In libreria
Come è potuto accadere che la 'ndrangheta si sia insediata alle porte di Milano? Come è potuto accadere che Buccinasco, la «Platí del nord», ne sia diventata una delle capitali?
 
 
   
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E fu ancora Stromboli.... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 20 August 2014


 Ebbene sì, sono a Stromboli. Qualcuno lo aveva indovinato, e aveva chiesto conferma privata via mail. Qui ufficialmente lo confermo, senza dire per quanto ci starò né dove è il mio prezioso rifugio. Sappiate solo che dopo tanti anni ho cambiato la casa dei miei libri (ci avevo fatto Le Ribelli, Album di Famiglia, La Convergenza...). Ha comprato Fiorucci, quello dei salumi, e non si affitta più. Tutto chiuso, tutto silenzio e buio in cinque appartamenti un dì pieni di vita e di umano fervore; rumor di cucchiaini, bimbi, dialoghi sottovoce di casa in casa, telefonate nei punti più strambi per prendere la linea, voci di amici che passano, docce, ogni tanto una chitarra. Finito, basta, i ricchi non han bisogno degli affitti.
Però è bello lo stesso, anche in questo diradarsi di presenze e di luci, che riguarda un po' tutta l'isola. La sera vengono le barche di lontano e sostano davanti alla sciara del fuoco in attesa delle meraviglie, della lava che fluisce dai varchi nel cratere. Ma la meraviglia vera per chi si è ciucciato un anno faccia al muro davanti al suo computer, con rinforzo di nuvole e di pioggia in servizio permanente effettivo (ci sono state le licenze meteorologiche, certo, come il sabato e la domenica per l'operaio), la meraviglia vera, dicevo, sono i colori insuperabili, il rosa intenso che si impossessa del cielo per un'ora e poi lo lascia lentamente, quasi impercettibilmente, scivolare verso il blu. Quando questo succede, si liberano i sensi ma anche la mente volteggia che è un piacere.
Lo so, gli amici più fedeli -e ce ne sono, alla facciazza dei "laboriosi e onesti"- vorranno sapere che cosa stia facendo. Detto in breve: a) le bozze del libro su Libera, di cui già amabilmente vi ho parlato; b) ecco la sopresa delle sorprese, la ripubblicazione della "Questione meridionale" di Gramsci, che andrà in libreria dopo l'estate. Più precisamente: mia antologia di scritti gramsciani, diversa da quella del celebre volume Editori Riuniti, e grande fantastica originale Introduzione. Lo sognavo da ragazzo, attendevo la pensione per farlo, ho trovato il coraggio ora, per farne uno dei libri-vetrina con cui festeggeremo in autunno i dieci anni di Melampo (ma sì!). Domani vi dirò pure che cosa ho scoperto spiluccando i Quaderni, che riguarda indirettamente me e i miei compagni di classe al Parini di Milano. Semplicemente impagabile. Ma vi lascio la curiosità e mi tuffo sotto il cielo. Voglio fissarlo, trasferirmelo dentro, farne un album mentale, un sesto senso permanente. Di più non potrei desiderare.
Intanto saluto Federico Orlando, mi sono accorto in ritardo di non averlo fatto. Lo ricordo deputato e intellettuale galantuomo che quando interveniva alla Camera, l'aula si svuotava. Che volete, essendo senza potere, non poteva dire cose interessanti...

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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 20 August 2014 )
Hegel, la pornopolitica e l'assalto calabrese. Buon Ferragosto! PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 14 August 2014
 

Malinconie di metà agosto. Troppe cose accadono che non mi piacciono. Le carneficine che continuano, per esempio. Cerco di parlarne il meno possibile su questo blog, perché non sembri retorica a buon mercato. Ma provo un male interiore nel vedere. Avevo 17 anni quando scoppiò la guerra dei sei giorni, Israele guidata da Moshé Dayan, che prese la striscia di Gaza all’Egitto. Sei giorni… e siamo sempre lì con i macelli, le rappresaglie infinite, e l’Iraq, e i cristiani…Bestie siamo, appena civilizzate da decine di millenni. Mi rigira in mente l’idea di Hegel sulla Storia: un immenso mattatoio. In ogni caso vi consiglio un film delizioso, da cui sono uscito sentendomi meglio. Si intitola “Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente”. Mai titolo fu più sballato. Fa molto Wertmuller ma non c’entra nulla. E’ proprio su Gaza, ideato con delicatezza e fantasia e ironia senza pari. Storia di costume, di pane amore e fantasia in versione palestinese. Si ride, si spera, ci si sente meglio, appunto.
Non parliamo dei baci in Senato. E ora chi avrà più il coraggio di chiamare Totò Cuffaro “vasa vasa”? Quelli si baciavano tutti, con trasporto, dopo avere affettato la Costituzione, amico mio amica mia, viene qui che c’è un bacio anche per te…Se posso osare: uno spettacolo pornografico, almeno sul piano morale. Chi può si legga Stajano sul Corriere di qualche giorno fa (lo devo alla blogghista Mariaaa).
Intanto mi sto subendo un assalto furibondo da alcuni rappresentanti della Calabria, Confindustria, Federturismo, politici regionali, avvocati spagnoleschi, giornalisti tipo “a Fra’ che te serve?”. La mia colpa? La relazione presentata qualche giorno fa per il Comitato antimafia del Comune di Milano (la trovate sul sito del Comune, è l’ultima), e l’allarme lanciato sui possibili segni di presenze di ambienti ‘ndranghetisti  
o contigui nei lavori direttamente o funzionalmente legati a Expo 2015. Sono accusato di razzismo, di avere sostenuto che i calabresi sono tutti mafiosi. Lo dicono e lo ripetono, ovviamente, senza riuscire a citare uno straccio di frase testuale. Ma si esaltano tra loro, e fomentano l’odio contro di me che vivo nel lusso, ho solo il mio cognome, sono un parassita e dovrei “chiedere scusa alla Calabria”. E’ scattata anche la classica vendetta trasversale. Un foglio locale ha titolato in prima pagina “Quando la sorella di Dalla Chiesa prendeva i voti del ‘mafiosi calabresi’”, riferito a Simona, che fu consigliere regionale più di vent’anni fa. E’ un meccanismo potente, scattato da Milano alla Calabria. Loro urlano e qualcosa vuol dire. Ma dalla mia parte dormono, ci sono le vacanze. Dovrebbe uscire domani qualcosa con il “Fatto”, meno male che esiste. Subii queste cose trent’anni fa, allora era la Sicilia. Le tecnologie corrono, le culture civili vanno come tartarughe. Ho però sorriso per avere trovato (in realtà mi è stato segnalato…) un cruciverba di Bartezzaghi: un 9 orizzontale, “il Dalla Chiesa sociologo”, cinque lettere, eddai mi prendo e metto in tasca un sorriso di vanità.
Buon ferragosto a tutti, specialmente ai miei gracchi se mi leggono da qui a domani. Novità editoriali? Sì, e ve le dirò. Per ora metto lì le mie speranze. Che il sole si avvicendi con la luna facendosi vedere, tutti e due.

 

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Gente di Calabria. Meno male che ci sono gli altri calabresi... (scritto sul Fatto di oggi) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 09 August 2014
 

Volete sapere perché l’Italia scivola verso il declino? E perché, soprattutto, la Calabria è la regione più mal messa a reddito e occupazione? Leggete qui: "Sono sconcertato. Non è ammissibile che si spari a zero su un'intera comunità per ottenere notorietà sui media nazionali". A parlare è un signore di nome Giuseppe Nucera, indignato per le denunce del Comitato antimafia del comune di Milano, di cui il sottoscritto è presidente. Colpevole, il Comitato, di avere trovato i segni concreti (e ufficiali) di imprese che rinviano al più classico “milieu” ‘ndranghetista nei lavori direttamente o indirettamente legati a Expo 2015. Giuseppe Nucera non è però un pinco pallino. E’ il delegato di Confindustria Calabria per l'Expo 2015. Rappresenta cioè ufficialmente gli industriali calabresi in vista del grande appuntamento con il mondo. Per questo vale la pena leggere il seguito: "I calabresi sono uomini e donne onesti e laboriosi. Se sono state rintracciate frange di criminalità nel capoluogo lombardo la colpa è da attribuire a quanti in Lombardia hanno deciso di scendere a patti con la criminalità organizzata per agevolazioni e scorciatoie. Eliminare il fenomeno della connivenza tra cosa pubblica e malavita è compito dello Stato che deve essere presente e vigile per bloccare e stanare questo malsano connubio".
E ancora: "La Calabria e i calabresi non possono più sopportare le dichiarazioni del personaggio di turno tese solo a diffamare e denigrare una popolazione che è composta dalla stragrande maggioranza di imprenditori, professionisti e lavoratori onesti. La stessa Lombardia che oggi, a detta di Dalla Chiesa, dovrebbe ‘cacciare’ i nostri corregionali dal suo territorio non può smentire che illustri professionisti di ogni settore, calabresi doc, hanno contribuito a rendere grande quella regione”. Chiusura comica, specie a Milano: “Siamo stanchi di essere ghettizzati".
Che noia, che odor di muffa. Se questa è la “vetrina” dell’ imprenditoria calabrese e del suo dinamismo culturale, povera Calabria. Perché quella del “popolo laborioso e onesto”, è la formula fissa con cui da più di un secolo si pretende sotto ogni latitudine  di esorcizzare la mafia dai luoghi in cui comanda o arriva. Schiere di sindaci, assessori, ministri, avvocati, intellettuali, imprenditori, di epoche e città diverse, da Palermo a Milano, come avessero studiato a uno stesso master, e in realtà per profonda affinità elettiva, hanno sempre usato quel binomio: laborioso e onesto. Dal comitato “Pro Sicilia” che agli inizi del novecento difendeva il deputato crispino Raffaele Palizzolo, imputato dell’assassinio di Emanuele Notarbartolo, fino ai democristiani del “sacco di Palermo”, dai potenti catanesi degli anni ottanta ai protagonisti della politica milanese disfatta da Mani Pulite.
Il dottor Nucera non osa parlare di ‘ndrangheta, ecco, quella parola proprio non ce la fa a pronunciarla. Preferisce “frange di criminalità”, “malavita”, “malsano connubio” (il sindaco Martellucci parlava a Palermo di “malefica tabe”…). Gli sfugge “criminalità organizzata” solo quando deve fustigare coloro che in Lombardia  cercano (e ce ne sono!) i favori della ‘ndrangheta.

 

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Ultimo aggiornamento ( Saturday 09 August 2014 )
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Ricordi di bombe. Ricordi scozzesi. E il maoismo al governo in Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 04 August 2014
 

4 agosto 2014. Quarant’anni fa tornai dal mio lungo soggiorno londinese e da un meraviglioso viaggio in Scozia con il mio amico Maurizio. Ci accolse un’amica in aeroporto dicendo che c’era stata una bomba su un treno vicino a Bologna. Erano passati poco più di due mesi da quella di Brescia. Rimasi incredulo. Ma che diavolo è questo paese?, pensai. Andammo a mangiare in un’osteria di campagna, godendoci il sole e il piacere del cibo italiano e del caffè (allora non c’era Illy in giro per il mondo), felici di essere rientrati ma con quell’incubo nel cuore.
Le stragi sembrano finite ma continuo a sentire inquietudine profonda per le sorti di questo paese, il mio, lo stesso a cui la mia famiglia ha dedicato più di qualcosa. Mi fa male sapere -sapere per certo- che l’Italia è condannata al declino dalla sua testa. Gli altri si riprenderanno dal declino (la Spagna ha già iniziato), noi mai più. Perché la prima risorsa di una nazione non è né il petrolio né l’oro e nemmeno il suo patrimonio artistico; è il suo modo di pensare. E il nostro è bacato dalla corruzione. Il nostro tarlo, la nostra malattia. Eppure non c’è leader politico che lo ponga come il problema dei problemi e agisca di conseguenza. Con le leggi ma soprattutto con il discorso pubblico; e con i meccanismi di selezione dei “decisori”, che come sappiamo hanno effetti a cascata. In proposito consiglio a tutti di leggersi l’articolo di Luca Ricolfi (uno dei massimi sociologi italiani) uscito ieri sulla “Stampa”. Acutissimo. Trovo che il riferimento alla rivoluzione culturale cinese per denunciare il disprezzo di Renzi e del renzismo verso la cultura sia assolutamente fondato. Certo, niente bagni di sangue. Ma l’idea che i medici, gli insegnanti, i magistrati, i professori universitari, debbano essere rieducati dalla politica e svillaneggiati dagli incolti mi sembra calzante. E siccome il partito di Renzi (che poi è quello a cui sono iscritto) sta dimostrando per l’ennesima volta di portare il conformismo nel suo corredo genetico, e di impecorirsi senza orgoglio, guardo con angoscia cercando di limitare i danni con il mio lavoro.
Così tra un paio d’ore presenterò con il comitato antimafia che presiedo a Milano, e alla presenza del sindaco Pisapia, una relazione urgente su quel che sta accadendo a Milano, in particolare su e intorno a Expo. Quanti trionfalismi, finora, quanta giuliva retorica. Forza Italia, Italicum, rialzati Italia, e tutte queste baggianate. Per chi è cresciuto bambino vedendo alzare il tricolore in caserma all’alba, e ogni volta lo ha vissuto quasi come momento sacro, quest’uso ciarlatano del nome “Italia” è insopportabile.  
4 agosto. Quarant’anni dopo penso a quei morti, penso a come fu bello in Scozia tra fiumi, montagne, treni puliti come non ne avevo mai visti, autostop, ragazze gentili, campi sterminati di fragole, bed &breakfast lindi e poetici, bufere da Moby Dick sulle isole. E penso che il mio paese è condannato a non essere mai un grande paese. Dalla sua testa malata. E ora ci mancava l’incultura al potere.

 

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"Riforme": Gherardo superstar. Ma ci vorrebbe Pasolini PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 30 July 2014
 

Tu hai voglia a fissare nuovi ricevimenti studenti, anche il 28 di luglio. Ne troverai sempre valanghe fuori dalla porta, anche quelli che non vedi da mesi e si mettono la coscienza in pace: sono andato da lui perfino il 28 luglio. Morale degli arrivi in extremis, di quelli con cui “ero già in parola”? Per la sessione di dicembre avrò 48 tesi di laurea tutte mie. Ora basta, please, ho la mia età. Forse anche per questo il mio “Manifesto dell’Antimafia” ha ricevuto da Federico Varese sulla Stampa una così generosa recensione. Me la rigusto con una punta di narcisismo: “E’ questo il tipo di solidarietà concreta da cui può ripartire il movimento che sta a cuore a Dalla Chiesa. Grazie al suo Manifesto, questi nostri figli avranno uno strumento in più per portare a termine il compito del presente, quello che noi genitori non siamo riusciti a fare: liberare l’Italia dalla mafia”. Ma che bello, che bello, che bello!
A proposito. Durante il mio (fantastico) soggiorno siciliano ho parlato con un esponente delle locali associazioni dei costruttori. Noi siamo cambiati davvero, mi ha detto. Noi assistiamo chi denuncia, lo accompagniamo personalmente a farlo. Non c’è più la situazione asfissiante, la cappa di una volta. Il ricambio generazionale ha voluto dire molto. A Milano invece siete messi male, eh? I miei colleghi mi dicono che lì comanda la ‘ndrangheta”! Capito? Alla faccia di chi soloneggia che “Milano non è Palermo”. Magari, verrebbe da dire certe volte…Ma sempre a proposito di Sicilia devo suggerirvi (e se no che Anfitrione sarei?) un ristorante scoperto una sera in una poetica piazzetta di Scicli, totalmente riempita di tavolini. Si chiama “Quore matto” (con la “q”) e vi si cucina divinamente. Io ho preso caponata, spaghetti ai ricci con mollica, e una mousse soprannominata “montalbano” (lì c’è il commissariato di polizia dove si girano le scene televisive) fatto di ricotta montata con cannella. Una delizia del genere umano. Chi può ci vada, raramente ho mangiato così bene; e anche per poco.
Ho letto l’intervista di Gherardo Colombo sulle “riforme” in corso, con passaggi forti anche se rispettosi su Napolitano. Bellissima. Ne fece già una molto bella ai tempi della “Bicamerale” di D’Alema. Accidenti, sempre la sinistra di mezzo…Quel che mi fa paura, se devo essere sincero, è lo stratosferico conformismo della massa dei parlamentari Pd. Sento argomentazioni che destano imbarazzo per loro, che spesso conobbi contestatori di ogni autoritarismo. Una pena profonda per il nessuno orgoglio di sé, e contemporaneamente il nessun interesse per il bene pubblico. Ci vorrebbe un Pasolini, per dipingerli come si deve…
(ma qui lasciatemi salutare con rimpianto il grande Giorgio Gaslini!)

 

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La democrazia sbrigativa di Matteo Renzi (scritto sul "Fatto Quotidiano" del 26 luglio) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 27 July 2014
 

C’è qualcosa di stregato in questa deriva che si porta via il paese. Condannato da anni alla schizofrenia che lo sta mandando a fondo: problemi immensi (o piccoli) che lo zavorrano ogni giorno, e un parlamento che sfacciatamente discute sempre di altro, che eleva a questioni di vita o di morte, e dà scadenze, e lavora in agosto e sfida la Costituzione, su urgenze partorite solo dentro i palazzi della politica, si tratti delle leggi per Previti e Berlusconi, dell’indulto o di questa “riforma” del Senato. Una specie di maledizione. Che ricadrà su tutti, anche sui potenti di turno, come è sempre successo.
La domanda regina è semplice: può un parlamento eletto con una legge incostituzionale rifare la Costituzione a colpi di scimitarra? Un tempo qualunque parlamentare avrebbe risposto di no. Per ragioni intuitive, non c’era bisogno che avesse studiato. Glielo insegnava un’etica elementare. Oggi dicono di sì e lo stanno facendo in centinaia. E d’altra parte quella stessa legge (che si ostinano a chiamare la porcata Calderoli) l’hanno usata loro e la difendono loro. Classe politica ringiovanita e con tante più donne, ma figlia di una medesima cultura: il partito prima delle istituzioni, il leader prima del partito (saltando senza sosta da una corrente all’altra), la propria ricandidatura prima di tutto. Il resto è recita, un po’ dramma un po’ commedia. Circondato da silenzi che fanno male.
Velocità, si dice giustamente. Ma chiunque abbia avuto esperienza di Camera o Senato (e purtroppo il capo del governo non ne ha) sa perché i lavori parlamentari sono così lenti. Sa che non c’è bisogno di stracciare la Costituzione. Che in fondo basta, meno gloriosamente ma più seriamente, rifare i regolamenti delle Camere, magari stabilendo che sulle leggi giunte dall’altro ramo del parlamento scatti il silenzio-assenso dopo tre mesi, così che nulla possa essere insabbiato o infilato nel mercimonio politico. Sa che occorre soprattutto intervenire sulla dannazione dei decreti attuativi, vera palude in cui tutto affonda o si snatura. O stabilire che certe materie vengano trattate solo dalle commissioni in sede deliberante. E poi, e anzi in primo luogo, sa che bisogna fare lavorare di più i parlamentari. Certo che si è lenti se si lavora  due giorni e mezzo a settimana. Una cosa scandalosa, visto che con le liste bloccate non c’è nemmeno l’alibi dei rapporti da tenere con il celebre “collegio”. Quale azienda, quale università, quale ospedale potrebbe realizzare i suoi programmi lavorando a mezzo tempo? E se lavorasse due giorni e mezzo, potrebbe mai scaricare la colpa dei propri ritardi sullo Statuto o sulla Carta dei princìpi?
L’idea, poi, che si possa rifare o liquidare il Senato senza avere alle spalle una dottrina o un pensiero, senza che la discussione sia mai andata oltre le insegne luminose (il “Senato delle regioni”: e poi?), condanna a imitare la Lega del “federalismo”: parola magica che ha bloccato il dibattito politico italiano per ritrovarsi vent’anni dopo con  i comuni strangolati dai governi centrali. Altro invece ha indubbiamente senso. Può essere una felice idea attribuire il voto di fiducia alla sola Camera, visti i precedenti. E potrebbe anche essere esplorata la proposta della senatrice a vita Elena Cattaneo: un “senato delle competenze”, una Camera “Alta” per superiore patrimonio collettivo di conoscenze scientifiche e professionali. Sarebbe un ottimo antidoto alla demagogia.

 

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Ultimo aggiornamento ( Sunday 27 July 2014 )
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Leggero siccome farfalla. Pirotecnici al Senato. Buone memorie e arancine semiafricane PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 26 July 2014
 

Eccomi qui, alfine il libro su Libera è stato consegnato. Mi sento leggero come una farfalla. E immodestamente sono pure soddisfatto. Brave le due Martine (Panzarasa e Mazzeo) e Ludovica (Ioppolo). Attenzione, però: non sarà il libro ufficiale di Libera. Ma sarà il libro che un gruppo di sociologi aderenti a Libera ha voluto dedicare a una storia importante, usando gli strumenti della propria disciplina. Con spirito entusiasta, ma sorvegliato dai doveri della scienza. Giusto per chiarezza.
L’articolo che vedete qui accanto, invece, è di domenica 20 luglio (uscito sempre per i pregiati tipi del “Fatto Quotidiano”, naturalmente). Oggi sul “Fatto” ce n’è un altro. Tema: la “democrazia sbrigativa” di Matteo Renzi. Tra essere veloci ed essere sbrigativi c’è un po’ di differenza. E quel che sta succedendo sul Senato mi preoccupa, perché non ha dietro un pensiero, ma mi sembra una produzione pirotecnica: sbrigativa e poco rispettosa dello spirito della Costituzione. In un Paese che ha ben altre urgenze, e giuro che non sono mai stato un “benaltrista”…Comunque vedrete l’articolo più tardi, a edicole chiuse, secondo i patti col giornale.
Recupero il ritardo dicendovi che il ricordo di Paolo Borsellino fatto all’Umanitaria la scorsa settimana, è andato benissimo. Pensate: di sabato pomeriggio, di luglio e nella Milano che si svuota. Be’, era affollatissimo. Non sono bastate le trecento sedie dell’Umanitaria per mettere tutti a sedere. In quei momenti giuro che ti rincuori, e soprattutto pensi che i giusti lasciano ricordi e riconoscenze che non evaporano col tempo.
Vi scrivo da un paese di mare della Sicilia che guarda all’Africa. Son venuto qui per un matrimonio (capita anche a me…). Sole caldo, spiaggia delicata, chioschetto anni cinquanta (per chi sa com’erano) con arancini di riso al nero di seppia. Ragazzi che delizia. Birra, impepata di cozze, e naturalmente un pensiero al campo di Marina di Cinisi con i miei studenti e Libera. E un pensiero alla Summer School che è all’orizzonte.: 8-12 settembre, sulle Ecomafie. E altre cose ancora, che vi dirò. Ora vado e vi saluto. Buon sabato, amici blogghisti !

 

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Ultimo aggiornamento ( Saturday 26 July 2014 )
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Addio a Iaia, tata d'altri tempi
 

Il Fatto Quotidiano, 17.8.14

Aveva un cognome importante, Guttuso. Ma era pura omonimia. Anche se nel celebre quadro della Vucciria sarebbe stata perfetta, neanche un pastore in un presepio, con suoi ricci neri a scegliere il pesce o ad auscultare il cuore delle angurie. Rosa Guttuso era una donna come non ce ne sono praticamente più. Figlia di un carrettiere siciliano e dei bassi di Palermo, era arrivata nel ’50 “a servizio” in una casa della borghesia palermitana, di fronte alle ville Liberty che in poco tempo la mafia avrebbe fatto saltare col tritolo, nella speculazione più sfrontata della storia nazionale.
Si innamorò subito di quella famiglia numerosa e allegra in cui diventò in pochi anni una figura centrale, la tata che dà sicurezza ai bimbi che crescono, da mettere in ordine al mattino e da radunare e contare al tramonto. Benché non avesse studiato (aveva solo la seconda elementare), sapeva il garbo e la buona educazione. Non si risponde male, non si dicono le parolacce “da vastaso” e ci si pettina prima di uscire. La famiglia benestante, ricca di relazioni sociali, le affidò il compito supremo: accudire la piccola tribù dei figli, vestirla, farle da mangiare, pacificarne le liti (“che picchiulìa!”), darle pillole della sua saggezza popolare. Lei accolse quella consegna con orgoglio e dedizione. La praticava tutti i giorni, dal mattino a tarda sera, avendo in casa una stanza riservata a lei. Quella in cui lavorava divenne presto la “sua” famiglia, da cui non si sarebbe mai più staccata. Tanto che vi coinvolse anche la mamma (adibita al bucato prima che arrivasse la lavatrice) e la sorella, che faceva da sartina. Lì conobbe le meraviglie del benessere e della modernità, come se avesse compiuto un improvviso salto di classe sociale. I bimbi amavano i primi “urlatori”, come erano chiamati allora Celentano e Mina; lei invece amava Giacomo Rondinella, purissima canzone napoletana, che le era “simpatico” per dire “bello”. Imparava le parole forbite della famiglia ma ogni tanto le storpiava creativamente come Peppino De Filippo nel famoso personaggio di Pappagone. La pasta al dente diventava “ardente”, non è un granché diventava “gronché”, forse in assonanza con il nome dell’allora presidente della Repubblica .
La amavano anche gli amici dei “suoi” ragazzi -tra cui finii anch’io nei miei soggiorni palermitani-, che imparavano a darle regolarmente del tu. Sempre invitati a frotte a fermarsi a pranzo o a cena, avrebbe cucinato lei per tutti. Melanzane impanate o pasta coi broccoli in padella. Regalava aria di festa, e non ce ne accorgevamo. Toccò l’apice della felicità quando un giorno la signora le disse che per lei era più importante della regina d’Inghilterra. Rosa quarantenne, Rosa cinquantenne, e intorno a lei cresceva un segmento della futura classe dirigente di Palermo.
Era molto religiosa. Di quella ingenua religione popolare che rasenta a volte la superstizione. Così quando il più grande dei ragazzi fu colpito, prima dei trenta, da una leucemia, lei si rivolse con fiducia a Santa Rosalia perché glielo salvasse, convinta di avere tutti i titoli per ricevere la grazia. Non andò così, purtroppo. E lei se ne rammaricò, pensare che era andata a chiedeglielo anche nel giorno della Santa patrona.
Vedeva gli amici dei “suoi” ragazzi diventare professori, medici, ricercatori, professionisti, alcuni li vedeva andare fuori dalla Sicilia, al nord, in Toscana, a Roma, e attraverso di loro, attraverso i “come stai”  conosceva il mondo, lei che il luogo più lontano da Palermo in cui era andata era Sant’Onofrio, a pochi chilometri di costa verso est. Quando la mafia incominciò la mattanza degli uomini dello Stato, lei che era figlia della Palermo più profonda disse che quelle cose erano terribili e ingiuste, e dirlo allora non era acqua fresca. E quando il giovane sindaco Leoluca Orlando si mise a contrastare la mafia, lei guardò a lui con fiducia, rassicurata dal fatto che tutti gli amici dei “suoi” ragazzi stessero dalla parte del sindaco. Giocava sempre due numeri al lotto, vinse una volta sola nella vita, e diede parte della piccola vincita al minore dei suoi ragazzi, proprio come fosse suo figlio.
A un certo punto non ce la fece più. Di colpo si accorse che faticava. I ragazzi avevano lasciato la casa uno dopo l’altro. Se ne andò al quartiere popolare di Sampolo, lei e la sorella in un piccolo appartamento al primo piano. Una telefonata all’anno, forse meno, dagli amici che avevano riempito la casa di gioia e a cui lei aveva fatto e dato festa senza risparmio. Sempre chiedendo notizie dei loro figli, perché di tutti si ricordava. Palermo cambiava ancora, e la “primavera” diventava una gelata. Con l’età Rosa divenne sempre più piccola, minuscola. Così per avere qualche rapporto con il mondo, lo stesso che prima le entrava in casa a tutte le ore del giorno, si metteva al balcone per vedere passare la gente, issandosi su un predellino per sporgersi meglio al davanzale. Vederla così un giorno fu una malinconia.
L’altro ieri se ne è andata, spegnendosi come una candela. E io sento il dovere di raccontare questa storia italiana, che parla di migliaia di donne come lei, andate nel dopoguerra a trovare la loro “vera” famiglia in un’altra casa, per finire la vita in solitudine. Nelle loro storie c’è una grandezza pari solo all’ingiustizia della loro fine.