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Come ?potuto accadere che la 'ndrangheta si sia insediata alle porte di Milano? Come ?potuto accadere che Buccinasco, la «Plat?del nord? ne sia diventata una delle capitali?
 
 
   
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Protestare per il Messico, ricordare Lea Garofalo, e gli anni di Melampo. Ovvero: la vita è lotta PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 23 November 2014
Il mondo va un po’ di sghimbescio. E nessuno dei grandi della terra, e nemmeno dei piccoli di questa nazione, è capace di dire parole di verità, anche sgradevoli ma responsabili. Ripeto, ripeto per i distratti: nulla tornerà come prima e noi italiani siamo zavorrati dalla nostra testa, anziché essere baciati dal nostro genio. Mi appassiono, mi inquieto, mi indigno sempre più alla questione messicana, su cui pare stendersi un velo di indifferenza (anche su questo blog, purtroppo, a giudicare dalle idee che gli giungono).
Il 4 dicembre pomeriggio, dalle 15, faremo a Scienze politiche il convegno “Migrazione e criminalità organizzata in Messico”. Promuovono l’Osservatorio sulla criminalità organizzata, la Carovana Migranti e Amnesty. Con tanto di testimoni messicani. Intanto un gruppo di sessantottini milanesi, visto che l’attuale ministro degli Esteri fu uno di loro, e visto che non tutto fu da buttare, hanno organizzato una delegazione di protesta per lunedì pomeriggio al consolato messicano per le stragi senza fine.
Il 4 dicembre, ho detto. E in effetti per Milano si avvicinano date importanti. Lunedì due cose di rilievo: al pomeriggio in aula magna in Statale “Uniti per i pazienti”, contro lo strapotere del medico sul paziente, specie in oncologia. Vedrete su questo la mia storia di domani sul Fatto. E alla sera, 20.30, fiaccolata musicale dall’Arco della Pace (Sempione) per ricordare nel giorno del suo assassinio Lea Garofalo. Si andrà tutti fino al giardino intitolato a lei, vicino alla casa che fu dei suoi aguzzini, mettendo dei totem con i primi dodici articoli della Costituzione. Una grande scelta di civiltà.
E poi c’è il 3 dicembre sera, con il grande esordio, tutto esaurito, del Piccolo e di “C’è chi dice no. Ogni notte ha un’alba”, testo del vostro Anfitrione e Marco Rampoldi, il regista, ma soprattutto idee e brani dei miei studenti e ricercatori. Se ne sta occupando anche la stampa tedesca, ci credereste? E il mattino dopo la laurea ad honorem in comunicazione pubblica e di impresa a don Ciotti, don Colmegna e don Rigoldi. Ragazzi, che bello….è straripato per la trentesima volta in qualche decennio il Seveso, ma la città sta cambiando.
E poi ieri è giunto in libreria “La questione meridionale” di Gramsci. La mia nuova antologia che spiega attraverso Gramsci l’attuale “questione meridionale”: il peggio del sud che si mangia il nord con il consenso, la complicità o l’indifferenza delle classi dirigenti settentrionali. Non perdetevelo, perché vi assicuro (per me è stato così) che riprendere Gramsci in mano o prenderlo in mano per la prima volta significa andare in paradiso: dalla galline alle aquile. Editore: Melampo, questa piccola casa editrice che si è appena fatta i suoi dieci anni, mettendo nelle biblioteche delle persone libri importanti, diventando un riferimento su mafia, giustizia, diritti, democrazia. E senza mai cedere a offerte che avrebbero portato a stravendere (ve lo garantisco!) colpendo il senso dell’etica pubblica. Non tutti lo fanno. Perciò qui canto le lodi della piccola casa preziosa. Che essa abbia buona vita.

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Ultimo aggiornamento ( Tuesday 25 November 2014 )
'Ndrangheta moderna. Il nord, i silenzi e i pataccari PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 22 November 2014
 

Il Fatto Quotidiano, 21.11.14
E ora mettiamoli tutti in fila. A destra le legioni di sindaci, ministri, prefetti, imprenditori e politici di ogni rango che per decenni hanno negato la presenza della mafia in Lombardia. A sinistra le legioni, ugualmente numerose, di altri politici, imprenditori, professionisti, intellettuali e giornalisti che negli ultimi tempi si sono avvicendati su palchi e cattedre e tavole rotonde, per spiegare, da esperti doc, che oggi il “vero mafioso” non è più quello “con la coppola e la lupara” o “che fa i giuramenti di fedeltà a vita”, ma è un professionista raffinato che porta il doppio petto e parla fluentemente l’inglese. Licenziamoli tutti. Perché due cose sappiamo con certezza: che la mafia c’è e che il “vero mafioso” parla giusto il suo dialetto e fa ancora i riti di iniziazione; anzi, ormai li fa anche in Lombardia, dove dovrebbe esprimere la sua faccia moderna e finanziaria.
Se al nord siamo giunti a questo punto è perché ci si è abbeverati di rimozione e di luoghi comuni evitando accuratamente di fare l’unica cosa sensata da fare quando si ha un nemico davanti: studiarlo, conoscerlo. Molto tempo fa, negli anni ottanta, ci fu in Brianza un bravo sindaco, si chiamava Erminio Barzaghi, che mobilitava i  propri concittadini di Giussano e decine di colleghi contro le organizzazioni mafiose; avviate, un sequestro di persona dopo l’altro, un compiacente invio al confino dopo l’altro, una bomba dopo l’altra, a “cucinarsi” una delle aree più ricche del paese. Non era un mafiologo, Barzaghi. Ma da amministratore responsabile capì decenni fa quel che ancora tanti amministratori del nord (leghisti compresi) si ostinano a non capire. Che “l’avvenire nostro e dei nostri figli” (così si espresse quel sindaco in un discorso) è in pericolo, perché il peggio del sud si sposa ormai con il peggio del nord. Sembra incredibile che le decine di processi celebrati dagli anni novanta a oggi, le denunce documentate prodotte da minoranze, spesso esigue, della società civile, non siano riusciti a cambiare nulla o quasi nella testa della classe dirigente settentrionale. La quale, nel migliore dei casi, da qualche tempo fa dibattiti e si interroga. E tuttavia abdica alla sua funzione: nulla facendo perché la politica, le associazioni imprenditoriali e di categoria, gli ordini professionali, la stessa magistratura (basti pensare alla lunghissima impunità giudiziaria ligure), assumano posizioni coerenti nei fatti, invece di accontentarsi di protocolli e di codici etici mai rispettati. 
Si è affermata, chissà perché, l’idea che al nord la mafia (includendo nel termine tutte le forme possibili di organizzazione mafiosa, a partire da quella ormai dominante, la ‘ndrangheta) al massimo ricicli i soldi, ma non “faccia” davvero la mafia. E’ la versione aggiornata della Rimozione. Frutto della stessa sciagurata convinzione che porta tante corti giudicanti, del tutto a digiuno di studi e conoscenze sul fenomeno mafioso, a mandare assolti fior di clan dall’imputazione di 416 bis. Certo, è la motivazione, chi nega che siano al nord, e d’altronde dove dovrebbero investire i soldi? ma qui fanno affari, non commettono il reato di associazione mafiosa. Un giorno, quando sollevai questo problema alla Scuola Superiore della Magistratura, un sostituto procuratore mi confidò durante un intervallo: “Io sono dovuto andare in Sicilia per vedere condannati per associazione mafiosa determinati comportamenti. Finché ero in Piemonte, con quegli stessi esatti comportamenti non ci riuscivo”. Perché, appunto, “al nord fanno cose più rispettabili”.
E invece mettono bombe, incendiano, fanno estorsioni, uccidono, fanno riti di affiliazione, intimidiscono e terrorizzano testimoni, corrompono politici e pubblici funzionari, raccolgono voti, fanno prestito a usura, impongono servizi e forniture, smaltiscono rifiuti tossici, dettano piani regolatori.
Quando la finiremo dunque di auto-immaginarci che cosa fa davvero la mafia nelle contrade settentrionali? Quando riusciremo a convincerci che passo dopo passo i clan, quelli calabresi soprattutto, si stanno impadronendo di pezzi di economia e di società del nord, specie nel nord-ovest e nell’Emilia Romagna, con la complicità di una zona grigia che ha le sue propaggini ovunque? Che le situazioni di Milano, Monza-Brianza, Torino e ponente ligure sono da allarme rosso, e che tutto quello che sembrava infiacchito, o addirittura scomparso, continua a covare sotto la cenere, vedi i casi di Lecco e di Fino Mornasco?

 

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Messico e nuvole (e qualcosa di più). Con comici patti e buone pratiche a margine PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 17 November 2014
 

Quant’ acqua, blogghisti cari! Non ne ricordo tanta su Milano da non so quanti decenni. Anzi, forse non ne ho mai vista tanta come sabato scorso. Non per questo parlerò  di “bomba d’acqua”, come ormai fanno con soave demenza i nostri giornali. Dirò solo che il vento che levava le foglie agli alberi (dove ovviamente ci stavano “come d’autunno”) ostruiva pure i tombini. Milano allagata ovunque. Tempi pessimi per i sindaci. Sia per chi affronta le emergenze nelle notti dei week end come Pisapia, sia per Doria che è bighellone, sia per Marino che sembrava un marziano nella rivolta anti-immigrati di Tor Sapienza, dove i politici di destra arrivavano a ondate a farsi vedere, compreso Borghezio. Il primo parlamentare lo capisci, il secondo pure, poi quando ne conti dieci, uno dopo l’altro, pensi che gli abitanti in sommossa siano solo una riserva di caccia.
In ogni caso sotto il diluvio sono andato sabato pomeriggio a Quarto Oggiaro a un pomeriggio sulla legalità. Incredibile che la sala fosse piena in quelle condizioni, pur mancando la metà dei relatori per il maltempo (il sindaco c’era, però). Però, come cambiano i quartieri e le città sotto la spinta delle minoranze, mi sono detto. Quello che tutti immaginano come il Bronx milanese ormai pullula di associazioni, educatori, consiglieri di zona bravi, a partire da un giovane presidente, Simone Zambelli; o di scuole (la Trilussa, ad esempio) che fanno mostre sulla legalità da mandare in giro per l’Italia. Quarto Oggiaro che si ribella alla sua storia. Guai ai pregiudizi, vien da ammonire.
Guai a chi tace ed è complice, invece, sul Messico. Ancora mi chiedo perché non ci sia una mobilitazione internazionale contro la dittatura dei narcos, ci fosse una dittatura militare fascista avremmo cortei e pubbliche mozioni anche nei più piccoli consigli comunali. E’ ora di difendere il diritto alla vita e alla libertà di milioni di ragazzi messicani. Ricordo che quando organizzavo il festival internazionale dei diritti a Genova c’era (quasi) sempre molto pubblico, ma la volta che proposi il caso dei narcos messicani portando giornalisti in prima fila e familiari di desaparecidos, in sala c’erano ventinove (ventinove) persone. Chi voglia avere informazioni sensate sulle ultime settimane le cerchi sugli ultimi due numeri dell’”Internazionale”.
Non chiedetemi però del patto del Nazareno, che sembra diventato il Patto Gentiloni o il Patto di Varsavia, davvero la miscela politica-giornalismo tocca delle punte di servilismo (e comicità) indescrivibili. Mi sono consolato ieri ospitando nella magione da cui partirono alla vita i due gracchi. Occasione unica, che mi ha fatto scorrere poi verso notte fonda il lavoro sulle sudate carte. Me li guardo, penso al loro passato (che conosco abbastanza), al loro futuro (che non conosco), e penso che l’amore di padre non ha confronti. E con questa commovente confessione vi saluto. Buona settimana. E se si fa qualche manifestazione sul Messico, andateci, veniteci.

 

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Ultimo aggiornamento ( Monday 17 November 2014 )
Riccardo, la leggenda del Santo Bevitore PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 10 November 2014
Qui accanto trovate l'articolo che ho scritto ieri su Riccardo Orioles per Il Fatto Quotidiano. Il protagonista mi ha fatto avere a stretto giro di posta una nota di suo pugno su come vorrebbe essere ricordato nei secoli. Eccola:

"Di Riccardo, infine, voglio ricordare l'eccezionale resistenza all'alcool. Fedele alle tradizioni di una stirpe che tanto apprezzò nei secoli l'opera di Bacco,  non si tirò mai indietro di fronte al brandy nè dinanzi alla grappa, contribuendo validamente alla causa dell'internazionalismo proletario con un coscienzioso consumo sia di rum che di vodka. Amante del Barolo e del Verdicchio, del Sangiovese, del Merlot e del Cannonau, nonchè del Montepulciano tanto d'Abruzzo quanto di Toscana, Egli predilesse tuttavia - nulla negando agli sforzi di altre regioni d'Italia - il forte e robustoso Nero d'Avola, di cui nei suoi ultimi anni fu valente e mai domo bevitore. Possa la sua Sicilia ricordarlo per questo e rendere il giusto omaggio a colui che sostenne gran parte della battaglia dell'Isola contro l'acqua in bottiglia e la Coca-Cola. Esempio e monito, ecc.".

 
:-)

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Ultimo aggiornamento ( Monday 10 November 2014 )
Visco for president. E si torni a Gramsci oggi pomeriggio (severo monito...) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 09 November 2014
 E così ci ha dovuto pensare il governatore della Banca d’Italia. Ci voleva Ignazio Visco per dire, tra una Leopolda e una cena col generone romano, che l’Italia non può riprendersi senza lotta alla corruzione e all’evasione fiscale (e alle mafie, aggiungo io). Ragazzi, meno male che ci sono i famosi poteri forti. La politica “giovane” e frizzante parla ogni giorno di Italia ma vive nella stratosfera. E con la sua insipienza aggrava la crisi invece di contrastarla. Ripeto, ripeto: la crisi sta nella nostra testa. E se quella non cambia non ce la faremo mai. Le fasi di crescita o di sviluppo, come quelle di declino, sono sempre legate alle mentalità dei popoli.
Uno che ci credesse davvero avrebbe già detto al ministro della pubblica amministrazione o della semplificazione o quel che c’è: amico o amica che non stai qui solo a fare comunicati stampa, vai in giro, vedi tutte le inutili vessazioni burocratiche che infliggiamo ai cittadini, studia in tutti i settori della vita nazionale che cosa fa perdere tempo inutilmente, che cosa scoraggia il famoso “fare”, e toglilo di mezzo. Parla con gli imprenditori, con i commercianti, con le università, con le associazioni, con i consumatori; e libera l’Italia dalla sua peste.
Sgessiamo il paese. Ogni passaggio burocratico è una richiesta di favore o addirittura una tangente in più, perdita di tempo in un mondo che corre, non basta che il capo del governo si metta le scarpe da ginnastica per ché il suo paese corra. Fine del predicozzo.
Va bene intanto il festival dei beni confiscati milanese. La gente partecipa, la gente si rende conto finalmente. Ho tenuto con qualche emozione (e come evitarla?) la lezione pubblica su Pio La Torre e mentre la facevo mi rendevo conto ancora di più della grandezza del personaggio. Chi fa educazione alla legalità si faccia anche carico di un po’ di storia, perbacco. Perciò faremo storia e attualità oggi presentando nel bene confiscato di via Monti 41 il libro sulla storia sociale dei vent’anni di Libera (“La scelta Libera”) alle 17, e poi alle 18 la mia nuova antologia gramsciana sulla Questione meridionale: un tuffo nel grande pensiero politico (e vi assicuro che si respira!) e un ritorno ai “Quaderni del carcere” per capire a fondo la crisi di oggi, ovvero perché il peggio del sud sta conquistando il nord. Il primo libro è (ovviamente e simbolicamente) delle Edizioni Gruppo Abele, il secondo invece è di Melampo, che celebra così i suoi dieci anni di vita. Premiateli questi dieci anni, visto che vi hanno dato tanti libri sulle cause più giuste. La nuova “Questione meridionale”  sarà in libreria il 21. Prenotate gente, prenotate! E buona domenica a tutti.
 

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Ultimo aggiornamento ( Sunday 09 November 2014 )
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Festival dei beni confiscati. La mia lezione pubblica su Pio La Torre PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 06 November 2014
 

E così oggi inizia il Festival dei beni confiscati di Milano. E’ il terzo organizzato dal Comune. Leggo che qualcuno (il movimento antimafia è proprio impagabile…) si chiede malmostoso che cosa ci sia da festeggiare. Be’, nello specifico il fatto che questi beni siano stati confiscati e restituiti alla collettività , oltre al fatto che i loro vecchi proprietari siano stati presi e condannati. O no? O bisogna lamentarsene? Se poi il riferimento è alla situazione generale, be’, allora non festeggiamo più il compleanno, né il Natale, e nemmeno facciamo le feste delle nostre associazioni, comunque denominate… In ogni caso, mentre siamo costretti ad assistere a cose non da festeggiare ma che fanno letteralmente schifo (l’ultima il tentativo di alcuni personaggi dei Ros di usare un pentito di ‘ndrangheta per diffamare due punti di forza dell’antimafia come il maresciallo Gallo e il procuratore aggiunto Nobili: massima solidarietà!!), il movimento dà segni di salute. Non vi ho potuto parlare della tre giorni di Contromafie a Roma, il 24-26 ottobre a Roma, ma è stata magnifica (bravo Lorenzo, bravi tutti!). L’edizione migliore delle tre realizzate finora. Nessuna demagogia, nel 2009 ce n’era stata tanta e l’avevo detto subito. Più testa. E un’aria più bella, anche umanamente. Ora a Milano parte questo grande ciclo, che vede intrecciarsi il progetto del Comune, quelli dell’Università, quelli del Teatro Piccolo. Due mesi pieni.
C’è però una cosa che, per quel che mi riguarda, sono contento di fare: ed è la lezione pubblica su Pio La Torre, domani alle 12 nel bene confiscato di via Curtatone 12. Trovo incredibile che in tante visite o addirittura soggiorni nei beni confiscati nessuno ricordi agli ospiti che c’è stato un signore che ci ha lasciato la vita per sequestrare e confiscare i patrimoni mafiosi. O addirittura che tra gli studenti che hanno partecipato nelle scuole a iniziative sulla legalità
, il nome di Pio La Torre venga associato nella metà dei casi alla mafia anziché all’antimafia. Questa è una colpa immensa di tutti. Che parliamo di memoria ma non la sappiamo fare, che magnifichiamo l’istituto della confisca, ma non ne raccontiamo le origini insanguinate. Vi attendo con i miei studenti. E sappiate che la sala in cui si terrà la lezione verrà data all’Osservatorio sulla criminalità organizzata per i suoi seminari, le sue iniziative, ma anche per farne un luogo aperto di studio, discussione e ricerca. E, proprio per questi chiari di luna, non dovremmo festeggiare?
(il programma del Festival lo trovate su google; domenica pomeriggio, una in fila all’altra, prima presentazione assoluta sia del libro su Libera -La scelta Libera. Giovani nei movimenti antimafia- con Ludovica Ioppolo, Martina Mazzeo e Martina Panzarasa, sia della mia nuova antologia della Questione meridionale di Gramsci, con me medesimo e Pierfrancesco Majorino; regista Barbara Sorrentini, Radiopop).

 

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Di Augusto e della sua amicizia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 06 November 2014
 

E alla fine lo scrivo. Per ormai quasi due settimane me lo sono tenuto in testa (e nel cuore) senza metterlo su questo Blog. Troppi gli amici che da qui ho dovuto salutare nel 2014. Un altro, e a cui ero così legato, non ce lo volevo mettere. Ma Augusto, da me detto  Kusten (così sta scritto sulla mia agendina), non c’è più e si sente. Parlo, molti lo sapranno già, di Augusto Bianchi, il celebre avvocato milanese, scrittore, autore teatrale, mecenate, titolare del delizioso salotto di sinistra di corso Venezia, dove ogni giovedì sera decine e decine di persone, a volte anche centocinquanta-duecento, venivano ospitate a cena, distribuite in più stanze, per poi avere la sorpresa finale, rigorosamente segreta: un intellettuale, uno scrittore, un politico, un artista, un magistrato, o esponente di associazioni, o medico o testimone dei tempi, che veniva invitato a raccontare, a spiegare, a chiedere sostegno alle sue battaglie. Su un piccolo podio, come in un teatro. Vietate, in genere, le presentazioni di libri. L’ospitalità generosa senza fine aveva infatti le sue regole. La cui infrazione poteva scatenare collere bibliche. Non si usa il telefonino (era rimasto l’unico ambiente in grado di imporre questa regole di civiltà), non ci si sostituisce al padrone di casa nell’aprire porte e portoni quando suona il citofono, si tace durante gli incontri con l’ospite, non si portano a rimorchio persone razziste o che abbiano precedenti penali o di dubbia moralità, ecc. Se ne è andato, Kusten, lontano dai molti amici ai quali aveva nascosto il suo male, rapidissimo. Con l’orgoglio, tante volte ripetuto, che in vent’anni in casa sua non aveva mai messo piede nessun transfuga e nessun inquisito.
Dal suo salotto è passata, a raccontarsi, la migliore umanità. Premi Nobel e senatori a vita, grandi filosofi e artisti anche stranieri, e pittori e musicisti poveri in canna di cui lui scopriva il talento. Ultimamente, e di questo gli sarò sempre grato, aveva chiesto di portare anche i miei studenti, a qualcuno dei quali aveva anche riservato la parte “nobile” della serata. Gli piacevano, ci scommetteva, li voleva aiutare.
Dolce Kusten, che in nome di suo padre, morto in Grecia durante la guerra quando lui aveva un anno, aveva scoperto gli alpini e l’amor di patria. La sua è storia ricca, piena di invenzioni e di generosità verso ogni causa giusta, perché tutte le cause giuste lo smuovevano. Con la sua Rosanna, in arte Willy Bianchi, ho battuto decine di palcoscenici. Lei in veste di Anna La Rosa, mi intervistava nelle vesti di Berlusconi, e io la maltrattavo, e lui rideva di gusto. Manca a tanti, e manca a me, accidenti, anche se a quei giovedì, alla fine, riuscivo ad andarci due volte all’anno perché ci sono i dibattiti, i viaggi ecc., le mie spugne inesorabili. Era poi lui che compariva in ogni mia occasione pubblica importante. A incoraggiare, a farsi vedere. Pronto a coinvolgersi, a trovare una ragione di interesse ma anche di allegria, a partire dal Mantova Musica Festival. Be’, la smetto qui, perché di Kusten parlerei a lungo, proprio quanto potevano durare le notti del giovedì se arrivavano gli attori di uno spettacolo teatrale per il turno di cena dopo la mezzanotte. Addio e grazie, amico carissimo.

 

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Qui Molfetta. La filosofa Luisa e il b&b letterario
 

Il Fatto Quotidiano, 16.11.14

Grazie a Dio c’è ancora qualcuno che gioca a carte con il suo destino. Anche se è giovane, donna e meridionale. Luisa Gissi ha appena iniziato. Ha alle spalle la sua prima stagione estiva da imprenditrice turistica. Un b&b a Molfetta, di cui un’ospite mi ha raccontato meraviglie. Fermandosi su un dettaglio fuori moda: turismo, sì, ma anche un libro ovunque. Perché quel che questa ragazza ha immaginato scommettendo sulla sua terra invece di lasciarla è un bed & breakfast “letterario”. L’aggettivo racconta un progetto. Descrive questi nuovi laureati che la cultura non la vogliono buttare, facciano i baristi o coltivino un vigneto od offrano stanze ai turisti. “E’ iniziato la scorsa estate. E ora facciamo i primi bilanci. Ma l’attività non è chiusa. Vediamo che ora vengono da noi anche rappresentanti di commercio, gente della capitaneria di porto in trasferta, architetti”.
Il “noi” fa capire che Luisa non è sola. E indica due donne pugliesi, una adulta, una ancora ragazza, diventate amiche dieci anni fa in un laboratorio teatrale. Antonella, 40 anni, si definisce “restauratrice delusa”. Dopo un po' di anni passati girovagando senza fortuna per l'Italia, aveva deciso di provarci a casa sua. Ritorno a Molfetta, l’apertura di una bottega di restauro, festeggiamenti e speranze ma affari magri. La passione per la vita l’ha aiutata a reinventarsi in mestieri nuovi: assistenza bancaria, modello call center. Poi c’è Luisa. “I libri sono la mia vita. Mi sono laureata in filosofia, dopo un Erasmus a Parigi, con una tesi in Etica sociale. Argomento: la resistenza come pratica filosofica. Perciò mi ostino nel tentativo di far coincidere il pensiero con le azioni della quotidianità. Alla terribile domanda ‘ma che ci fai con una laurea in filosofia?’ ho sempre risposto: qualcosa inventerò. Una collaborazione a progetto con il giornale online “Undertrenta”, un corso sull'editoria che aspetta di evolversi in qualcos'altro e idee, di questo ho vissuto finora e ancora un po’ ne vivo. Da queste parti pochi possono permettersi di avere un lavoro solo”.

 
Poi un giorno l'occasione: la proprietaria di un immobile nel centro storico, una signora tedesca, che cerca nuovi gestori per un bed and breakfast. “Proprio di fronte al mare, dove la felicità è un'idea semplice. La prima cosa che abbiamo fatto con Antonella è stata quella di cambiargli il nome. Era ‘Vico Campanile’, l’abbiamo chiamato ‘Il Mulino di Amleto’. Sa, in una leggenda nordica è un appellativo del mare. Amleto non solo personaggio shakespeariano ma anche principe di Danimarca, dunque sovrano della scogliera su cui il mare si rifrange come una macina. Noi maciniamo idee. L'idea del mulino poi ci ricorda che siamo delle ‘chisciottimiste’; e il dubbio, non solo teatrale ma propriamente ontologico, è una delle caratteristiche che ci permette di migliorare sempre”. Chisciottimiste, ontologico: non saranno mica un po’ svitate per fare affari in tempi di crisi? Anche perché le stanze da affittare sono solo tre.

 

Ma Luisa è ormai lanciata. “Che cosa vuol dire un bed and breakfast letterario? Intanto che l'ambientazione è tematica: abbiamo messo libri dappertutto. I mobili che c’erano li abbiamo tenuti. Ma ci abbiamo aggiunto la letteratura. Le tre stanze sono dedicate ciascuna a un personaggio letterario (uno è don Chisciotte, appunto). Abbiamo messo citazioni sui muri lungo le scale. Anche le tovagliette e gli strofinacci ne sono pieni. Gli ospiti possono giocare al bookcrossing. E poi ci sono il salone degli eventi e il terrazzo che ci aiutano a vedere e reinventarci la bellezza. Senta, non faccia quell’espressione, perché ancora le devo parlare della Lib(e)rOfficina, che è un termine per indicare la mobilità sostenibile del pensiero. E' il nome che abbiamo dato all’associazione culturale fondata con l'aiuto di amici preziosissimi: un gioco di parole tra libro e libertà, che non può dissociarsi dal riferimento all'azione”. Dichiara lo statuto: "Le finalità che l’Associazione si propone sono di promozione della lettura e più in generale della cultura, e di sensibilizzazione alle tematiche ecologiche e in particolare all’uso della bicicletta."

 
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