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Buon 25 aprile! W il tricolore libero e bella ciao! (e andate a vedere "Mia madre") PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 25 April 2015
 

W il 25 aprile! Buon 25 aprile a tutti i blogghisti. Festa della Liberazione, festa della gratitudine che mai potrà finire per chi ha dato la vita o l’ha rischiata perché fossimo liberi. Grazie ai capi partigiani, grazie ai diciassettenni dal nome sconosciuto, a cui rende giustizia qualche lapide onorata localmente e talora ignorata dal passante. Buoni settant’anni a quella data lontana eppur così vicina, data di gioia di donne e uomini che riscoprirono la dignità e la bellezza di essere italiani. W bella ciao, la canzone della dolcezza e dell’orgoglio di chi non si arrende.
Purtroppo non potrò essere in piazza a Milano, ma ho goduto di un onore grande: sono stato richiesto di andare a celebrare il 25 aprile per la comunità italiana in Svizzera. E lo farò con la forza e la commozione di chi conosce per tradizione orale la storia dei nostri immigrati nel paradiso delle regole ordinate e della finanza. I muratori e i manovali, i cartelli che vietavano l’ingresso “agli italiani e ai cani”, per dire che i Salvini di oggi sono sempre esistiti. Riincontrerò dopo trent’anni Cosimo Titolo, un sosia perfetto di Enrico Berlinguer, rappresentante delle associazioni degli immigrati, che allora mi portò in giro per tutta la Svizzera per farmi presentare “Delitto imperfetto” (a proposito: il libro uscirà in edicola all’interno di un piano editoriale del Sole 24 Ore, che accoppierà al quotidiano venti libri “classici” sulla legalità, tra cui anche “Il giudice ragazzino”).
Prima di partire per Berna raccomando a tutti di andare a vedere “Mia madre” di Nanni Moretti. L’ho visto ieri sera. Bello, commovente, delicato, divertente, struggente. Bravissimi tutti. Ma Margherita Buy è stratosferica, gigantesca, raramente in vita mia (anche se notoriamente non sono un cinefilo…) ho visto recitare con tanta bravura e intensità.
E ora fate sventolare un tricolore libero. I tempi della politica sono grami, ma noi per fortuna abbiamo i nostri tempi. Auguri!

 

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Bullismo: ci voleva la Littizzetto. Giovani ricercatrici trionfano e il Palazzo di Giustizia affonda PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 13 April 2015
 

Manco da qualche giorno da questi schermi e dunque provo a rimediare. 10 a Luciana Littizzetto per avere detto in tivù il fatto loro a quei genitori degli studenti di Cuneo che, in gita scolastica, hanno infierito vergognosamente su un loro compagno ubriaco, dandosi convegno in camera sua. E perciò puniti con il 4 in condotta (niente promozione a giugno). E perciò difesi, come sempre avviene nel paese dei balocchi e dei cialtroni, dai propri genitori. Furibondi per tanta punizione. Sono ragazzi. Ecco, inizino a crescere e a farsi delle domande. L’età non dà diritto al bullismo. E’ stato un ottimo esempio di tivù civile. Nota a margine: ci voleva una comica per darlo.
10 anche alla Gabanelli. I servizi su Anas e cliniche modenesi (sperimentazioni non dichiarate al paziente) sono stati, una volta di più, passaggi di grande giornalismo d’inchiesta. Vedevo e sentivo, davanti a quel vortice di guadagni stratosferici e alla demolizione di ogni principio di responsabilità, un’amarezza profonda, esistenziale. Si salverà dalla propria testa questo paese fradicio di corruzione? La testa, insisto: il declino della nazione sta nella sua testa. Ho letto in aula lo scritto di Leopardi sui costumi degli italiani nella mia prima lezione del corso di Sociologia e metodi di educazione alla legalità. Di mezzo, da allora, ci sono stati il Risorgimento e la Resistenza. Non sono serviti, purtroppo. Anche se, potendo, parteciperei al primo e alla seconda.
Perché alfine un po’ di Risorgimento e Resistenza ci sono anche oggi. Così venerdì mi sono letteralmente goduto i successi di alcune giovani ricercatrici o studiose a me care al convegno internazionale che abbiamo tenuto alla sala Alessi del Comune di Milano. Tema: la presentazione dei primi risultati della ricerca sulle aziende confiscate che stiamo facendo per la Commissione europea, in vasta coalizione di università e associazioni. Si chiama “Icaro” il nostro progetto. E’ stato un giorno di straordinario interesse. E qui in fede mia vi dico che sono state bravissime non solo Ilaria e Carmela e Verena, ricercatrici, ma anche Francesca, laureanda triennale, ventiduenne (!), che ha fatto una relazione sulla criminalità organizzata in Francia.
10 anche a loro.
Zero invece al responsabile (chiunque sia) della sicurezza nel Tribunale di Milano. Dove chiunque frequenti appena l'ambiente sa quante persone di scorta stiano ogni giorno in stanze e corridoi. Sicché si resta increduli a sapere che un assassino può sparare quanto gli pare senza che nessuno lo fermi. E possa scappare. E che sentendo gli spari nessuno blocchi le uscite in un secondo e le faccia presidiare da armati in altri cinque. Spero che ora nessuno creda alla storiella maldestra del malato di mente, che come sempre viene suggerito di interpretare a chi è ormai pronto per l’ergastolo. Un bacio a Franci, sorella del giovane avvocato dalla schiena diritta, che in questa casa è stata accolta nella sua bella adolescenza come una seconda figlia.

 

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Ultimo aggiornamento ( Monday 13 April 2015 )
Genova 2001. Fu tortura. A proposito di patria del diritto... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 08 April 2015
 

E così la Corte di Strasburgo ha certificato che in Italia e più precisamente a Genova 2001 si è praticata la tortura. Ci sono voluti quattordici anni da quella notte di follie cilene. Dalla notte in cui, più che in ogni altro momento buio, l’Italia ha smesso di essere uno Stato di diritto. Anzi, ha gridato il suo disprezzo primordiale, furente, beffardo perfino, per il diritto. Chissà perché in quattordici anni nessun governo ha voluto anticipare la Corte di Strasburgo. Non c’era bisogno di un tribunale. Bastavano i fatti accaduti e pubblicamente documentati.
Ieri sera una signora, una cartolibraia, si è ricordata per mail delle mie denunce di allora. Che mi costarono un aspro rimprovero del senatore Schifani in aula e un invito a vergognarmi da parte del presidente emerito Cossiga. Ero senatore eletto a Genova e arrivai in città la domenica dopo. Un giovane avvocato della Margherita mi portò alla Diaz. Entrai e rimasi sconvolto dalle tracce del macello. Il sangue si addensava sullo zoccolo delle pareti dei corridoi, segno che i giovani erano stati pestati mentre dormivano o erano comunque nei sacchi a pelo, inermi. Strisce di sangue sulle pareti accompagnavano a una certa distanza i gradini delle scale, segno che giovani sanguinanti erano stati tirati con la testa contro il muro verso l’uscita. Denti e ciuffi di capelli per terra. Una scena mai vista. Con l’assessore all’istruzione della Provincia di Genova (competente per la scuola) facemmo sigillare il portone di ingresso, perché non arrivasse nessuno di notte a far sparire quella documentazione spaventosa. La storia è capricciosa, e mette insieme a più riprese le persone. Le prime denunce giornalistiche le ospitò l’Unità in prima pagina: la mia sulla Diaz, e, accanto, quella di Giuliano Pisapia sul carcere di Bolzaneto.
Tutto era dimostrabile sin dal giorno dopo. Ma abbiamo avuto bisogno di quattordici anni e della Corte di Strasburgo. Nella patria del diritto…Nella Repubblica che offre garanzie ai corrotti ma non si decide a introdurre il reato di tortura.

 

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Il guizzo di civiltà in Rai e la vergogna dell'Olimpico PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 06 April 2015
 

Bravissimo Franco Di Mare a Unomattina oggi! E dunque piena solidarietà, assoluto sostegno di questo blog al giornalista Rai: il quale senza ipocrisia ha attaccato lo striscione indecente e vergognoso comparso sabato nella curva romanista contro la madre di Ciro Esposito, il tifoso napoletano ucciso proprio a Roma da un ultrà imbelvito e lasciato in libera circolazione nonostante i precedenti.
L’accusa a una madre di lucrare sulla morte del figlio solo perché chiede giustizia e non si arrende, e fa interviste per denunciare disperatamente quel che non viene denunciato dai nostri ridicoli presidenti di società, rientra a pieno titolo tra le culture barbariche (nelle quali rientra a sua volta la cultura mafiosa). Sono loro a esigere infatti che chi subisce la violenza soffra e taccia, unica condizione perché gli assassini o i loro complici gli riconoscano “dignità”. Ma senza dignità in questa fetida storia è solo lo striscione apparso all’Olimpico.
Chi lo ha scritto e srotolato sarà anche una esigua minoranza. Però la maggioranza dei “veri sportivi” non è insorta, non l’ha fischiato. E le “autorità” sportive non l’hanno fatto rimuovere. I delitti hanno sempre un loro preciso contesto culturale. Come dico sempre: distinguere senza separare, unire senza confondere.
P.S. Oh, per chiarire: non sto chiedendo a nessuna cooperativa di comprare i miei libri. E' che visto che ne han comprate 500 di quello di D'Alema...Giusto per punzecchiare un po'...O no? 

 

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Ultimo aggiornamento ( Monday 06 April 2015 )
Auguri ai blogghisti! Il sonno del giusto e la sociologia da sveglio. Notizie da luoghi misteriosi PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 06 April 2015
 

Auguri di Buona Pasqua amici blogghisti! In ritardo, lo so. Ma le cose sono andate in  modo un po’ imprevisto, sconvolgendo i programmi precisi e minuziosi predisposti da circa un mese. Siamo partiti in quattro: io, la Biondina, Ugo e Marina amici ottimi. A presidiare la magione e a spadroneggiarvi da par suo, è rimasto eccezionalmente il Gracco maggiore. Noi a zonzo per giorni numero sei.
Per visitare una bellissima città che non vi dico, perché troppi amici vi ho e sono certo che si adonterebbero assai sapendo che ci sono andato e non gliel’ho fatto sapere. Ma non puoi visitare musei e parchi, abbazie e stradine, se devi anche tenere le pubbliche e affettuose relazioni. Be’, non la faccio lunga. Tempo un giorno e mi è arrivata addosso tutta la crisi di stanchezza prodotta da viaggi e progetti, università, conferenze e serate sulla mafia e “vieni-per-favore-i-ragazzi-ci-tengono”: a un certo punto non riuscivo a stare in piedi, pensavo di star male, ho immaginato di tutto e mi sono messo solo in albergo sotto una coperta. Tranne una pausa di due ore, ho dormito dalle quattro del pomeriggio alle dieci del mattino dopo. Mai successo in vita mia. Spossatezza purissima. Una stanchezza biblica. Finita lì? Macché, altre dormite di rinforzo, senza problemi: testa sul cuscino e crollo.
Conseguenze: mi sono ripreso, ho mandato mentalmente a quel paese chi recentemente mi ha ammonito che “ogni tanto bisogna sapere gettare il cuore oltre l’ostacolo” (lo faccio da una vita, grazie del consiglio), e sono fioccati i rimproveri familiari, diretti e telefonici, sull’eccesso di impegni.
In ogni caso, ora tutto bene. Sono su una bellissima isola misteriosa, che ha ammaliato scrittori e pensatori, tra vento e pioggia e incanti di natura, e progetto il corso nuovo di zecca che partirà giovedì prossimo di “Sociologia e metodi di educazione alla legalità”. Me lo sto curando nei dettagli giorno per giorno. Tra ieri sera e stamattina ho realizzato che vi hanno diritto di cittadinanza anche Gentile e Gramsci, Bobbio e Pasolini, e mi ci sto attrezzando mentre annoto le testimonianze importanti che devo (o dovrei) chiamare in aula. Mi entusiasma il solo pensiero di crearlo dal vivo. Ecco dunque perché il calendario è scivolato e gli auguri vi giungono amabili, riposati, freschi, riconoscenti, sinceri, complici, amichevoli, partecipi, solidali e intergenerazionali con un giorno di ritardo. Sorry…
E a proposito di “intergenerazionali”: che bello ricevere tanti auguri da laureati recenti e anche di tanti anni fa. Spesso penso che alla fine, con quello delle amicizie belle accumulate nel tempo, sarà questo il mio inestimabile patrimonio. E, aggiungo, non c’è nessuno che se lo possa comprare, che ne possa diventare azionista, che ci possa lanciare un’opa. Infine, sempre a proposito di patrimonio (morale), riformulo qui la pubblica domanda: c’è per caso qualche cooperativa interessata a comprare 500 copie del mio “Manifesto dell’Antimafia”? Assicuro che è una lettura utile e piacevole….
P.S. Quanto all’esperienza della Scuola di giornalismo, ne parlerò a breve. Ora godetevi i resti delle uova e i canditi delle colombe…

 

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Ultimo aggiornamento ( Monday 06 April 2015 )
Il signor onorevole Paolo Bambagioni. E la peste dei 360 gradi PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 02 April 2015
 

Dunque, come aveva previsto il prestigioso “Le Monde”, è arrivato il giovedì santo…Io però mi premuro di riservarvi le cose buone e dolci per Pasqua. Per ora vi dirò un paio di cose cattivelle. La prima riguarda l’onorevole o consigliere comunale o regionale Paolo Bambagioni. Già, Bambagioni. Che, come avrete capito, non so nemmeno chi sia. Ho solo capito dalle mail che mi spedisce che deve essere un politico toscano. Perché mi scrive anche se non so chi sia? Questo dovreste chiederlo a lui, amici blogghisti. Perché è lui che, per canali a me sconosciuti, ha trovato il mio indirizzo di posta elettronica, mi ha inserito d’autorità nella sua mailing list e mi massacra con notizie di cui non mi frega assolutamente niente. Su quello che fa, sui convegni a cui va, e a cui comunque, da Milano, non riuscirei ad andare nemmeno se mi interessassero. Ho chiesto garbatamente (molto garbatamente, vi assicuro) di non scrivermi più. Già ci pensano l’onorevole Colonnella da Ascoli e l’onorevole Burtone da Catania (che almeno conosco) a tenermi nella loro mailing list per invitarmi ad Ascoli o a Catania. Anche Bambagioni no, per favore. Ma l’onorevole (o consigliere) o chi per lui non se ne è dato per inteso. Chiesta la pietà telematica, ha di nuovo infierito. Già il giorno dopo, come per far capire chi comanda. E allora, in attesa di rivolgermi al garante, mi difendo intanto da solo. E qui solennemente affermo che se fossi in Toscana mai e poi mai, io, Nando dalla Chiesa fu Carlo Alberto, voterei Bambagioni o candidati da lui segnalati. Perché in un politico cerco prima di tutto il rispetto per i cittadini. E uno che ti entra nella mail di prepotenza e ci resta a dispetto delle tue gentili richieste contrarie, dimostra di non averne. Per cui, ecco, chiedetemelo pure: voteresti Bambagioni? Risposta: no grazie.
Oh, ecco. La seconda deplorazione del giovedì santo (che è effettivamente giunto come avevano previsto i migliori sondaggisti…) riguarda l’esercito in continua espansione dei “360 gradi”. Non se ne può più, credetemi. E’ tutto a 360 gradi, e tutti agiscono a 360 gradi, e tutti si interrogano a 360 gradi, e tutti studiano a 360 gradi. Il primo tesista che me lo dice lo faccio tornare la settimana dopo, giusto il tempo di ripassarsi il vocabolario e farsi una bella doccia liberatoria delle fesserie che ci si appiccicano addosso. Non si dice più “ad ampio raggio”, “globalmente”, “interamente”, “in una logica comparata”, “in tutte le sue implicazioni”, “in un orizzonte largo”. Né si usa il più colto “con un approccio sistemico”, o il più ruvido “dalla a alla zeta”. Nossignori: a trecentosessanta gradi, sempre e solo “a 360 gradi”, respirate la mia cultura trigonometrica zotici che non siete altro. Poi ti rendi conto, fra l’altro, che la cosa è stata studiata a 90 gradi o, quando c’è la massima ampiezza di orizzonti, a 180 gradi. Aveva ragione Nanni Moretti: si parla male quando si pensa male.
E, a proposito di linguaggio, vi dirò nel prossimo post di un caso di scuola che mi è capitato nella scuola (appunto) di giornalismo della Statale di Milano. Mantenete la vostra curiosità, perché ne vale la pena.
P.S. Qualcuno conosce una cooperativa disposta a comprare 500 copie del “Manifesto dell’Antimafia”? E’ un libro utile assai, garantisco…
 

 

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Ischia, Pisapia e la magnifica primavera PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 31 March 2015
 

Ecco qua. Uno dice “attenzione che a Ischia ormai è zeppo di camorra” e poi scopri che il sindaco del Pd, stando alle accuse, si ciucciava tangenti a manetta sulla metanizzazione dell’isola. Il metano ti dà una mano, e se sei bravo anche due…A proposito di sindaci, mi chiedono in tanti che cosa ne pensi della rinuncia di Pisapia a Milano. Penso che sia la conseguenza di una fatica titanica. Il primo sindaco di Milano che io ricordi con una maggioranza tutta di sinistra (Tognoli dovette usare i transfughi socialdemocratici), finito dentro un Expo di cui in molti si erano fatti un film da caccia grossa, che ha dovuto arginare appetiti mostruosi (non sempre riuscendoci) e restituire valori e senso civico a una città in cui ormai si negavano le strutture pubbliche perfino per ricordare il 25 aprile, e dove i beni confiscati si potevano assegnare (se ricordo bene) anche agli stilisti. Di più: circondato da provincia e regione e società a partecipazione pubblica generose di varchi per corruzione e criminalità; e a sua volta con incrostazioni clientelari e affaristiche in comune che non poteva certo liquidare in pochi anni. Un sindaco gentiluomo, questo penso, che non si è fatto dettare dai partiti romani e nemmeno dal governo gli organigrammi, e che se ne andrà senza essersi messo in tasca una lira. Chi verrà al suo posto? Ah, saperlo. Chi penso che sia il migliore, la migliore? Non ve lo dico, e forse non lo so nemmeno. Intanto ci penso.
So invece che è bellissimo questo allungarsi delle giornate con il sole, l’arrivo dell’ora legale, tornare a casa con gli ultimi chiarori guardando verso l’alto i palazzi di Milano pieni di verde e di balconi, sentire il vento della primavera in mezzo alla sciarpetta, dono amatissimo della mia assistente alla regia preferita. Bello l’avvicinarsi dei due corsi che inizierò dopo Pasqua: Sociologia della criminalità organizzata il martedì, mercoledì e giovedì di buon mattino (ma in primavera è dolce assai), e Sociologia e metodi di educazione alla legalità mercoledì e giovedì alle quattro e mezzo, per consentire la partecipazione agli insegnanti. Nel primo darò l’alfabeto senza cui non si può combattere la mafia; nel secondo le riflessioni senza cui non la si può vincere. Dissoderò e sperimenterò. Ho alcune idee che mi frullano per la testa che non mi sembrano male, oh yes, specie testimonianze da portare in aula.
E domani sera (inteso come martedì sera) allo spazio Melampo presentazione del libro su Libera di cui già si è detto. Qui però voglio farvi l’elogio di questa piccola e libera casa editrice, la Melampo appunto, che dove c’è da lottare arriva sempre e non prende un euro di commesse pubbliche. Guardate il suo catalogo e resterete ammirati. Ma ve ne parlerò ancora. Così resti stabilito.

 

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Che cosa leggono gli alieni. Diario di viaggio in metropolitana
Il Fatto Quotidiano, 19.4.15

La signora dal colore oliva si rannicchia sulla maglietta rossa, tra mento e braccia si intravvede la prima parte di una scritta, “I love”, con il classico cuore al posto del verbo. La metropolitana macina stazioni ma lei resta nella stessa posizione, china sul suo cellulare. Dialoga concitatamente in isolamento totale, altro che 41 bis. Accanto a lei siede un ragazzo. Scarpe da ginnastica e maglietta bianca a maniche corte con su un disegno stampato. E’ ripiegato sul suo cellulare, pigia pensieri o informazioni, chissà. Il posto alla sua destra viene preso da un giovane uomo evidentemente molto più freddoloso. Giacca e cravatta scure su pantaloni scuri, ma anche soprabito nero attillato. Due mondi diversi. Con un punto di contatto, inesorabile. Il signore tira fuori il cellulare. E fa andare su e giù il display cercando ansiosamente notizie o c’è posta per te. Il dito va su e giù per metri, chissà quante informazioni o quanta posta per lui. Alla mia sinistra la fila di cellulari è infinita. Una ragazza ride, non al signore di fronte ma al display, qualcuno le avrà fatto una battuta o ricordato un momento di allegria.
C’è un signore a mezza via tra il ragazzo in maglietta e il giovane soprabitato. Camicia e giacca senza cravatta. Compulsa il cellulare con occhio cipiglioso e pigia come se a ogni tasto dovesse dare un colpo decisivo alle sorti del mondo. Finché, miracolo, scorgo un signore sui quarantacinque. Con una mano si tiene ai tubi di metallo, con l’altra impugna l’oggetto più scandaloso in quel contesto. Un libro! Ha la copertina arancione, lo vedo di sbieco perché il libro è voltato sulla pagina destra, certo per creare meno impaccio. Vorrei essere Benigni in un film per battergli la mano sul collo e fargli i complimenti. Mi trattengo. Spingo lo sguardo per scorgere almeno il titolo, mi interessa capire che cosa leggano i nuovi alieni. Non ci riesco. Scendo. La prossima volta vorrò sapere il titolo, accidenti.
Nuovo viaggio. Stavolta c’è una batteria di ragazze tutte affaccendate sui loro cellulari. Una che indossa quei jeans che hanno più buchi che stoffa sfoglia golosamente foto che sembrano di gruppo; su e giù, giù e su, com’è giusto. E com’è giusto non curioso. Improvvisamente scorgo una signora con un libro. Dico improvvisamente perché pare che in questa umanità transumante chi ha il cellulare faccia di tutto per farsi sentire mentre chi ha un libro si rannicchi, cerchi di mimetizzarsi. E’ sui quaranta, la signora, tiene raccolti i capelli dietro la nuca. Si libera il posto accanto e mi ci fiondo, senza nemmeno guardare se ci sono invalidi nei dintorni. Voglio vedere il titolo. Ma non ci riesco. La proprietaria maneggia il libro in modo tale che si veda sempre e solo la quarta di copertina. Sembra proteggere il suo segreto. La mia vista da vicino non funziona abbastanza per scorgere eventualmente la piccola scritta in corsivo in testa alle pagine. Lei si accorge della curiosità e si fa sospettosa. Arriva la sua fermata. Ecco, ora chiuderà il libro, penso, e finalmente ci sarà la Rivelazione. Nemmeno per idea. Lo richiude con la copertina rigorosamente appoggiata alla pancia e così, in quella posizione, infila l’oggetto misterioso dentro la borsa. Puff, ecco come si uccide una speranza.
Altro viaggio. Tra le file di indaffarati in adorazione dell’oggetto sacro c’è un tale, cravatta e occhiali, faccia da agente di borsa, con auricolari incorporati e ben due cellulari che egli maneggia con maestria, un po’ come i giocolieri che lanciano birilli in aria davanti ai semafori. Accanto a lui una giovane donna bella ed elegante pigia i pulsanti con movenze da indossatrice. Usa solo il medio, con levità celestiale. Quand’ecco arriva una signora giovane con camicia a pois. E’ incinta e tiene un libro in mano. Si siede. Mi avvicino discretamente. Niente, sembra Leggo solo il verbo “realizzare” o qualcosa del genere in copertina. Poi l’oggetto viene messo orizzontalmente in grembo e da lì non si schioda.
Vorrei di nuovo essere Benigni in un film e chiedere “Bello questo libro?”, ma l’idea di una risposta poco gentile (anche le donne incinte possono arrabbiarsi…) mi trattiene. A distanza di rispetto indovino dei disegnini sulle pagine. Forse, visto anche il titolo, è un manuale per future mamme. Lo immagino e mi intenerisco. Ma non c’è verso di poterlo appurare. Anche perché la signora infila il libro nella borsa dopo due sole fermate, poi controlla (tre secondi) il cellulare e pensa alle cose sue.
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