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Come è potuto accadere che la 'ndrangheta si sia insediata alle porte di Milano? Come è potuto accadere che Buccinasco, la «Platí del nord», ne sia diventata una delle capitali?
 
 
   
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Innamorarsi di Stromboli. Ovvero perché qui il cielo non è "punteggiato" di stelle... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 27 August 2014

Alba da urlo a Stromboli. Il sole è già caldo alle sette meno un quarto (quando tutto ciò vi arriverà, dipenderà dal campo creato ogni giorno dal vento e dal vulcano). La risacca è morbida, sembra una carezza della natura, senti il suo ritmo da lontano eppure è delicatissima. Potrebbe essere fragore, furia, ma il mare si contiene. Per questo tutto è ancor più delicato, come quando un uomo ruvido o facile alla rissa offre un fiore o un sorriso.
La notte il vulcano rosseggia meno, ma giuro che ho visto la lava scendere, ho visto la lingua di fuoco venire giù per un pendio dal nuovo cratere, e senza bisogno di andare all'osservatorio, ero sul terrazzo della casa che ci ospita. Il cielo, invece, il cielo di queste notti è letteralmente indescrivibile. Il carro sta sotto, governa la volta verso il mare. Grande, maestoso, signore del cielo senza luna. E più la notte si fa fonda più scende verso il mare, fino a scomparirci dentro quando non si sente nemmeno più un cane che abbaia da lontano. Le altre stelle sbocciano senza fine, non si tratta solo della via Lattea. E' una moltiplicazione di luci che si fanno tessuto cristallino, come se tutta la volta fosse in realtà un immenso tessuto luminoso. L'espressione "punteggiato di stelle" è un insulto alla realtà. Le stelle non punteggiano il cielo, lo fanno. Tanto che sopra i tuoi occhi (perché da un certo momento in poi mi stendo sul classico "bisuolo" a occhi in su) scopri d'improvviso distese di bianco brillante a sfondo blu. Nulla a che fare con la carta da cielo dei presepi, che pur di stelle abbondano. Quanto alle ore che vanno dalla fine pomeriggio alla notte, be', in cento minuti i colori della natura passano in rassegna almeno metà della più ricca e fantasiosa confezione infantile di pastelli. A Francesca, che è venuta a trovarmi da Ginostra, ho suggerito, per avere un'idea, il "Racconto di un naufrago" di Garcìa Marquez.
Volete sapere come va il lavoro? Bene grazie, anche se maledettamente complicato dalle difficoltà di comunicazione. Ho riletto in ogni caso il libro su "Libera" (andrà in stampa tra dieci giorni) e mi sono onestamente compiaciuto. Abbiamo fatto un bel lavoro, ma giudicherete voi. Buona giornata a tutti, blogghisti amici miei o amici immaginari.

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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 27 August 2014 )
L'Antimafia calabrese e la censura della stampa garantista. Giusto per sapere.... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 24 August 2014

Premessa doverosa. I blogghisti sanno già della polemica scatenata contro di me in Calabria per la Relazione del Comitato antimafia del Comune di Milano, colpevole di avere lanciato l'allarme 'ndrangheta sui lavori Expo 2015. E sanno già che, per questo, sono stato accusato di razzismo, di volere "cacciare i calabresi da Milano". Si sono alleati nell'accusa un po' di politici, imprenditori e giornalisti. Sul "Fatto" di martedì scorso il presidente della Commissione antimafia della Regione Calabria, Salvatore Magarò, mi ha difeso con le argomentazioni più sensate. E' stato immediatamente attaccato da Piero Sansonetti, lo ricordate?, quello che mandò a picco "Liberazione" e che faceva comparsate a gogo da Bruno Vespa, a cui serviva tanto nella parte di quello di sinistra "garantista". Ora Sansonetti, nelle sue peregrinazioni, è finito a dirigere un foglio semiclandestino in Calabria, e siccome è un garantista si è rifiutato di pubblicare la replica del presidente dell'Antimafia calabrese. Questo Blog (che ha dieci volte i lettori del foglio in questione) la pubblica invece in nome della libertà di informazione. Sul nome del foglio semiclandestino (qui oscurato per fare il gioco che vi sto dicendo) invece vi propongo un giochino: vedete, senza andare in rete, se ve ne viene in mente il possibile nome...


Gentile (si fa per dire) Piero Sansonetti,
le sfuggono un paio di questioni di contesto.

 

1.Il mio breve intervento, parzialmente rimaneggiato e uscito tardivamente su il Fatto, è stato inviato alle 14.50 del 9 agosto a Raffaele Nisticò, un suo collaboratore, che me l'aveva ripetutamente sollecitato.
Di quell'intervento (pure - se vuole - sconclusionato, ma non era un corsivo: non saprei scriverlo) è rimasta una citazione di un paio di righe e un eco nel titolo: "a Magarò va bene così". Cifra invero poco garantista nei miei confronti e del modesto ragionamento imbastito: lo scandalo è la 'ndrangheta, non le parole di Dalla Chiesa. In quel contesto, a caldo e visto che il destinatario era il giornale da lei diretto, ovviamente era citato esplicitamente l'articolo di Davide Varì (magari se lo faccia inviare da Nisticò).
A distanza di tempo e su altro giornale quei riferimenti sono ovviamente saltati. A me resta l'amarezza e il dubbio che le opinioni distoniche non trovino spazio sul *******.
2. Ieri sono stato raggiunto al telefono da Davide Varì, il quale si è esibito in un crescendo di insolenze. Nervi poco saldi, scortesia e aggressività, in un ragionamento - quello sì sconclusionato - che andava dalla solita pappa del "lei è quello delle caramelle antindrangheta" al "lei guadagna diecimila euro al mese io solo duemila", a "io ho la fedina penale pulita" (veramente pure io), etc. Mah! Chi mi conosce sa quanto di carattere sia mite e incline all'ascolto.
Con chi esibisce una poetica garantista, da vecchio socialista, vorrei però rivendicare il diritto alla complessità e alla singolarità. Se vuole, volentieri le invierò il mio libretto che compendia quasi cento iniziative (oltre le caramelle). Così si potrà "presentificare" meglio il mio operato, spero insinuando qualche dubbio su quanto io possa essere "di destra". Se questo fosse un corsivo, e Sansonetti "di sinistra", direi che sono d'accordo.
"Presentificare", oltre al significato fenomenologico ("ricondurre all'attualità" e "rendersi presente"), spero non le sfuggirà il senso dialettale: si tratta di "un presente", in fondo di un dono.
Mi stia bene e un saluto ai suoi giovani collaboratori, con l'augurio che diventino presto più temperanti e cortesi.

Salvatore Magarò

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Rosso di sera...E il prof ritrovato dall' allievo tonto PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 22 August 2014

Ancora Stromboli, sissignori. Quando si dialoga con l'isola amata deve pure uscirne uno straccio di narrazione per gli amici. Vi dirò dunque che ieri notte (parlo della notte tra il 20 e il 21) il cielo si tingeva di rosso in ogni direzione. Fulmini poderosi e da paura che saettavano sul mare illuminandolo verso la Calabria, da una parte. Dall'altro getti di fuoco liberati dal vulcano verso l'alto che arrossavano il cielo. E botti sordi, robusti, che ogni volta dovevi decifrare donde arrivassero. E la risacca sugli scogli, che faceva da sottofondo notturno. Quando si mette così, è un insieme livido di bagliori e di nero senza stelle, che non fa mai paura. Perchè per qualche misteriosa ragione chi arriva qui amandolo è convinto che il vulcano non gli farà del male. Se ne fida come di un amico. Anzi, di un benefattore.
Quest'anno non vado verso il porto, evito la folla più delle altre estati. Difendo con più esigenza i miei silenzi. E' venuta a trovarci Gabriella, nostra amica carissima, moglie di Maurizio (De Luca) che non c'è più. E altri amici ancora, tra cui primeggia Laura, ottima avvocato di cause femminili a Milano. E ho pure scoperto il piacere di un locale-giardinetto con raffinata musica jazz: pensate, un posto dove ci si parla e ci si sente, in estate, in una località rinomata, senza alzare la voce di un decibel; roba da non crederci. Amo Stromboli anche per questo. Perché non è caciarona e perché nessuna persona che abbia un certo status ci tiene a far sapere in pubblico che mestiere fa e chi conosce, magari urlandolo al telefonino.
Intanto, come vi ho detto, sto mettendo il quarto strato di sottolineature della mia vita sui Quaderni gramsciani. Uno strato (il più giovanile) fu in rosso e blu, uno strato fu in pennarello verde, uno in matita sottile, questo è in matita grezza. E i fogli iniziano a sfasciarsi, poverini. Però ho avuto una splendida sorpresa. Dovete sapere che al Parini di Milano avevamo un professore di storia e filosofia che prendevamo sempre in giro (io più di altri). Passeggiava tra i banchi mentre spiegava, incapace di tenere la classe. Un giorno gli misi la mia penna nella tasca mentre passava accanto al banco, poi gli denunciai che mi avevano rubato la penna. Lui si rivolse subito alla classe: "restituite la penna a dalla Chiesa, è vero" (chiudeva sempre con "è vero"). Quando ripassò gli feci: "Professore, ma la penna è nella sua tasca!". Il poveretto non sapeva giustificarsi, era imbarazzatissimo: "Ma come è possibile, è vero". E tutti a ridere, come quella volta che sparii dalla classe mettendomi sul davanzale dietro la tenda a prendere il sole. "Dov'è finito dalla Chiesa, è vero"...Eccetera. Si chiamava Siro Contri, e non godette mai di un particolare prestigio tra i suoi allievi. Ebbene, l'altro ieri l'ho trovato citato con rispetto da Gramsci per una sua polemica dottrinaria con padre Gemelli, il fondatore dell'Università Cattolica. Insomma, già trent'anni prima di imbattersi nei suoi allievi più tonti (quorum ego), il poveretto era in grado di finire sui "Quaderni"...Poveri Prof... Meno male che c'è Stromboli...

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E fu ancora Stromboli.... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 20 August 2014


 Ebbene sì, sono a Stromboli. Qualcuno lo aveva indovinato, e aveva chiesto conferma privata via mail. Qui ufficialmente lo confermo, senza dire per quanto ci starò né dove è il mio prezioso rifugio. Sappiate solo che dopo tanti anni ho cambiato la casa dei miei libri (ci avevo fatto Le Ribelli, Album di Famiglia, La Convergenza...). Ha comprato Fiorucci, quello dei salumi, e non si affitta più. Tutto chiuso, tutto silenzio e buio in cinque appartamenti un dì pieni di vita e di umano fervore; rumor di cucchiaini, bimbi, dialoghi sottovoce di casa in casa, telefonate nei punti più strambi per prendere la linea, voci di amici che passano, docce, ogni tanto una chitarra. Finito, basta, i ricchi non han bisogno degli affitti.
Però è bello lo stesso, anche in questo diradarsi di presenze e di luci, che riguarda un po' tutta l'isola. La sera vengono le barche di lontano e sostano davanti alla sciara del fuoco in attesa delle meraviglie, della lava che fluisce dai varchi nel cratere. Ma la meraviglia vera per chi si è ciucciato un anno faccia al muro davanti al suo computer, con rinforzo di nuvole e di pioggia in servizio permanente effettivo (ci sono state le licenze meteorologiche, certo, come il sabato e la domenica per l'operaio), la meraviglia vera, dicevo, sono i colori insuperabili, il rosa intenso che si impossessa del cielo per un'ora e poi lo lascia lentamente, quasi impercettibilmente, scivolare verso il blu. Quando questo succede, si liberano i sensi ma anche la mente volteggia che è un piacere.
Lo so, gli amici più fedeli -e ce ne sono, alla facciazza dei "laboriosi e onesti"- vorranno sapere che cosa stia facendo. Detto in breve: a) le bozze del libro su Libera, di cui già amabilmente vi ho parlato; b) ecco la sopresa delle sorprese, la ripubblicazione della "Questione meridionale" di Gramsci, che andrà in libreria dopo l'estate. Più precisamente: mia antologia di scritti gramsciani, diversa da quella del celebre volume Editori Riuniti, e grande fantastica originale Introduzione. Lo sognavo da ragazzo, attendevo la pensione per farlo, ho trovato il coraggio ora, per farne uno dei libri-vetrina con cui festeggeremo in autunno i dieci anni di Melampo (ma sì!). Domani vi dirò pure che cosa ho scoperto spiluccando i Quaderni, che riguarda indirettamente me e i miei compagni di classe al Parini di Milano. Semplicemente impagabile. Ma vi lascio la curiosità e mi tuffo sotto il cielo. Voglio fissarlo, trasferirmelo dentro, farne un album mentale, un sesto senso permanente. Di più non potrei desiderare.
Intanto saluto Federico Orlando, mi sono accorto in ritardo di non averlo fatto. Lo ricordo deputato e intellettuale galantuomo che quando interveniva alla Camera, l'aula si svuotava. Che volete, essendo senza potere, non poteva dire cose interessanti...

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Ultimo aggiornamento ( Wednesday 20 August 2014 )
Hegel, la pornopolitica e l'assalto calabrese. Buon Ferragosto! PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 14 August 2014
 

Malinconie di metà agosto. Troppe cose accadono che non mi piacciono. Le carneficine che continuano, per esempio. Cerco di parlarne il meno possibile su questo blog, perché non sembri retorica a buon mercato. Ma provo un male interiore nel vedere. Avevo 17 anni quando scoppiò la guerra dei sei giorni, Israele guidata da Moshé Dayan, che prese la striscia di Gaza all’Egitto. Sei giorni… e siamo sempre lì con i macelli, le rappresaglie infinite, e l’Iraq, e i cristiani…Bestie siamo, appena civilizzate da decine di millenni. Mi rigira in mente l’idea di Hegel sulla Storia: un immenso mattatoio. In ogni caso vi consiglio un film delizioso, da cui sono uscito sentendomi meglio. Si intitola “Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente”. Mai titolo fu più sballato. Fa molto Wertmuller ma non c’entra nulla. E’ proprio su Gaza, ideato con delicatezza e fantasia e ironia senza pari. Storia di costume, di pane amore e fantasia in versione palestinese. Si ride, si spera, ci si sente meglio, appunto.
Non parliamo dei baci in Senato. E ora chi avrà più il coraggio di chiamare Totò Cuffaro “vasa vasa”? Quelli si baciavano tutti, con trasporto, dopo avere affettato la Costituzione, amico mio amica mia, viene qui che c’è un bacio anche per te…Se posso osare: uno spettacolo pornografico, almeno sul piano morale. Chi può si legga Stajano sul Corriere di qualche giorno fa (lo devo alla blogghista Mariaaa).
Intanto mi sto subendo un assalto furibondo da alcuni rappresentanti della Calabria, Confindustria, Federturismo, politici regionali, avvocati spagnoleschi, giornalisti tipo “a Fra’ che te serve?”. La mia colpa? La relazione presentata qualche giorno fa per il Comitato antimafia del Comune di Milano (la trovate sul sito del Comune, è l’ultima), e l’allarme lanciato sui possibili segni di presenze di ambienti ‘ndranghetisti  
o contigui nei lavori direttamente o funzionalmente legati a Expo 2015. Sono accusato di razzismo, di avere sostenuto che i calabresi sono tutti mafiosi. Lo dicono e lo ripetono, ovviamente, senza riuscire a citare uno straccio di frase testuale. Ma si esaltano tra loro, e fomentano l’odio contro di me che vivo nel lusso, ho solo il mio cognome, sono un parassita e dovrei “chiedere scusa alla Calabria”. E’ scattata anche la classica vendetta trasversale. Un foglio locale ha titolato in prima pagina “Quando la sorella di Dalla Chiesa prendeva i voti del ‘mafiosi calabresi’”, riferito a Simona, che fu consigliere regionale più di vent’anni fa. E’ un meccanismo potente, scattato da Milano alla Calabria. Loro urlano e qualcosa vuol dire. Ma dalla mia parte dormono, ci sono le vacanze. Dovrebbe uscire domani qualcosa con il “Fatto”, meno male che esiste. Subii queste cose trent’anni fa, allora era la Sicilia. Le tecnologie corrono, le culture civili vanno come tartarughe. Ho però sorriso per avere trovato (in realtà mi è stato segnalato…) un cruciverba di Bartezzaghi: un 9 orizzontale, “il Dalla Chiesa sociologo”, cinque lettere, eddai mi prendo e metto in tasca un sorriso di vanità.
Buon ferragosto a tutti, specialmente ai miei gracchi se mi leggono da qui a domani. Novità editoriali? Sì, e ve le dirò. Per ora metto lì le mie speranze. Che il sole si avvicendi con la luna facendosi vedere, tutti e due.

 

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Gente di Calabria. Meno male che ci sono gli altri calabresi... (scritto sul Fatto di oggi) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 09 August 2014
 

Volete sapere perché l’Italia scivola verso il declino? E perché, soprattutto, la Calabria è la regione più mal messa a reddito e occupazione? Leggete qui: "Sono sconcertato. Non è ammissibile che si spari a zero su un'intera comunità per ottenere notorietà sui media nazionali". A parlare è un signore di nome Giuseppe Nucera, indignato per le denunce del Comitato antimafia del comune di Milano, di cui il sottoscritto è presidente. Colpevole, il Comitato, di avere trovato i segni concreti (e ufficiali) di imprese che rinviano al più classico “milieu” ‘ndranghetista nei lavori direttamente o indirettamente legati a Expo 2015. Giuseppe Nucera non è però un pinco pallino. E’ il delegato di Confindustria Calabria per l'Expo 2015. Rappresenta cioè ufficialmente gli industriali calabresi in vista del grande appuntamento con il mondo. Per questo vale la pena leggere il seguito: "I calabresi sono uomini e donne onesti e laboriosi. Se sono state rintracciate frange di criminalità nel capoluogo lombardo la colpa è da attribuire a quanti in Lombardia hanno deciso di scendere a patti con la criminalità organizzata per agevolazioni e scorciatoie. Eliminare il fenomeno della connivenza tra cosa pubblica e malavita è compito dello Stato che deve essere presente e vigile per bloccare e stanare questo malsano connubio".
E ancora: "La Calabria e i calabresi non possono più sopportare le dichiarazioni del personaggio di turno tese solo a diffamare e denigrare una popolazione che è composta dalla stragrande maggioranza di imprenditori, professionisti e lavoratori onesti. La stessa Lombardia che oggi, a detta di Dalla Chiesa, dovrebbe ‘cacciare’ i nostri corregionali dal suo territorio non può smentire che illustri professionisti di ogni settore, calabresi doc, hanno contribuito a rendere grande quella regione”. Chiusura comica, specie a Milano: “Siamo stanchi di essere ghettizzati".
Che noia, che odor di muffa. Se questa è la “vetrina” dell’ imprenditoria calabrese e del suo dinamismo culturale, povera Calabria. Perché quella del “popolo laborioso e onesto”, è la formula fissa con cui da più di un secolo si pretende sotto ogni latitudine  di esorcizzare la mafia dai luoghi in cui comanda o arriva. Schiere di sindaci, assessori, ministri, avvocati, intellettuali, imprenditori, di epoche e città diverse, da Palermo a Milano, come avessero studiato a uno stesso master, e in realtà per profonda affinità elettiva, hanno sempre usato quel binomio: laborioso e onesto. Dal comitato “Pro Sicilia” che agli inizi del novecento difendeva il deputato crispino Raffaele Palizzolo, imputato dell’assassinio di Emanuele Notarbartolo, fino ai democristiani del “sacco di Palermo”, dai potenti catanesi degli anni ottanta ai protagonisti della politica milanese disfatta da Mani Pulite.
Il dottor Nucera non osa parlare di ‘ndrangheta, ecco, quella parola proprio non ce la fa a pronunciarla. Preferisce “frange di criminalità”, “malavita”, “malsano connubio” (il sindaco Martellucci parlava a Palermo di “malefica tabe”…). Gli sfugge “criminalità organizzata” solo quando deve fustigare coloro che in Lombardia  cercano (e ce ne sono!) i favori della ‘ndrangheta.

 

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Ultimo aggiornamento ( Saturday 09 August 2014 )
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Ricordi di bombe. Ricordi scozzesi. E il maoismo al governo in Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 04 August 2014
 

4 agosto 2014. Quarant’anni fa tornai dal mio lungo soggiorno londinese e da un meraviglioso viaggio in Scozia con il mio amico Maurizio. Ci accolse un’amica in aeroporto dicendo che c’era stata una bomba su un treno vicino a Bologna. Erano passati poco più di due mesi da quella di Brescia. Rimasi incredulo. Ma che diavolo è questo paese?, pensai. Andammo a mangiare in un’osteria di campagna, godendoci il sole e il piacere del cibo italiano e del caffè (allora non c’era Illy in giro per il mondo), felici di essere rientrati ma con quell’incubo nel cuore.
Le stragi sembrano finite ma continuo a sentire inquietudine profonda per le sorti di questo paese, il mio, lo stesso a cui la mia famiglia ha dedicato più di qualcosa. Mi fa male sapere -sapere per certo- che l’Italia è condannata al declino dalla sua testa. Gli altri si riprenderanno dal declino (la Spagna ha già iniziato), noi mai più. Perché la prima risorsa di una nazione non è né il petrolio né l’oro e nemmeno il suo patrimonio artistico; è il suo modo di pensare. E il nostro è bacato dalla corruzione. Il nostro tarlo, la nostra malattia. Eppure non c’è leader politico che lo ponga come il problema dei problemi e agisca di conseguenza. Con le leggi ma soprattutto con il discorso pubblico; e con i meccanismi di selezione dei “decisori”, che come sappiamo hanno effetti a cascata. In proposito consiglio a tutti di leggersi l’articolo di Luca Ricolfi (uno dei massimi sociologi italiani) uscito ieri sulla “Stampa”. Acutissimo. Trovo che il riferimento alla rivoluzione culturale cinese per denunciare il disprezzo di Renzi e del renzismo verso la cultura sia assolutamente fondato. Certo, niente bagni di sangue. Ma l’idea che i medici, gli insegnanti, i magistrati, i professori universitari, debbano essere rieducati dalla politica e svillaneggiati dagli incolti mi sembra calzante. E siccome il partito di Renzi (che poi è quello a cui sono iscritto) sta dimostrando per l’ennesima volta di portare il conformismo nel suo corredo genetico, e di impecorirsi senza orgoglio, guardo con angoscia cercando di limitare i danni con il mio lavoro.
Così tra un paio d’ore presenterò con il comitato antimafia che presiedo a Milano, e alla presenza del sindaco Pisapia, una relazione urgente su quel che sta accadendo a Milano, in particolare su e intorno a Expo. Quanti trionfalismi, finora, quanta giuliva retorica. Forza Italia, Italicum, rialzati Italia, e tutte queste baggianate. Per chi è cresciuto bambino vedendo alzare il tricolore in caserma all’alba, e ogni volta lo ha vissuto quasi come momento sacro, quest’uso ciarlatano del nome “Italia” è insopportabile.  
4 agosto. Quarant’anni dopo penso a quei morti, penso a come fu bello in Scozia tra fiumi, montagne, treni puliti come non ne avevo mai visti, autostop, ragazze gentili, campi sterminati di fragole, bed &breakfast lindi e poetici, bufere da Moby Dick sulle isole. E penso che il mio paese è condannato a non essere mai un grande paese. Dalla sua testa malata. E ora ci mancava l’incultura al potere.

 

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Le tante vite di Silvia, all'ombra di tre Maestri
Il Fatto Quotidiano, 31.8.14

Dice che l'entusiasmo è andato in vacanza, e che ci starà per molto. A veder lei non si direbbe. Le brilla negli occhi quando capisce di sorprenderti, o nel sorriso quando vuol dirti che in fondo è tutto così semplice e fantastico. Silvia Imperadori ha appena passato i quaranta e la sua vita è già una frenesia di date, luoghi, progetti, aziende. Un elenco da far girar la testa.
E allora vale la pena riassumere in tre grandi maestri la storia di questa giovane donna di sangue bresciano che sta facendo la manager del no profit nel cuore di Londra. Il primo maestro è un professore che Silvia incontra a Pavia quando va a studiarci giurisprudenza partendo dal paese natale di Iseo. Si chiama Vittorio Grevi, giurista galantuomo. "Spiegava la procedura penale con una chiarezza cristallina, gli studenti lo temevano perché era severo, ma aveva passione e li coinvolgeva. Una volta ci portò, come diceva lui, in 'gita penitenziaria'. Tre giorni a Roma, a visitare Regina Coeli, Rebibbia e gli altri istituti di detenzione. A parlare con detenuti, secondini, e personale di assistenza. Rimasi colpita nel trovare lì con ruoli di responsabilità delle figure femminili. E ricordo che pensai allora per la prima volta che mi avrebbe fatto piacere lavorare in quel settore. Anche se non avevo proprio il carattere per dirigere un carcere".
Dopo di allora Silvia mescola il volontariato con la professione in azienda, in un fitto andirivieni tra banche e istituti finanziari, acquisizioni, concentrazioni e dismissioni. A Milano collabora con il Centro di aiuto al bambino maltrattato e alla famiglia in crisi, con case famiglia a Quarto Oggiaro. Va a Londra in uno studio legale dai clienti ricchissimi (il fratello di Lady Diana, le Spice Girls...) che dedica un proprio dipartimento alla sottrazione internazionale di minori ("questione importante in una società multietnica, qui non se ne aveva idea"). Scopre anche di essere piuttosto brava nel dare fondamenta ai nuovi affari quando la mandano a Dublino ad aprire la filiale della Bipop-Carire (Banca popolare di Brescia e Cassa di risparmio di Reggio Emilia): "La mia vita aziendale è stata questa: andare a fondare, a costruire, poi lasciare il campo ad altri. A Dublino i rappresentanti di banche, aziende e istituzioni mi chiamavano 'la ragazzina della Bipop', a me piace allacciare le relazioni, scovare i talenti, organizzare. Poi arrivano i manager aziendali". Insomma: missioni brevi, concentrate e molti colpi di scena.
Finché fa il suo ingresso il secondo grande maestro, stavolta solo a distanza. E' Yunus, il teorico del microcredito, l'uomo che con il suo pensiero ha rivoluzionato pezzi di teoria economica e sociale. Silvia lo legge, ne rimane affascinata e si chiede se invece del mondo degli affari che è abituata a praticare non ci sia anche in Italia qualche forma di finanza etica, capace di cimentarsi con il vangelo che conquista le nuove generazioni. Si guarda intorno e la trova. C'è Paolo Brichetti, innovatore bresciano ("praticamente un genio"), che viene da vent'anni di Altromercato, impegnato sull'India, raccolta fondi per piccole finanziarie locali, così da aiutare le più minuscole forme di imprenditoria, dalle macchine da cucire al carretto per portare la frutta. Cambia la prospettiva geografica, sociale, "l'India ha uno-due milioni di potenziali clienti". Un giorno che prende l'aereo per l'India da Milano, non fa nemmeno in tempo a far scalo a Zurigo che il suo vicino di posto le offre di lavorare con la propria Onlus, Acra, Associazione per la cooperazione rurale in Africa e in America Latina. Viene mandata in India sempre per progetti sociali; poi in Tanzania, Mozambico, Zanzibar, Camerun. Finché scopre che, gira e rigira, "il mio passato di avvocato continuava a inseguirmi". La forza di gravità degli accordi e dei verbali e delle clausole: per questo c'è la Silvia, no?
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