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In libreria |
Come è potuto accadere che la 'ndrangheta si sia insediata alle porte di Milano? Come è potuto accadere che Buccinasco, la «Platí del nord», ne sia diventata una delle capitali? |
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Trieste, memorie di confine custodite da una cuoca |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Tuesday 21 May 2013 |
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Il Fatto Quotidiano, 19.5.13
Vai per le Indie e trovi l’America. Incontri il più
straordinario gruppo di studenti di giurisprudenza a Trieste e pensi “stavolta
scrivo di loro”. E invece proprio i ragazzi iniziano a parlare con entusiasmo
della Bernarda, della castellana che prepara per loro sontuose cene di
autofinanziamento in un agriturismo al confine con la Slovenia. E hanno
ragione. Si sale a colpi di curve per un po’ di chilometri, poi compare un
caseggiato a un piano, ricco di ali e di rientranze. Località Sagrado, detto
Zagradec, Milic azienda agricola. Bernarda non si vede. I ragazzi sono già
affollati intorno ai vini di casa. La taverna è rivestita in legno, è di legno anche
l’elica del ventilatore, foto belle e d’epoca, coppe di ogni foggia, una
vecchia macchina da cucire Singer, un piccolo triciclo di vimini, bottiglie di
vino schierate ovunque. E un foglio scritto al computer appiccicato a una
parete. E’ uno sperticato elogio di B., che lo leggi e ti chiedi che affinità
possa mai esserci tra i ragazzi e la proprietaria. Finché trovi un “nota bene”
vergato in fondo: “Se sei un sostenitore del centro-destra va bene così.
Altrimenti leggi una riga sì e una riga no”. Letto e fatto: spunta una
durissima, esilarante invettiva.
E non per caso. Qui c’è una storia densa. La racconta Bernarda mentre i tavoli
si riempiono di salami e ortaggi d’antipasto. Ha un grembiule blu e un eloquio
signorile, italiano elegante con accento sloveno. “Qui
siamo al confine, abbiamo alle spalle storie di tragedia. Questa è stata la
linea di scontro della prima guerra mondiale, c’è il più grande cimitero
austroungarico. Nelle famiglie morivano anche nove fratelli in guerra. Poi dall’8
settembre al maggio del ’45 c’è stato il terrore, i nazisti hanno lasciato
tracce terribili nella memoria. La povertà era tale che c’era chi vendeva gli
altri anche per mangiare. Accadde davvero che per una pagnotta da portare in famiglia
uno si fece delatore e mandò al massacro i suoi vicini che nascondevano i
partigiani. Ecco, noi la storia ce la studiamo, perché l’albero senza radici
non cresce. Così siamo una famiglia molto democratica”.
D’improvviso, mentre la ascolti, l’agriturismo diventa un’altra cosa. Luogo di
storia e di cultura. Certo, faranno salsicce succulente, dolci e frittelle
casalinghe e biscotti di semi di lino, alla faccia dell’ananas che ci ha
colonizzato, ma si respira soprattutto una cultura speciale. Quella, per
esempio, che permette alla castellana di abbattere drasticamente i prezzi per
le comitive che hanno un impegno sociale. Bernarda fa presto: niente camerieri,
gli ospiti che fanno la cena di autofinanziamento per una buona causa si
servono per i fatti loro i prodotti che escono dalla cucina, e infatti ecco che
gli studenti servono a turno al tavolo; e ti chiedi perché negli altri luoghi
d’Italia nessuno abbia tanta libertà mentale per pensare una cosa del genere.
Bernarda è una donna sui quaranta dagli occhi azzurri intensi, mamma di Agnese
e Lucija e nonna giovanissima. “Abbiamo dovuto lottare contro l’ignoranza, il
fratello di mio marito aveva il cancro a tredici anni, e lo nascondevano, lo si
taceva come si può fare con la peste o la mafia, se ne provava vergogna. Non mi
piace l’ignoranza, per questo sono diciotto anni che non vedo la televisione, e
non mi piace internet con la sua cultura dell’anonimato. Noi passiamo moltissimo
tempo a leggere libri e giornali. Questo agriturismo? Era dei genitori di Andrej,
mio marito. Sono qui da 27 anni, l’azienda si è ingrandita pian piano senza un
soldo di contributi pubblici, meglio così. Ci lavorano sei, sette persone,
oltre a noi. Sono quaranta ettari, quasi tutto bosco sotto tutela, pieni di
orti, con erbe strane. E carne nostra, galline e cavalli. Io faccio cucina
povera, cucina di confine, da pane e
vino, e uso la carne che tiene i prezzi bassi, stracotto e cotechino. E intanto
studio. Ho una serie di conferenze, anche sull’uso della canapa per fare il
pane , il latte, lo yoghurt; pure quella è roba da poveri. Faccio cose di pane
ma le cucino scegliendo bene ogni mattina le erbe con cui insaporirle”. E’
vero: il pranzo preparato agli studenti è un inno dionisiaco alle ortiche. “Ho
studiato antropologia, e psicologia, anche psicologia militare, delle
catastrofi naturali, in Slovenia a Nuova Gorizia. Mia figlia scienze
alimentari. Teniamo aperto dal venerdì alla domenica. Gli altri giorni solo per
gruppi da almeno venti persone. Che vuole, qui vengono soltanto gli intenditori,
perché siamo quasi nascosti al pubblico”.
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Voglia di testa per aria, voglia di piedi per terra. Sociologicamente discettando.... |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 18 May 2013 |
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Piove, governo ladro così così. Piove sempre. Se becco uno
che parla della desertificazione della penisola, giuro che lo appendo a un palo.
Non ricordo in vita mia molti precedenti; ormai devi tenerti l’ombrello a
portata di mano, ma mica quello dei cingalesi, perché non basta, ci vuole
quello serio. La pioggia mi sta facendo rinviare un progetto che iniziavo a
coltivare con un certo piacere: quello di guardare la città al di sopra della
mia testa. Cammino e scopro un’altra città, mai vista, fatta di terrazze,
abbaini, splendidi motivi architettonici, geometrie e colori singolari. La
trovo bellissima. E’ stupefacente l’idea, ci passi davanti tutti i giorni e non
la vedi. Ma ora che l’ho capito, come faccio a guardare in alto se ho l’ombrello
sempre piantato sulla testa? Vedi un po’ che problemi esistenziali ha un
sociologo della criminalità organizzata mentre il paese va a fondo (perché
Bersani se l’è voluta “giocare fino in fondo”).
Intanto il Federico Beltrami, allievo ottimo, impazza sull’ultimo numero di “Narcomafie”.
Copertina e mezzo fascicolo tutto per lui, che ha dimostrato con la sua tesi
come sia una solenne panzana che la ‘ndrangheta non ha collaboratori di
giustizia. Lui, nella sua innocenza, ne ha contati più di sessanta solo in Lombardia.
E che dire di Carmela Racioppi che se ne va nei Balcani a fare la tesi avendo
vinto il bando per starci sei mesi? O dei virgulti di Stampo Antimafioso che
primeggiano al Salone del Libro? Ah, queste sono soddisfazioni. Soddisfazioni
anche per Marco con il suo Riccardo, che come Pietro da Gorizia è venuto in
terra a miracol mostrare e deve ancora scoprire che, nonostante tutto, questo
mondo non è poi così male.
Fervono intanto i preparativi per la nave Falcone. Forse Riccardo il grande
(inteso come Orioles) ha qualche ragione sullo spreco, ma la nave la mette a
disposizione la Snav e le emozioni di chi ci va e arriva al porto accolto da cento
scuole palermitane credo che siano indimenticabili (vi farò sapere). E nella lotta
alla mafia le emozioni sono importanti. Certo, poi ci vuole anche la materia
grigia. Ossia quello che tante volte mi sembra mancare alla mia Milano. Che
finché continuerà a funzionare (o a non funzionare) così sarà il giocattolo
ideale per i clan. Lei con la sua somma di parlamentari e ministri, di prefetti
e giornalisti, di manager e imprenditori e associazioni di impresa, e non solo
di impresa. Lei con la sua inadeguatezza. Ahimé, tu hai bisogno di verità
difficili e di misura, mentre qui si oscilla tra l’ipocrisia che tace per
decenni e l’urlo della polemica.
Domani sarò allo spazio Ibs al Salone con Giovanni Tizian, ore 11.30. E alla sala
outdoor di Orbassano alle 16 con Martina (“Buccinasco”, of course). E mentre
ancora piove vi saluto con affetto antico. E diffidate di un amaro che mi piace
assai e che ho scoperto essere in odore di clan. Accidenti, non ci si può
rilassare mai… Scrivi un commento (2 Commenti) |
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Incendi a Milano, un bastimento carico di studenti. E il 2 giugno a Bologna |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 18 May 2013 |
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Notizie in serie. Oggi abbiamo presentato con Pisapia la
seconda relazione del Comitato antimafia di Milano. Andatevi a vedere la prima
analisi sistematica degli incendi a Milano e provincia: da gennaio 2011 a
ottobre 2012 sono 278. Alla faccia di chi parla sempre e solo di autocombustioni
e di cortocircuiti. O di chi, come se fosse un riflesso condizionato collettivo,
ogni volta che chiedi come mai c’è stato quell’incendio ti racconta
confidenzialmente che il proprietario non se la passava bene e che quindi si è
voluto fare i soldi con l’assicurazione (tradotto: si è appiccato lui l’incendio).
Chissà perché queste cose capitano preferenzialmente ai ristoranti, ai bar,
alle pizzerie. Abbiamo pubblicamente spiegato anche il difficile percorso per
ottenere un po’ di controlli continui sui luoghi dell’Expo o dove si fanno
lavori per l’Expo. Prevedo polemiche che non avremmo voluto; però avevamo il
dovere di dire la verità. Spesso si pensa che la mafia si faccia strada a colpi
di complicità e collusioni. Non è così. Si fa strada soprattutto a colpi di
altro, di gelosie, di competenze, di incoscienza.
Mercoledì comunque, signore e signori, dal porto di Civitavecchia un sociologo
della criminalità organizzata si imbarcherà con quaranta suoi studenti di
Scienze politiche alla volta di Palermo. Avete capito bene: salperemo sulla
nave Falcone, dove per la prima volta ci sarà una rappresentanza universitaria,
che ha voluto partecipare senza promesse di crediti o premi. I magnifici quaranta faranno
da tutor agli studenti più giovani e metteranno in mostra in una sala della
nave i loro pregiatissimi lavori, film, siti, manifesti. Dire che sono
orgoglioso di loro è poco.
La Scuola di formazione politica “Antonino Caponnetto” si mobiliti nel
frattempo in vista del 2 giugno a Bologna. Manifestazione per la Costituzione
di Libertà & Giustizia con Rodotà e Zagrebelsky, e perfino con il vostro
anfitrione. Sono momenti importanti questi, se non si trasformano carrellate
arruffapopolo (e questa volta non dovrebbe essere così). E’ urgente esserci. Il
paese smotta, amici. Pieno di cose buone che non vengono rappresentate,
impoverito, eternamente saccheggiato, e con una politica che fa piangere. Ho
letto che Bersani, consigliato da D’Alema (!) di passare la palla a Rodotà come
capo del governo, avrebbe opposto un rifiuto rispondendo “Io me la gioco fino
in fondo”. In verità si è giocato fino in fondo il paese, che ora si ciuccia l’inciucciabile.
Dimostrazione esemplare di quanto conti l’interesse collettivo. Ognuno faccia
quel che può, dunque. Spieghiamo perché la mafia avanza e cerchiamo di
impedirle di andare ancora avanti, prendiamo la nave per Palermo e poi andiamo
a Bologna. Dimenticavo: lunedì sera, mentre mi accingevo alla limatura finale
della relazione del comitato antimafia, ho scoperto che la cartella con i
documenti (“Comitato antimafia Milano”) era scomparsa dal mio computer. D’improvviso,
una su ottantasei. E’ sparito tutto. Vi farò sapere qualcosa di più preciso.
Intanto auguri a Pietro da Gorizia: benvenuto in questo mondo, che tutto
sommato non è male… Scrivi un commento (3 Commenti) |
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Pensierini: tra la rete e le curve, tra i consigli regionali e i tribunali |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Saturday 11 May 2013 |
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Pensierini sparsi. Intanto lode a Stefano Disegni per una
spettacolare striscia sul “Fatto”. Finalmente un tipo mite e gentile si ribella
al mito-tabù della rete e si produce in una splendida e disperata invettiva
contro colui che se ne erge a oracolo. La rete che dà la possibilità di piantare
scemenze nel cosmo a persone che mai nessuno ascolterebbe, che promuove a
opinionisti i più fessi o disturbati in circolazione autorizzandoli a vomitare
su persone per bene o indifese. Non ditelo a me che la rete serve. Non ditelo a
me, che ricordo bene le difficoltà di organizzare o far sapere di
manifestazioni antimafia quando i giornali aprivano e chiudevano il rubinetto delle
informazioni a loro piacimento, e magari te le negavano per antipatia
personale. Ma ho goduto lo stesso quando ho letto la striscia. Sempre più mi
rendo conto che, con gli accessi riservati agli amici, ho difeso questo blog da
una massa di volgarità e di demenze infinita. Avrò perso cose preziose per me
ma non ho incoraggiato l’incanaglimento del sistema. O la libera circolazione
delle panzane. Pensate che grazie alla rete in nemmeno 24 ore due studenti
(senza loro colpa, evidentemente) in due situazioni diverse mi hanno citato
opinioni di tal magistrato Paolo Ferraro (su massonerie e poteri occulti) che per
loro erano di riferimento. Siccome non avevo mai sentito parlare di questo
signore, sono andato a vedere, sulla rete ovviamente…. Così ho scoperto che il
Csm anni fa chiese per lui misure di assistenza psichiatrica (amministratore di
sostegno) perché sosteneva che in sua assenza nella propria abitazione si svolgevano
messe sataniche con riti sessuali su bambini; e che di questi abusivi convegni era
vittima, sotto ipnosi, anche la sua compagna. E che, naturalmente, tutto questo
faceva parte di un progetto della Cia. Ecco, la rete…Come sempre, arrivano le tecnologie
e poi le culture ne fanno quel che vogliono e possono.
Secondo pensierino. Bravo Ambrosoli (che dopo la sconfitta ha smesso di essere “Umberto”
per gli estranei). Bravo a essere uscito dall’aula del consiglio regionale
lombardo durante la commemorazione di Andreotti (che dell’avvocato Giorgio
Ambrosoli aveva detto che “se l’era un po’ cercata”). Meno bravi gli altri
consiglieri regionali che non sono usciti e l’hanno lasciato solo, come se
fosse una sua questione personale. Questo intendo dire quando ammonisco che non
basta più essere persone oneste, ci vuole anche il sangue del combattente. Meglio
le curve di Torino (foto di Falcone e Borsellino) e di Palermo (“Andreotti: una
vita contro lo Stato”).
Quanto alle manifestazioni di B. contro i giudici, bisognerà che, se si
presenteranno davanti ai tribunali i sovversivi dell’impunità, qualcuno gli
organizzi delle contromanifestazioni. C’è un limite a ogni indecenza. Anche in
un paese indecente. Scrivi un commento (6 Commenti) |
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Giulio Andreotti. Piccole memorie (sul "Fatto Quotidiano" di ieri) |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Wednesday 08 May 2013 |
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Non posso negarlo. Con lui avevo una questione personale.
Per via dell’assassinio di un prefetto che mi era caro. Ucciso a Palermo il 3
settembre del 1982. Che era stato al suo diretto servizio: lui capo del
governo, il prefetto -allora generale dei carabinieri- alla guida della lotta
al terrorismo. Una settimana dopo quel 3 settembre venne intervistato alla
festa dell’Amicizia (ossia della Democrazia cristiana) da Giampaolo Pansa. Che
gli domandò perché non fosse andato ai funerali del prefetto. “Perché
preferisco andare ai battesimi”, rispose lui mandando in sollucchero il
pubblico. Era la sua ironia, quella che deliziava politici e giornalisti cortigiani.
Poi andò dai democristiani siciliani e li invitò tra gli applausi a respingere
“il falso moralismo di chi ha la bava alla bocca”. Ricordai perciò subito quel
che il prefetto mi aveva detto passeggiando in campagna qualche settimana prima
di essere ucciso, per spiegarmi perché gli fosse così duro rappresentare la
legge a Palermo: “gli andreottiani ci sono dentro fino al collo”. Feci a un
quotidiano alcuni di quei nomi, invitando a cercare nei loro ambienti di
partito i mandanti del delitto e mi costò un marchio di infamia. Scoprii poi
che l’uomo politico si era pubblicamente pronunciato contro la nomina a
prefetto della vittima sostenendo che il vero pericolo venisse da Napoli e non
da Palermo, dove pure avevano tirato giù in pochi anni tutte le più alte
cariche istituzionali. Scoprii ancora che il prefetto, dopo un’intervista del
sindaco (andreottiano) di Palermo aveva scritto al capo del governo, Giovanni
Spadolini, di essersi sentito minacciato “dalla famiglia politica più inquinata
del luogo”. Parole grandi, cupe, che Spadolini, galantuomo, lasciò senza
risposta. Scoprii perfino che il prefetto neonominato era stato invitato a colloquio
dal suo ex superiore e gli aveva “dato però la certezza che non avrò riguardo
per i suoi grandi elettori in Sicilia”. E che questi gli aveva risposto facendo
misterioso riferimento al rientro in Italia di Pietro Inzerillo in una bara e con
un biglietto di dieci dollari in bocca. E scoprii ancora (me lo disse il
giudice Falcone) che il kalashnikov che aveva ucciso Totò Inzerillo, il fratello
di Pietro, era lo stesso che aveva ucciso il prefetto.
A volte le questioni personali fanno vedere ciò che gli altri non vedono, per
pigrizia, per sonno della ragione, o per questioni personali eguali e
contrarie. A volte danno perfino il coraggio di dire ciò che gli altri
tacciono. Fu allora che decisi di scrivere un libro per raccontare quel
“delitto imperfetto” che aveva lasciato sullo sfondo alcune sagome ben
individuabili. Lontane, sfumate, ma visibili. Come quando nulla di preciso si
sa sui fatti ma molto si capisce del clima morale e delle affinità elettive. Prima di avvisi di garanzia e di processi. Per proteggermi scrissi il libro di nascosto e lo feci uscire
in Francia. Pubblicarlo in Italia fu proibitivo, perché l’uomo era potente e
riverito. Era rimasto quasi trenta volte immune da richieste di autorizzazione
a procedere in parlamento. E lo avevano appena applaudito a scena aperta anche alla
festa dell’Unità (del Partito comunista) a Roma. Quando il libro uscì con
Mondadori, grazie a Giulio Bollati e a Corrado Stajano, lui vergò per me sul
“Messaggero” il suo commento: “spero che possa pentirsi di quel che ha scritto”.
Proprio così: “pentirsi”, non “ravvedersi”. Il marchio di infamia divenne a
vita, perché il potere ha memoria di elefante e impersonale, si tramanda nelle
generazioni. Chiamato a spiegare queste cose nel maxiprocesso, prima dichiarò
il falso poi alluse a cose cattive dette dal prefetto nei miei confronti. Ne
venne richiesta l’incriminazione in aula, ma ne uscì con un espediente da
allibire. Alla fine il prefetto ebbe giustizia inaspettata in Cassazione. La
mafia per vendicarsi delle mancate promesse di impunità uccise il capo degli
andreottiani in Sicilia, i cui ricchissimi amici erano già finiti senza scampo
nel processo. Lui dimenticò le cresime e anche i battesimi. E quella volta,
dieci anni dopo, scese a Palermo per un funerale. Perché, come diceva Mao, ci
sono morti più leggere di una piuma e morti che pesano come montagne.
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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 08 May 2013 )
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Monday 06 May 2013 |
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La signora Agnese, che io non ho mai chiamato “Agnese”…Perché
mi ispirava troppo rispetto, con la sua statura minuta, la sua voce sottile, la
sua pettinatura curata che provavano a nascondere, invano, un dolore senza
misura. La signora Agnese che la storia risucchiò, come in un vortice spietato,
verso un giorno di luglio del 1992. La signora Agnese che passeggiava sotto
braccio al marito come in un’immagine di sillabario, di quelli che si usavano
una volta per educare i bambini al bello e al giusto. La signora Agnese se ne è
andata. E quando l’ho saputo ieri a mezzogiorno al seminario tenuto a
Castiglione delle Stiviere da Libera Lombardia, ho fatto fatica a fermare il
pianto, come se avessi l’impulso di completare quello che mi inchiodò per dieci
minuti il viso a una cabina telefonica quel 19 luglio all’aeroporto di Bologna.
Se ne è andata una signora a cui dobbiamo tantissimo. Moglie coraggiosa prima e
dopo, non schiantata da quell’insostenibile pesantezza della vita che sceglie a
caso le sue vittime. Testimone dei segreti del marito, riservata ma decisa a
offrire le sue memorie ai magistrati che gliele chiedevano, posso solo
lontanamente immaginarne la sofferenza accumulata negli anni, compresa quella
per una sentenza passata in giudicato che si è dimostrata certificare il falso.
La trattativa, il depistaggio, i misteri inconfessabili, un film dell’orrore,
di cui non chiese di essere attrice protagonista, ma in cui fu costretta a
stare fino all’ultimo. A lei l’affetto, grande e deferente, di questo blog e,
immagino, dei suoi visitatori. Alla sua famiglia un abbraccio che viene da lontano. Scrivi un commento (13 Commenti) |
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E noi parliamo di corruzione (domattina in Statale). Con qualche domanda sui pazzi solitari |
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Scritto da Nando dalla Chiesa
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Thursday 02 May 2013 |
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Visto e preso atto. Il nuovo governo non ha annunciato tra i
suoi progetti di prima fila né la lotta alla mafia né la lotta alla corruzione.
Niente di nuovo sotto il sole. Sarebbe stato strano il contrario. E devo essere
sincero: se anche fosse stata annunciata da un governo siffatto una lotta senza
quartiere contro la mafia, mi sarei chiesto come fosse possibile crederci. Il
Pd non è mai stato capace di redimere i peccatori, anche se i suoi elettori lo
pensano sempre (“ora ci siamo noi, li controlliamo, ci faremo sentire, e che è mai
questo disfattismo?”). Non venne redento l’Andreotti della solidarietà
nazionale. E nemmeno il B. della Bicamerale. E nemmeno il Psi di Tangentopoli.
Perciò facciamo il più possibile con le nostre forze. Domani mattina alle 10
all’università Statale di Milano andranno in onda i dialoghi dell’ “Espresso”
sulla corruzione. Presenti, per l’Espresso, Bruno Manfellotto e Gianluca Di Feo;
per la Statale il rettore Gianluca Vago e il sottoscritto; per la razza
antropologicamente diversa Piercamillo Davigo e Alfredo Robledo. Credo che non
sentirete stupidaggini.
Una stupidaggine, con tutto il rispetto, mi sembra invece questa storia sempreverde
degli attentatori isolati, dei “pazzi” che agiscono da soli, e perfettamente
soli vanno a uccidere. Saranno pazzi ma il bersaglio e il momento sono sempre
scelti con lucidità da strateghi. Come Pallante che spara a Togliatti (ho visto
recentemente su un libro delle foto che smentiscono senza dubbi che fosse un
solitario). O come l’ “anarchico” Bertoli che tira bombe contro la questura di
Milano. Od Oswald che uccide Kennedy, e poi quello che uccide Oswald. Ah,
quanti utili pazzi che ci sono in circolazione. Intendiamoci, qualche volta ci
sono davvero. Ma io ancora non ci credo per la scuola Morvillo di Brindisi. E
ho seri dubbi anche su Preiti. L’arma, intanto: come l’ha avuta? Dice di averla
comprata al famoso “mercato nero di Alessandria”, dove, come sappiamo, tutti
possiamo comprare le armi; già, lì, al “mercato nero di Alessandria” è come per
i pacchetti di sigarette. Ma i suoi dicono che quando abitava ad Alessandria
era una persona normale. E allora perché doveva comprarsi una pistola? Rosarno non
c’entra niente? Io vedo un muratore (edilizia, edilizia, chi la governa?…)
indebitato con il videopoker, chissà se usurato, a cui si può far fare
qualunque cosa. Perché un disperato
spara sui carabinieri e non (non sto incitando nessuno, sia chiaro) su un
politico? Davvero si va davanti a Palazzo Chigi per sparare su due carabinieri,
che se ne trovano in tutta Italia? O quei due carabinieri nel giorno del
giuramento del nuovo governo vogliono dire qualcosa? Meglio loro che un
politico perché -è la storia d’Italia che lo dice- se colpisci un agente o un
carabiniere non succede niente (però il messaggio arriva!) mentre se colpisci
un politico di primo piano si scatena la reazione e te la vedi brutta, altro
che la storia del muratore pazzo di Rosarno? Non ne sono sicuro, ovviamente.
Può essere narcisismo omicida, può essere tutto. Ma appunto: può essere tutto.
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Ultimo aggiornamento ( Thursday 02 May 2013 )
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Enrico, il sindaco moralista con la passione (politica) della bicicletta |
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Il Fatto Quotidiano, 12.5.13
Bel tipo, l’Enrico. Alto, deciso, dinoccolato. Fosse nato in
Arizona avrebbe fatto lo sceriffo buono. Invece è di Settala, sud di Milano
verso Lodi, uno dei più grandi polmoni verdi della provincia. E quindi fa il
sindaco; buono, naturalmente. Schierato a difesa dell’ambiente (“noi siamo un
baluardo del Parco sud”), tifoso del traffico sostenibile e delle piste
ciclabili, ciclista per passione e per scelta politica. “Altro che auto blu dei
sindaci. Una bella bicicletta. Così fra l’altro vivi di più tra la gente, ti
vedono, ti chiamano, e tu stai a sentire. E poi vedi più da vicino i problemi.
Stamattina per esempio me ne sono andato in giro per osservare le condizioni
del nostro arredo urbano nella frazione di Caleppio, la più popolosa di
Settala, e per controllare lo stato dell’erba, l’altezza delle siepi”. Settala
ed Enrico Sozzi sono tutt’uno. “Già, ormai sono uno dei pochi indigeni, mio
padre faceva il contadino meccanico, guidava il trattore, mia madre ha fatto
per trent’anni l’operaia alla Galbani, reparto salumificio. E io, figlio unico,
ho lavorato come operatore meccanografico alla Siemens; anche da assessore e da
vicesindaco, usando le mie trenta ore di permesso mensili”.
Ha sessant’anni e sembra un ragazzo, questo Gianni Morandi della politica
locale. Fa l’amministratore dall’85, quando venne eletto consigliere comunale e
diventò subito assessore allo sport e alla cultura, per avere poi stabilmente
la delega al bilancio, perché Enrico è uno di quegli amministratori che sa fare
i conti e che non buttano via un euro. D’altronde, oltre a quella per l’ambiente,
ha la passione della legalità. Se ne accorsero tutti durante una memorabile
sfida calcistica giocata nella notte dei tempi. Una partita tra la Settalese e
lo Zelo Buon Persico. L’Enrico era il capitano della Settalese (“mi diedero la
fascia già a diciannove anni, dicevano che ero il più equilibrato”). La squadra
volava verso la vittoria decisiva per 2-0, quando gli avversari segnarono su
punizione a venti minuti dal termine. Solo che il pallone venne trovato fuori
campo. Niente gol. Finché, fra la costernazione dei dirigenti, l’Enrico andò
dall’arbitro a dirgli che il pallone era uscito da un buco della rete. Per
fortuna finì 2-1. Ancora oggi qualcuno ricorda quell’episodio quando sente il
sindaco scagliarsi contro ogni forma di indulgenza verso i corrotti o la
criminalità organizzata. “Dicono che i mafiosi mica ce l’hanno scritto in
fronte di esserlo. E invece io ricordo un’assemblea nazionale dell’Anci nel
1990 a Cagliari. Mi presentarono un
pezzo grosso di Buccinasco o Corsico e io dissi ‘ma quello è un mafioso’. E
almeno stando ai guai giudiziari di quel signore avevo ragione io. Altro che
far finta di niente”.
Oggi il suo rovello di sindaco è il patto di stabilità. “Ma le pare? Siamo tra
i 143 comuni più virtuosi d’Italia, abbiamo speso tutti i residui passivi,
abbiamo in banca 8 milioni e 700mila euro e non li possiamo spendere. Ma sa quel
che si potrebbe fare, il lavoro che si potrebbe mettere in circolo? Nei giorni
scorsi ho incontrato i bambini delle elementari e delle medie. Mi hanno chiesto
perché non si fa un parco giochi, perché l’erba è così alta. E io gli ho
spiegato l’assurdità. E sa che cosa mi ha detto alla fine un bambino? ‘Allora
vuol dire che il governo vuol male ai comuni’. Come spenderei quei soldi? Fosse
per me rifarei prima di tutto la scuola elementare, ormai è obsoleta, mentre le
due materne son più nuove, le abbiamo fatte noi senza chiedere un cent a
nessuno. Rimetterei a posto l’arredo urbano, dedicherei risorse alla
manutenzione del verde, visto che siamo uno dei comuni più estesi di Milano,
diciotto chilometri quadrati, pensi che Sesto San Giovanni sono undici. Mi fa
male vedere le cose in disordine. E comunque noti che riusciamo lo stesso ad
assicurare tutti i servizi essenziali ai più bisognosi. Anzi, abbiamo offerto
ai cittadini un servizio di assistenza fiscale gratuito per la dichiarazione
dei redditi. L’hanno usato circa 1300 persone”.
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