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Sciolto il Municipio di Ostia. A chi giova? Tra Gabrielli e Bruce PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 27 August 2015
Sciolto il municipio di Ostia mentre imperversano le foto di Ignazio Marino sindaco di Roma che fa il sub ai Caraibi. Ma benedett'uomo, ma ti sembra il caso? Non dico prendere esempio da Pisapia che se ne è stato apposta tutto agosto a Milano (vedi la bella intervista di Gianni Barbacetto sul Fatto di oggi), ma tenere conto che si è nel pieno del ciclone di Mafia Capitale no, eh? Almeno come Rutelli, che se ne andava ad Anzio...Dopodiché, come si può vedere dall'articolo qui accanto, scritto dopo l' università itinerante fatta a Ostia tra fine luglio e inizio agosto, io speravo che lì lasciassero realizzare la rivoluzione amministrativa di Alfonso Sabella, che stava finalmente pestando i piedi agli interessi onnipotenti. Invece ci andrà un burocrate di governo. Speriamo che faccia bene. Anche perché nel frattempo il prefetto Franco Gabrielli, che molti hanno giustamente chiamato in causa per il funerale con la musica del Padrino, avrà per premio sotto il suo protettorato/  controllo ben otto settori dell'attività del Campidoglio. Di più, coordinerà comune e regione per il Giubileo. Ci sono davvero carriere che nascono a prova di bomba.
Per rilassarsi: Born to run, una delle canzoni cult di Bruce Springsteen, fa quarant'anni. Ovvero ci sono giovani che nascono vecchi e  vecchie canzoni che restano giovani...

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I Casamonica e i pesci in barile PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 23 August 2015
Casamonica: fantastica questa storia dell'elicotterista e dei due sottufficiali che non hanno avvertito i superiori. Sono loro i responsabili, basta così. Nessuno, sapendo, aveva previsto nulla? E che ci stanno a fare le pubbliche autorità, a partire da ministero dell'Interno e prefettura? Mai visti questi funerali nella Sicilia degli anni cinquanta o sessanta? Troppo lontani? Ce ne fu uno del genere per la figlia di un camorrista anche a Ponte Lambro a Milano, anni novanta. Le autorizzazioni per l'elicottero chi le ha date? Dunque ognuno può prenderne uno e sorvolare la città e gettare quel che gli pare sulla gente? Come direbbero a Napoli: ma stiamo pazziando? E i vigili che dirigono il corteo fermando le auto? Che figura di palta, ragazzi. Senza contare quell'indegno parroco che lo rifarebbe ancora. S'io fossi papa lo caccerei a pedate fino all'equatore. Poi vai a fare i funerali a chi muore di fame o di guerra. Certo, un funerale non si può negare a nessuno. Però ai suicidi si nega. Però a chi ha chiesto l'eutanasia si nega. Che schifo...Diciamolo dunque: in Sicilia non sarebbe mai successo. A Roma succede perché "qui non c'è la mafia"...Ci sono solo i Casamonica che abitano a tariffe popolari le case del Comune...
Vorrei ricordare solo una cosa a chi oggi fa lo gnorri dentro le istituzioni: quando nel '77 il nazista Kappler scappò dall'ospedale militare del Celio eludendo (si disse) la sorveglianza del carabiniere di turno, pagò il generale dei carabinieri responsabile di tutto il centro Italia. Responsabilità oggettiva. Ed era sicuramente più innocente dei rappresentanti dello Stato in questo scandalo mondiale. Altri tempi, altre complicità. Poi però non lamentatevi se in giro per il mondo ci danno dei mafiosi....

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Fiori in via Carini. Pensierino sul comune cittadino PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 23 August 2015
Via Carini. Il Comune di Palermo è intervenuto a riparare lo sfregio. Le foto che, attraverso Rita, ho ricevuto dal sindaco Orlando parlano di un inedito decoro, di un sentimento di riconoscenza. Dopodiché, insisto, se avessi un luogo così sotto casa o sul mio marciapedi, sarei io come cittadino a curarlo... Per capire che cosa penso, ecco quello che ha scritto una mia amica e collega bolognese, sociologa del diritto, dopo avere letto della vicenda. Certo, lei, di nome Stefania, ha chiamato suo figlio Carlo Alberto. Ma sono sentimenti che potrebbero avere milioni di cittadini. Almeno credo.

"Tutte le volte che mi capita di andare a Palermo, passo da Via Carini. È il mio appuntamento fisso con quella lapide di bronzo. Vado per rivedere il Generale chino a proteggere la giovane moglie.
Tutte le volte il piccolo portafiori è vuoto. E tutto diventava ancora più triste. La cosa che più mi fa rabbia, e che verifico, tutte le volte, è che a pochi metri c'è una piccola nicchia con una madonnina allestita con tantissimi fiori freschi.
Tutte le volte vado dal fioraio davanti all'Ucciardone e prendo un piccolo mazzo di fiori e lascio questo mio umilissimo dono al Generale che non può sentirsi solo anche ora.
Riguardo il bassorilievo con un peso al cuore. Ora sembra meno vuoto. Arrivederci Generale. Ci vediamo la prossima volta che  passo per Palermo."

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Palermo, via Carini. Quel tricolore di malinconia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 18 August 2015
 

Il Paese ha i suoi problemi con l’Europa. E con tante altre cose, grandi e piccole. Tra queste piccole, proprio tra le più piccole, ce n’è uno, che riguarda la sua coscienza e la sua memoria. Ed è il modo in cui, alla faccia di cerimonie e di inviti alla memoria e all’amor patrio, vengono tenuti i luoghi in cui caddero i servitori dello Stato e i cittadini come loro, e le lapidi che li ricordano. Una volta di più la cosa tocca la lapide di via Carini a Palermo, dedicata al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa,  alla sua seconda moglie Emmanuela Setti Carraro e all’agente di polizia Domenico Russo, che lì sotto furono uccisi dalla mafia il 3 settembre di trentatré anni fa. Uno sproposito di anni, roba che si fa fatica a ricordare.

Mia sorella Rita era in questi giorni a Palermo. Oggi è andata in via Carini e ci ha trovato la solita incuria civile, che per le commemorazioni del 3 settembre, e solo per allora, verrà rimossa per decoro. Mezza fioriera, l’altra metà chissà chi se l’è fregata. Dentro, bicchierini di caffè vuoti e cicche di sigarette. Una bicicletta posteggiata con gaia innocenza proprio sotto la lapide, nemmeno un metro di marciapiede per loro devono avere quei tre. Di fiori nemmeno l’ombra. Allora Rita ha cercato una bancarella dove comprare un tricolore, ci ha fatto una rudimentale bandiera, ci ha scritto in centro “papà” e l’ha messa lì, dietro la bici.

Prima era andata a vedere l’albero Falcone e via D’Amelio. Amore, cura, testimonianze sacrosante. Sono loro, i due giudici, gli eroi simbolici della Sicilia. Loro, anche perché, da siciliani, hanno rappresentato il riscatto di un’isola intera. Loro il giusto riferimento di nuove generazioni. Proprio lei con la Biondina si erano indignate un mattino trovando a pezzi le statue dei due giudici disposte su una panchina in via Libertà....Si è chiesta però perché l’abbandono del prefetto venuto da fuori, andato a offrirsi per la Sicilia sapendo che cosa lo aspettava, perché per lui quella trasandatezza. Ne aveva già scritto tempo fa, inutilmente. E ne ha riscritto oggi sulla sua pagina facebook, lo trovate sulla sua e anche su quella della Biondina. Ci sono le foto del prima e del poi, comunque malinconiche.

Nulla di eccezionale. La memoria è così, selettiva, lo vediamo già nella nostra vita, per le nostre cose, i nostri amici. Lo vediamo per altri siciliani eroici che hanno lapidi abbandonate. Forse dovrebbero essere i negozianti, icittadini lì accanto a farsi un punto di onore, di orgoglio, a trasformare quel luogo in un minuscolo luogo di culto civile. Io almeno sotto casa mia farei così. Un paese dove questo non si sente come ragione di orgoglio, non dico come dovere, o dove addirittura qualcuno considera una iattura dovere convivere con quel segno di lutto sulla propria via, sul proprio marciapiede, non è un bel paese. Forse non è nemmeno il mio paese. Poi c’è la Patria. Ma questo è un altro discorso. Grazie Rita.

 

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Ultimo aggiornamento ( Tuesday 18 August 2015 )
Quando l'Unità era un grande giornale. E due domande al colto pubblico PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 14 August 2015
 

Ma l’avete presa in mano la nuova “Unità”? Vi sembra il giornale fondato da Antonio Gramsci? No, dico, mica per la linea politica. Credo che ai tempi lo stesso Gramsci avrebbe fatto fatica a riconoscersi in un giornale che appoggiava l’invasione d’Ungheria. Dico per il rapporto con la realtà, per gli orizzonti in cui il giornale si specchia. Sembra una corte, non il mondo (imperdibile alcuni giorni fa il commento di Marco Travaglio sul racconto del nuovo direttore di un proprio viaggio al seguito della Boschi).
Ecco, se avete una qualche venatura di nostalgia per la vecchia Unità vi interesserà il libro appena pubblicato da Melampo: “Quando l’Unità era un grande giornale”. Autore Ibio Paolucci, storico cronista di giudiziaria ma non solo. Paolucci ebbe molti meriti, tra cui quello di schierare risolutamente (e non gli fu sempre facilissimo) il giornale dalla parte delle istituzioni contro il terrorismo. Ora ha scelto i suoi articoli e le sue interviste più significativi dagli anni cinquanta agli anni novanta, permettendo al lettore di rivedere un mondo ricchissimo di grandi personaggi e di grandi passioni. A sua richiesta (grazie, grazie) gli ho scritto anche una prefazione. Non malignate, però: il titolo è stato innocentemente deciso prima ancora che si sapesse del ritorno in edicola della testata. A quel punto ho chiesto a Ibio: ma vuoi tenere lo stesso quel titolo, non si rischia di sembrar polemici? Risposta: il titolo non si tocca. Obbedito. Quando potrete andare in una delle poche librerie rimaste aperte in Italia (chissà perché negli altri paesi le piccole non chiudono, o viviamo in tempi diversi dagli altri, o sono diverse le civiltà…), ricordatevi del grande Ibio e del grande giornale.
Fra l’altro mi sono reso conto che Melampo ha involontariamente ma felicemente  infilato in poco più di un anno una specie di collana d’oro della più luminosa tradizione del vecchio Pci: prima il miglior libro su Berlinguer, ovvero il “Strada per strada, casa per casa” di Pierpaolo Farina; poi, modestamente, la mia nuova antologia della “Questione meridionale” di Gramsci, con sessanta pagine, mica una sverza, di introduzione; quindi il commovente “Sulle ginocchia” di Franco La Torre, dedicato a suo padre Pio; e ora questo di Paolucci sulla storia dell’Unità. Bene, mi compiaccio, stringo la mano a me medesimo, a Lillo, a Jimmy e a Paoletta.
Infine due domande veloci veloci (cuore universitario…). Prima: lo sapete che domani si chiudono le domande di iscrizione alla Summer School di settembre (7-11) su Mafia e Sanità (materia incandescente)? I ritardatari vadano su
www.sps.unimi.it. Spicciarsi, prego. Seconda: siete andati a leggervi il primo numero della “Rivista di Studi e Ricerche sulla Criminalità Organizzata”, prima rivista accademica sul tema nella storia dell’università italiana? E’ gratis, pelandroni. Andate su www.riviste.unimi.it. Ci troverete tante cose utili, ma in particolare una relazione storica di Falcone e Turone sui livelli dei delitti di mafia, giugno 1982, poi sparita dalle citazioni. Forza che domani è Ferragosto. Le vacanze aiutano la lettura. Presso i popoli civili, naturalmente.

 

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Ultimo aggiornamento ( Friday 14 August 2015 )
I cieli di Irlanda. E spigolature sociali PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 13 August 2015
 

Eccomi qui, fresco di Irlanda. “Fresco” nel vero senso della parola, viste le temperature deliziose, sempre golf e sciarpa leggera. E’ stato come rivivere, per di più avendo lasciato il computer a casa. Dell’Irlanda mi piace tutto o quasi. Mi piacciono i “cieli di Irlanda”, naturalmente. Quella combinazione di nuvole scure, di nuvole candide e di azzurro sfolgorante, in successione, in condominio, con noncuranza, senza tante scene. Con le nuvole di pioggia che camminano a grappoli, le sfumature e gli strati del grigio che si fanno infiniti e mobili, sicché mai il cielo è piatto e uniforme. Io che non so di foto, ho provato stavolta la voglia irresistibile di portarmi a casa una piccola antologia di questi esemplari di cielo. E ne sono, ohibò, molto soddisfatto.
Mi piace poi la gente che è allegra e canta e fa amicizia nei pub, a tutte le età. Mi piacciono le ballate e quel repertorio nazional-popolare che tutti sanno a memoria, e che un simpaticissimo autista alle isole Aran cantava al microfono mentre ci accompagnava sul pullmino. Mi piace l’abitudine naturale di dire “sorry” ogni volta che ci si tocca o sfiora, indipendentemente da chi poteva stare più attento. Quando me lo sentivo dire (e capitava, perché nelle vie centrali di Dublino procedono di buon cammino fiumane intere, chi si ferma è perduto…), pensavo a Milano. Agli “stia più attento” (con seguito di vaffa se quello o quella educatamente risponde), ai “guardi come cammina” o all’indimenticabile  “e sarà meglio” che ebbi in risposta da un marrano a un mio “mi scusi”. La carica del rancore sociale si misura in questi dettagli. Poi vengono gli immigrati.
Dell’Irlanda mi piace anche la cultura, perfino un giovane che chiedeva l’elemosina su via O’ Connell ingannava il tempo leggendo il giornale. E le piccole librerie ci sono, chissà perché il tempo di internet lì non distrugge le librerie. Bei ricordi, belle emozioni. Anzi, alle Aran la biondina mi ha fotografato di spalle mentre ero solo sul bordo della immensa spiaggia da bassa marea, a due passi dall’acqua. Quella foto, lo confesso, mi piace assai, mi suona simbolica e la userò un po’ a illustrare la storia di me medesimo ai posteri di famiglia.
Ricordo che quando nel ’93 mi candidai sindaco a Milano (che volete farci, le memorie riemergono), mi chiesero dove avrei voluto vivere se non fossi stato milanese. Risposi “in Irlanda” e fu la prova che ero inadeguato a guidare la grande metropoli. Dovevo dire “a Boston”…Ohi di quante fesserie si compone la cosiddetta intelligenza collettiva. Da cui la società civile non è affatto immune. Il che non vuol dire che la retorica anti-società civile non abbia qualcosa di rancido. Ho seguito nella settimana irlandese la vicenda delle nomine Rai e, quando ho visto i brillanti esiti, mi sono ricordato dei proclami di Renzi contro l’occupazione delle tivù da parte della politica. Un pugno di mesi ed è già passato ai proclami contro la società civile. Pochi principi ma incerti. Ben ritrovati, amici blogghisti!

 

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In difesa di Marino. Dopo l'università itinerante... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 03 August 2015
 

E così la gloriosa spedizione di studenti e ricercatori è tornata dall’università itinerante, quinta edizione, tema Ostia-Mafia Capitale. E qui in fede mia vi dico le due cose seguenti. La prima è che, una volta che l’aula universitaria abbia fornito una rigorosa  formazione di base, non vi è nulla come l’università itinerante capace di produrre conoscenza avanzata. Sia perché è grazie a questo tipo di esperienze che si entra in contatto con ciò che andrà sui libri quattro o cinque anno dopo. Sia perché questo modo di imparare, partecipando in gruppo, stabilendo e rafforzando gruppi umani, alimenta la ricerca scientifica di una formidabile ricchezza di relazioni interpersonali, emotive e cognitive (oh che bei termini che ho usato, complimenti prof) . La seconda cosa che vi dico (sempre in fede mia) è che mai ho visto comunità scientifica giovane altrettanto attrezzata e appassionata della mia. Facevo finta di pensare ad altro mentre in pineta i miei virgulti e le mie virgultine discutevano tra loro, e in realtà inorgoglivo per le loro pensate.
E’ stato bellissimo anche vederli, i virgulti e le virgultine, dipingere sotto la direzione di un artista locale un ignobile muro abusivamente eretto in passato tra la spiaggia ora liberata da Uisp e Libera e gli stabilimenti confinanti. Così che sul muro dell’illegalità sono comparse progressivamente figure di persone senza volto che si tenevano per mano, quasi a significare che oltrepassavano il manufatto abusivo, comunicando che esso era stato di fatto abbattuto. Di Ostia scriverò a breve sul Fatto. Della sua storia sociale, urbana e criminale. Molto però mi ha colpito l’impunita ascesa dei clan criminali e il loro intreccio con la corruzione della capitale. E mi sono convinto, alla fine, che l’attacco a Marino nasce non solo dalla sua relativa inconsistenza politica, ma soprattutto dalla sua estraneità ai giochi dello scambio criminal-politico. Per cui da qui ufficialmente dichiaro di fare il tifo perché il Municipio di Ostia non venga sciolto per infiltrazione mafiosa, ma il prode Alfonso Sabella possa portarvi a termine, da commissario speciale, il suo programma di rivoluzione amministrativa.
Altre cose avrei da dirvi. Dal linguaggio che il capo del governo usa per rispondere alle critiche, che mi sembra andare oltre le classiche “venature autoritarie”, fino allo scandalo di locali come il Cocoricò di Riccione, dove i ragazzi minorenni raccontano al “Corriere” che le droghe sintetiche si trovano senza problemi. Colpa del Cocoricò, certo. Ma colpa anche di chi lascia crescere cervelli adolescenziali con l’idea folle che si possa e soprattutto si debba andare oltre i meravigliosi limiti che la natura ci ha imposto. E infine un pensiero al 2 agosto appena finito. A quelle decine di innocenti che hanno avuto giustizia giudiziaria, ma non la giustizia che solo può venire dalla conoscenza della verità…A loro una memoria deferente.

 

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Mafia litorale. Ostia impunita e la battaglia di Alfonso Sabella
 

Il Fatto Quotidiano, 15.8.15

Il monumento a Pasolini, sobrio, quasi delicato, si intravede dal cancello. Un cartello invita a entrare liberandosi della catena, aprite il lucchetto. Ma il lucchetto non si apre. Ostia, zona idroscalo, tot metri sotto il livello del mare. Arrivi e sei subito adocchiato e registrato. Quando lo scrittore venne qui a trovare morte misteriosa non poteva immaginare che vi sarebbero fiorite le nuove famiglie criminali, in grado di parlare a tu per tu con i boss più titolati al mondo, Cosa Nostra, gente dei Caruana e dei Cuntrera, mafia agrigentina involatasi da Siculiana verso le Americhe. E invece le nuove famiglie criminali sono arrivate. Autoctone, da nessuno trapiantate, nomadi stanziali giunte un giorno dall’Abruzzo. I Fasciani. E con i Fasciani gli Spada, clan imparentati tra loro; e gli Spada interni ai Casamonica, metà Ostia metà Roma. Un sistema criminale integrato e mobile, che a fisarmonica ha conquistato l’affaccio sul mare della capitale d’Italia, l’unica in Europa con Atene a godere di tanta fortuna.
Una fortuna sperperata se oggi un pezzo di Mafia Capitale è questa Mafia Litorale, gruppi criminali misti formatisi all’occupazione militare delle spiagge, narcotraffico, usura e stabilimenti balneari. In principio fu Fiumicino, porto e aeroporto, un comune più esteso di Milano: opportunità incontrollabili di affari e speculazioni, e rifugi per i latitanti siciliani. E migliaia di deportati in arrivo da un’Urbe che spazzava via case a grappoli per realizzare il grande raccordo anulare. Un impasto sociologico, urbanistico, che nel disinteresse della borghesia romana allevava illegalità e turpitudini estetiche.
All’inizio degli anni novanta giunse la prima autonomia per la circoscrizione, la nascita del Municipio di Ostia, presidente Angelo Bonelli, giovane verde poi finito nelle mire dei clan: auto bruciata, casa incendiata nell’indifferenza della stampa locale, compresa quella più blasonata e nazionale. Tutto prevedibile, come quando la società civile si ritira, essendo meno disposta a difendere i suoi valori di quanto i clan siano disposti a difendere i loro affari. Istituzioni silenti e paurose. Corruzione a gogo dei funzionari, tanto che tutte e tre le nuove dirigenti portate a Ostia da Alfonso Sabella nella sua veste di assessore alla legalità nominato dal sindaco Marino a commissario del Municipio hanno ricevuto le loro brave intimidazioni appena arrivate.

Perché è davvero Mafia Litorale. Con un livello di impunità assoluta. Pochi giorni fa il fratello del presidente del porto appena arrestato, Mauro Balini, ha licenziato un ragazzo del suo stabilimento, riposo eccessivo durante il lavoro e casuale vicinanza ai movimenti antimafia, e per non essere troppo tenero lo ha chiuso in una cabina, ce lo ha tenuto, e mentre da fuori si udivano le urla lo ha pestato, 40 giorni di prognosi. A Ostia negli stabilimenti non si fanno scontrini neanche a chi li chiede, è una lotta impari. Perciò serpeggia una diffidenza autentica verso la spiaggia eretica, un lotto vinto da Uisp (la più grande associazione di promozione sportiva nazionale, di sinistra)e Libera, scontrino numero 550 e passa alle cinque e mezzo del pomeriggio, una cifra record perché gli scontrini basta farli, l’ha fotografato uno degli studenti e laureati venuti con il sottoscritto per una esperienza di università itinerante, per vedere in diretta come Pignatone e Prestipino, i giudici registi di “Mafia Capitale”, non vaneggino affatto. Questi sconci accadono solo quando il sistema se ne nutre. Di più, quando il potere fa della criminalità organizzata un’utile forza di intimidazione dentro un sistema di assoggettamento e omertà più grande, congrega di ex galeotti, assessori, gabinetti di sindaci e cooperative.
Dirompente, dunque, la spiaggia eretica. Che aprendo profondità gratuite verso la battigia a bagnanti increduli spezza il lungomare ribattezzato “lungomuro”, chilometri senza mare e senza edicole perché neanche un Corriere (dello Sport) si prende, o un giornalino, troppa cultura. Silenzio assoluto degli ambientalisti, non parliamo del Pd, qui anche i cinque stelle vanno a braccetto con i signori degli stabilimenti balneari. Gente potente, perché, sembrerà incredibile, ma i presidenti delle federazioni balneari nazionali sono precisamente di Ostia, loro alla testa della grande battaglia europea per sdemanializzare le spiagge cementificate.

Alfonso Sabella appare in questo contesto un generoso utopista, portatore della sconosciuta novella della legge e del diritto. Ricco di consensi plaudenti, associazioni civili, albergatori e ristoratori indignati e spossati, preti, insegnanti, studenti; ma accerchiato da chi non aspetta altro che lo scioglimento per mafia del Municipio per liberarsene, oh che bello, viva l’antimafia, guarda un po’ gli scherzi della storia. Gli studenti milanesi lo hanno ascoltato come in una grande intervista collettiva, una radiografia impietosa del potere amministrativo, la mafia 4.0 che non si scontra con lo Stato ma se lo compra. Lo hanno applaudito a lungo prima che tornasse al suo lavoro, la cravatta sotto un’afa da schiantare. Mafia Litorale e Mafia Capitale. Nessuno le separi. E nessuno dimentichi nulla. Là dove Pasolini cercava il mondo degli emarginati stava nascendo un nuovo pezzo del Palazzo. Quello di cui l’intellettuale scomodo ancora non sapeva.

 
 
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