.

Prima posta: affossare l’uso sociale dei bei confiscati alle mafie. Fermare la riforma del codice antimafia (votata alla Camera l’11 Novembre 2015 e giacente in Senato), che non soltanto prevede strumenti a sostegno delle aziende sequestrate capaci di stare sul mercato, ma ribadisce il ruolo dei soggetti sociali ed economici nella gestione di questi patrimoni. Demolire questa prospettiva ha un preciso significato: spingere l’azione dello Stato dentro il perimetro stretto della repressione giudiziaria e amministrativa, anziché tenerlo nel più ampio perimetro della partecipazione civile. E’ la distanza che c’è tra Stato e Repubblica. Fare dei beni sequestrati e confiscati dei Beni Comuni, la cui gestione provvisoria e definitiva sia un fatto sociale permanente (per questo i beni per lo più devono restare al patrimonio indisponibile dello Stato), significa stimolare costantemente l’assunzione di responsabilità dei cittadini, senza deleghe in bianco. Significa fare Repubblica. Significa non doversi augurare, come amaramente diceva Falcone, "un morto eccellente all’anno" per fare bene la lotta alla mafia.

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Ultimo aggiornamento ( Tuesday 02 February 2016 )
Per Francesca Balzani sindaco di MIlano PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 29 January 2016
Questa è la mia dichiarazione di voto per Francesca Balzani, così come l’ho mandata via sms al suo comitato elettorale.

“Voto Francesca Balzani perché è capace e competente come pochi, e credo che ci sia una ragione se nella storia del parlamento europeo è stata l’unico parlamentare italiano a fare da relatore sul Bilancio dell’Unione Europea;
la voto perché ne conosco la piena dedizione verso i doveri istituzionali;
la voto perché è persona libera e indipendente, con una professione che le consente in ogni momento di rinunciare alle cariche pubbliche;
la voto perché ha una cultura fresca e aperta ai nuovi movimenti di opinione civili;
la voto perché crede che chi amministra soldi pubblici debba risponderne senza fastidio ai consiglieri comunali, ai giornalisti e in generale a tutti i cittadini, senza diffidare nessuno dal fare delle domande”

E scusate se è poco!!


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Mafia. Le verità difficili tra giustizia e politica PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 24 January 2016
Davide Mattiello, membro della Commissione parlamentare antimafia, ha mandato al Blog questo contributo, che ospito molto volentieri.


Era il 5 Novembre 2015 e Attilio Bolzoni terminava il suo pezzo constatando che il cratere di Capaci rischia di essere troppo grande per un’aula di giustizia. Era il pezzo con il quale commentava l’assoluzione, per non aver commesso il fatto, di Calogero Mannino in abbreviato a Palermo, costola e al tempo stesso perno dell’impianto accusatorio del processo sulla “trattativa”.
 

Altri segnali confermano i limiti del processo penale come strumento per fare chiarezza non soltanto su singole condotte individuali o associate integranti fattispecie di reato, ma più complessivamente su un intreccio di relazioni, interessi e scambi che ha ridisegnato la mappa del potere in Italia negli ultimi venticinque anni. 

Questi limiti si traducono ora in un saggio cambio di rotta parziale per evitare di buttare via il bambino con l’acqua sporca, che rischia di passare per rinuncia, ora in una resa alle pretese del tempo trascorso, che lascia l’amaro in bocca e tante domande, ora in un moto di denuncia, che rischia di torcertisi contro, ora in una pista tanto ambiziosa quanto flebile, che ti domandi se non sia stata lasciata apposta per farti cadere dall’alto e schiantarti, ora in situazioni nelle quali le responsabilità della politica sono talmente palesi da apparire grottesche. 

Penso alla latitanza di Amedeo Matacena a Dubai che si protrae dall’Agosto del 2013, come se non ci fosse modo per farla finire, penso ai collaboratori di giustizia che confermano quasi 30 anni dopo che “Faccia di mostro” non è l’ossessione paranoica di un vecchio padre sofferente e di qualche magistrato tendenzioso, penso alle parole di denuncia della dott.ssa Principato sulle coperture alto locate di cui gode la latitanza di Messina Denaro, penso all’archiviazione chiesta e ottenuta sui depistaggi di Via D’amelio, penso alla riduzione in Appello dell’imputazione a carico di Mori e Obinu per quel blitz mancato a Mezzojuso nell’Ottobre del 1995. 

Con il rischio incombente e velenoso di restare avviluppati mentre ci si ostina ad inoltrarsi in questa giungla: il rischio di finire “mascariati”, scientemente fraintesi e vilipesi, in modo che si confonda il confine tra chi prova, pur con tanti limiti, a fare luce e chi di violenza e arroganza ha fatto il proprio modo di stare al Mondo. Così che che trovi alibi quella forma sottile di disperazione: “sono tutti uguali”. Così che trionfi l’ignavia degli arresi, travestita da sapienza. 

Quel “cratere troppo grande” si scrive potere e si legge politica. Ma nel momento in cui si prova a spostare lo sguardo dalle aule di giustizia a quelle parlamentari, ipotizzando un “tribunale” diversamente capace, ci si rafforza nella convinzione che difficilmente il potere giudica se stesso con quella alterità che permetterebbe di chiamare le cose per nome. Qualche volta capita, ma il prodotto rischia di avere più il sapore della resa dei conti che della verità, perché  capita in certe situazioni rare, frutto di un drammatico ribaltamento dei rapporti di forza, che permette a chi stava sotto di venire sopra e da lì ridire il Mondo, ora condannando, ora amnistiando. Non è ora quel tempo: questo è il tempo della rassicurazione reciproca, in nome di una certa idea di Italia e del suo futuro.

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Ultimo aggiornamento ( Monday 25 January 2016 )
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Questa antimafia così indigesta... La storia senza tappeti rossi di un simbolo della nuova Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 22 January 2016
Questo articolo è uscito sul "Fatto" del 21 gennaio. Prego gli amici blogghisti di farlo circolare. Non se ne può più di leggere e sentire fesserie di riporto....

Ma come sta il movimento antimafia? Signore e signori, scoppia di salute. Il fatto è che chi sostiene che sia alla frutta, ormai lacerato da polemiche e scandali, sembra venire da un altro pianeta. O non avere un’idea della storia di questo paese. E’ da più di trent’anni, da quando è nato un nuovo movimento antimafia dopo quello della lunga stagione contadina, che si leggono periodicamente i necrologi: spaccato il movimento antimafia, bufera sull’antimafia, i professionisti dell’antimafia, antimafia addio, ecc. ecc. Una goduria. Dalla stampa palermitana su su fino a quella milanese.
Un fenomeno incomprensibile se si fosse in un paese da secoli ostile alle organizzazioni mafiose. Ma in Italia, come si sa, la mafia ha goduto sempre di buoni uffici. Diversamente dal terrorismo, porta risorse: soldi e voti. Assicura carriere. E sa punire con memoria di elefante. Quaranta sindacalisti furono uccisi nel dopoguerra senza che fosse trovato un solo colpevole, e solo in due casi vi fu un processo. Danilo Dolci fu processato e condannato nonostante la difesa di Pertini e Calamandrei. Con il cardinale di Palermo che lo definì “disonore” della Sicilia. I giornalisti de “L’Ora” di Palermo accumularono centinaia di cause giudiziarie, quasi mai intentate da mafiosi. Lo stesso Sciascia scrisse “Il giorno della civetta” confessando, in un’ultima pagina da quasi nessuno ricordata, di non averla potuta scrivere con la libertà che è garantita in un paese democratico. Corrado Stajano subì un processo storico per avere scritto “Africo”. Quando fu ucciso Pippo Fava le prime indagini furono sui conti in banca suoi e dei suoi redattori. E quando per la prima volta un giudice, Paolo Borsellino, ebbe la guida di una procura siciliana per meriti sul campo anziché per padronanza di brocardi o per anzianità scoppiò, purtroppo a firma Sciascia, la polemica contro i professionisti dell’antimafia. Siccome il coordinamento antimafia di Palermo, in quegli anni di sangue, rispose allo scrittore con un duro comunicato, stampa e politica all’unisono denunciarono il “potere totalitario” che l’aveva ispirato.
Il potere totalitario era uno studente in legge di 23 anni. E sorvolo sulla mattanza. O sui funzionari di Stato onesti diffamati e trasferiti. Fatto sta che la lotta alla mafia, quella vera, il cuore del sistema non l’ha mai digerita. In certe circostanze l’ha dovuta subire. La legge La Torre sull’associazione mafiosa e la confisca dei beni ebbe bisogno di due clamorosi omicidi in quattro mesi per passare. La legge di Libera sull’uso sociale dei beni confiscati passò in extremis agli inizi del ’96 in un paese ancora traumatizzato dalle stragi del ’92-’93, oggi non ripasserebbe.

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Ultimo aggiornamento ( Friday 22 January 2016 )
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Nomadina: le foto per affetto e la rivoluzione gentile PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 21 January 2016

Questo articolo e´uscito sul Fatto Quotidiano del 9 gennaio. Incredibilmente ho dimenticato di metterlo sul Blog, pur parlando di una grande ospite di questo Blog, la nostra "Nomadina". Me ne scuso...Il fatto e´che il 10 sono partito per Berlino, dove anche quest´anno sto tenendo un corso alla Humboldt (su "Mafia e cinema"). Vi faro´sapere...


La rete come le porte dei gabinetti delle scuole o delle università. Sfogatoio degli impulsi più tangheri, protetti dall’anonimato. Quante volte ce lo siamo detti? Immaginate ora di trovare un giorno su una di quelle porte una poesia, un pensiero gentile. Sarebbe una rivoluzione. Ecco, “Nomadina” è una rivoluzionaria. Il suo nickname si infila delicatamente in rete per prendere parte a una discussione, capire l’interlocutore, e poi inviargli una foto che possa fargli piacere. Che riguardi lui, o le persone di cui scrive con affetto. Ci vogliono mesi e mesi perché dica di chiamarsi Federica, Federica Vergaro. E solo dopo che ha mandato molte foto, pescate con abilità da investigatore negli archivi più impensabili, negli anfratti della storia, ti fa vedere la sua, giusto perché hai deciso di scriverne. Una ragazza ancora più giovane dei suoi vent’anni, il viso pulito e amichevole, ritratto del modo in cui ha colloquiato a lungo con una comunità moto più adulta di lei. “Sono di Ruffano, provincia di Lecce, di un’umile famiglia del basso Salento. Padre muratore e madre casalinga, Francesco e Carolina. Mio padre rimase vedovo nel ’94 con tre figli adolescenti. Io sono nata dalla sua seconda moglie. Quando ebbi il coraggio di chiedergli perché si fosse risposato mi disse: ‘Avevo bisogno di una figura femminile che mi aiutasse moralmente a crescere i tuoi fratelli. Poi incontrai tua madre’. I miei fratelli mi hanno accettato fin dal momento della mia nascita. Essendo la più piccola, ero e sono la più coccolata. Con mio padre non ci ho mai parlato molto, è sempre stato un rapporto difficile. Ci teniamo tutto dentro, il nostro legame è fatto di sguardi e sorrisi silenziosi. Anche se a volte mi è capitato di vederlo piangere, lui ha sempre creduto che non me ne sia mai accorta. Ha tirato su quattro figli in modo dignitoso.
Mia madre invece è una presenza imprescindibile, sempre in apprensione per me, è stato il suo modo di crescermi. Non mi ha fatto mancare nulla, affrontando duri sacrifici; e dicono i miei fratelli che è stata capace di sostituire la loro mamma. La cosa che più mi brucia è vederla mettersi sempre in secondo piano, preoccuparsi per ogni minima cosa, anche ora che la salute comincia a risentirne”.
C’è in questo interno di famiglia non richiesto un candore quasi alieno. Federica si è diplomata in economia aziendale, ma le piaceva soprattutto la storia, come testimonia la sua straordinaria capacità di scovare le foto più adatte a contesti anche lontani e sconosciuti. L’università, giurisprudenza, è solo un desiderio. “Faccio volontariato con ‘I colori del vento’, una onlus formata da alcuni genitori di bimbi e ragazzi disabili, a cui ho imparato a voler bene in modo silenzioso. Per loro scatto le foto in occasione di eventi di cui sono protagonisti, ad esempio campagne di sensibilizzazione per abbattere le barriere architettoniche”.

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Ultimo aggiornamento ( Friday 22 January 2016 )
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Due belle notizie e la mia scelta per le primarie. Sì, è Francesca PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 04 January 2016
 

Intanto due belle notizie. La prima: già oggi è andato in ristampa “Tutti gli uomini del Generale”!!!. Grandissimo. La seconda: è uscito il secondo numero della “Rivista di Studi e Ricerche sulla Criminalità Organizzata”, la rivista accademica che dà finalmente ai giovani, e sempre più numerosi, studiosi della materia un luogo scientifico su cui pubblicare. Andate e vedete su www.cross.unimi.it o www.riviste.unimi.it. L’accesso è gratis. Temi: Mafia Capitale (con un saggio teorico del vostro Anfitrione), la criminalità balcanica, gli osservatori antimafia, il nodo teorico-giuridico del sequestro dei beni, e nella sezione “Storia e memoria” la relazione sulle regioni del Nord scritta da Carlo Smuraglia nel ’94 per la Commissione parlamentare antimafia. Ah, me la guardo, e ancora una volta mi convinco che gettare il cuore oltre l’ostacolo è cosa buona e giusta (anche se un tantino faticosa).

Ma, a proposito di gettare il cuore oltre l’ostacolo, qui vi dico perché ho deciso che alle primarie milanesi voterò Francesca Balzani. Premessa. Avevo dato a Piefrancesco Majorino la mia disponibilità ad aiutarlo. Credo che abbia fatto un lavoro importante sui rifugiati. E che lui e il suo staff abbiano davvero ben meritato sui beni confiscati. Ma nessuno poteva immaginare che a qualcuno sarebbe venuto in mente di prendere l’uomo di Expo e candidarlo per il centrosinistra come sindaco di Milano. E’ una candidatura assurda, per ragioni che dirò in altri post e sedi. Che sfascia uno schieramento. E che Majorino non può fronteggiare con chances di successo per il suo stesso profilo pubblico. Anche se spero che continui a guidare l’assessorato al Welfare che ha guidato in questi anni.
Francesca Balzani ha le caratteristiche adatte a contrapporsi a Sala. E’ esperta di pubblica amministrazione e di gestione economica ai livelli istituzionali più alti, compresi quelli internazionali. Ha retto egregiamente il compito di assessore al Bilancio al comune di Genova e poi al comune di Milano, conquistando stima e fiducia generali. E’ stato il primo parlamentare europeo italiano (non “la prima donna”, come si dice, ma proprio il primo parlamentare italiano in assoluto, in una storia di decenni) a ricevere l’incarico di fare da relatore sul Bilancio. Di economia ne sa quanto Sala, con la differenza che metterà le sue competenze al solo servizio delle istituzioni e non dovrà nulla ai grandi poteri economici, che hanno fatto la scelta opposta, e scusate se è poco. In più Sala ha dimostrato di non amare la trasparenza (il comitato antimafia da me presieduto l’ha scritto ufficialmente più volte, e non è stato il solo), mentre Balzani è una sostenitrice convinta delle nuove esperienze di bilancio partecipato. Quanto alla capacità di lavoro, be’, a Genova arrivava in ufficio alle 7 e smetteva a sera.
E poi? Ecco qua. Ha innato il senso della democrazia e un sacro rispetto della cosa pubblica; non dice nulla per sentito dire o per slogan ma studia tutto direttamente. Non ha mai lavorato per la destra. Qui taccio, ma sono certo che è solo per la fretta. Siccome la conosco da vent’anni sono sicuro che mi verrà in mente qualche altra cosa. E a quel punto ve la dirò. Augh!

 

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Carmen, da Ferrara a Monaco:come ti rieduco i tedeschi
Il Fatto Quotidiano, 30.1.16

Carmen dai riccioli neri. Guardi la sua faccia solare e un po’ monella davanti a un caffe´e pensi “poveretti”. Poveretti quelli che vorrebbero fermare l´ antimafia con i loro formidabili scoop mentre la storia corre come un treno. E oggi la storia e´ questa ragazza ferrarese, “ventisette tra poco”,  venuta a fare opinione e cultura a Monaco di Baviera. “Ma per favore non mi infili nella fuga dei cervelli. Io non ci ho nemmeno provato a trovar lavoro in Italia. Volevo venire in Germania per viaggiare sul serio. L’Erasmus è bello ma in sei o dieci mesi non conosci un popolo e non impari una lingua. Poi avevo qui Karl, il mio ragazzo venuto pure lui da Ferrara a studiare fisica…”. Botta di orgoglio: “Per mantenermi agli studi magistrali ho fatto di tutto, anche tre lavori insieme: la baby-sitter, la giornalista per un giornale on-line italiano, e la segretaria in una scuola di italiano.”
In Italia Carmen Romano aveva fatto il liceo classico a Ferrara, dove aveva costituito un gruppo indipendente antimafia, “per spiegare che la mafia è anche al nord, lavoravamo sodo, fummo pure premiati dal Ministero e nel 2007 riuscimmo a fare un’intervista a Saviano”. Poi era andata a studiare Scienze internazionali e diplomatiche a Forlì (“a sud di Bologna”, precisa in automatico come fossi un tedesco), dove “meta´ studenti erano  pugliesi e un quarto siciliani, si figuri quanto abbiamo discusso di mafia”. Quindi Monaco: “mi sono iscritta a Eichstatt, nel centro della Baviera. Scienze Politiche, una vita da pendolare, e una tesi comparata sui sistemi universitari tedesco e italiano”. Insomma, superlaurea in Germania.

Ma la cosa piu´ straordinaria è che Carmen l’italiana vive oggi a Monaco di Baviera con un mandato preciso: educare alla politica i tedeschi. Proprio cosi´, lavora con la Georg-Von-Vollmar-Akademie. Una volta era la scuola di partito dei socialdemocratici. “Poi nel ’68 una legge abolì le scuole di partito. Si disse che se le potevano permettere solo i partiti maggiori e che questo impediva la parita´ nella competizione politica. Così nacquero delle fondazioni che su progetti singoli ricevono contributi statali, con il compito generale di educare alla politica”.
Carmen progetta direttamente i corsi di formazione. Ci sono quelli di lungo periodo e  quelli intensivi di una settimana che si tengono a Kochel am see, sul lago a un´ora da Monaco. “Li´ viene molta gente perché la legge tedesca li riconosce come un diritto, non si conteggiano nei giorni di vacanza. Di che argomenti parliamo? Del populismo in Europa, per esempio, mettendo a confronto i vari partiti; oppure facciamo singole conferenze nelle scuole, anche sulla mafia, una volta facemmo ‘La mafia parla tedesco’. Oppure il fine vita, o le donne in politica, o anche i rapporti tra Germania e Polonia. Vede, noi non educhiamo alla politica dicendo chi ha torto e chi ha ragione, pensi a questioni tipo quella israelo-palestinese. Ma puntiamo a dare gli strumenti critici anche per affrontare le conversazioni, i tedeschi hanno il gusto infinito della conversazione; cerchiamo di stimolare a essere più attivi e partecipi”. E quella che ci fa, allora? Sul computer di Carmen spicca una striscia adesiva: “This machine kills fascists”. “Ma no”, ride, “sono pacifica, e´una frase dei fratelli Green, per dire che la tecnologia fa crescere la democrazia”.


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