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Alzati ché sta passando l'Università itinerante... (e ricordati la Summer School...) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 30 July 2015
 

Ragazzi e blogghisti affezionati: qui Ostia. E’ qui infatti che sono piacevolmente radunato con i miei virgulti e virgultine, una trentina di allievi tra studenti e ricercatori, per la quinta edizione dell’università itinerante, invenzione sublime. Tema di questa volta: Mafia Capitale. E vi assicuro che stiamo imparando tantissimo. A metà settimana quaderni degli appunti già finiti, problemi di analisi e teoria che schizzano da tutte le parti; e che però, noto anche con smisurato orgoglio, i giovanotti e le giovanottine danno mostra di sapere acciuffare e padroneggiare con maestria nei seminari che teniamo dopo avere ascoltato i nostri testimoni, tra cui anche Lirio Abbate, Guglielmo Muntoni (giudice d’avanguardia) o Angelo Bonelli, portavoce dei verdi che qui fu anche presidente del Municipio più di vent’anni fa e a cui i clan cercarono (riuscendoci per metà) di incendiare la casa. Allievi ospitati generosamente in una scuola pubblica, io in un piccolo ma raffinato alberghetto sulla spiaggia. Perché non sto con loro? Perché avendo quasi il triplo dei loro anni vorrei un po’ di privacy almeno quando dormo…Oh, l’ho detto.

Qui fra l’altro la situazione è in movimento. Ieri mattina hanno arrestato il presidente del porto Mauro Balini, di cui già i nostri ospiti (Libera) ci avevano favoleggiato al nostro arrivo. Sequestrati bene per 400 milioni, hai detto un piffero. In ogni caso ci si trova, per lavoretti e convivi, anche sulla spiaggia Libera (nome: SPQR), l’unica restituita al pubblico di questi undici chilometri, come dicono qui, di “lungomuro”. Sicché c’è spazio per bagni e sabbia e birre al tavolino, che è un po’ il pregio di queste università itineranti. Perché oltre alle sette-nove ore di lavoro strutturato, i partecipanti discutono e pensano a ciò che hanno saputo e sentito anche quando giocano o bevono. Ripeto, la formula è magica. Una settimana così fa più di un corso in aula, naturalmente se l’aula ha già dato le basi. Sono andato anche a vedere il luogo in cui fu ucciso Pasolini. Sensazione indicibile, tra storia, letteratura e tanta pena.

A proposito di storia, se volete capire come sta andando la storia dei rapporti tra mafia e sanità avete ancora qualche giorno per iscrivervi alla formidabile Summer School di settembre su “Mafia e Sanità”. Si terrà dal 7 all’11 settembre a Scienze Politiche, e potete iscrivervi andando su
organizedcrime.sps@unimi.it (per tutte le informazioni: www.socpol.unimi.it/summerschool/organizedcrime). Se l’argomento non vi interessa, quando verrà giù il diluvio non ditemi “ma io come facevo a saperlo”… Buona giornata e saluti cari a tutti, comunque: oggi avremo Sabella…

 

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Ultimo aggiornamento ( Thursday 30 July 2015 )
I professionisti dell'anti-Antimafia (scritto sul Fatto di ieri 27 luglio) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 28 July 2015
 

Quasi trent’anni e ancora lì siamo. Ai professionisti dell’antimafia. Viene perfino pudore a parlarne. Ma siccome c’è un vasto mondo che ne discetta sferzante e c’è  una variopinta umanità che sembra inventata apposta per dargli ragione, occorre prendere l’argomento per le corna. Sapendo di attirarsi gli strali degli uni e degli altri. Strane creature, questi professionisti. Nacquero per decreto mediatico-politico nel gennaio dell’87 (il 10 gennaio per la precisione) grazie al titolo di prima pagina che sul “Corriere della Sera” annunciava un lungo articolo interno di Leonardo Sciascia. Furono da subito una specie umana deplorevole, messa all’indice dall’intellettuale scomodo per antonomasia, benché nell’occasione  comodissimo al Palazzo. Lodarono infatti Sciascia tutti i giornali e le tivù, tutti i partiti, di governo e non, tutti i sindacati. Destino raro per gli anticonformisti. Ricordiamolo dunque, per chi non era ancora nato e per chi era adulto e si ostina a non volere ricordare: all’origine di tutto vi era stata la nomina di Paolo Borsellino a procuratore capo di Marsala.

Borsellino aveva vinto quel posto nella mafiosissima provincia di Trapani per gli straordinari meriti acquisiti sul campo, tra cui l’istruzione con Giovanni Falcone del celebre maxiprocesso di Palermo, allora in corso. E un magistrato concorrente se ne era adontato: e dove stiamo mai finendo, che i magistrati non vengono scelti a quei posti per anzianità o per titoli formali ma per capacità specifica, di indagare e di rischiare? Aveva perciò rappresentato le sue doglianze allo scrittore. Che raccogliendole e argomentandole per una pagina intera sul “Corriere” aveva perentoriamente così concluso: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Cinque anni dopo Borsellino fece carriera saltando per aria in via D’Amelio. Ed è precisamente questo che è un po’ scomodo ricordare.

Perché in realtà Sciascia aveva dato voce a un fastidio crescente. Fino all’alba degli anni ottanta infatti non esisteva in Italia un movimento antimafia. Nacque sull’onda dei delitti eccellenti del ’79-‘82 coagulandosi intorno ad alcuni magistrati e poliziotti, familiari di vittime, preti di frontiera, singoli giornalisti, singoli politici. Conquistando un seguito del tutto imprevedibile tra insegnanti e studenti. E suscitando, all’opposto, un formidabile moto di insofferenza in un potere che con la mafia trescava in affari e voti e trovava impertinente questa rivolta che non si esauriva nelle lacrime davanti alle bare o nelle denunce giornalistiche da sfornare rituali e “coraggiose” dopo i grandi delitti. Ma che con intransigenza faceva nomi e chiedeva giustizia, cercando pure di costruire una nuova sensibilità civile. Tutti i giorni che Dio mandava in terra.
Per questo il movimento divenne oggetto di un processo di delegittimazione morale come nemmeno la mafia aveva subito. I magistrati divennero “protagonisti”; i familiari “una nuova più nobile mafia”; gli avvocati delle parti civili, altra novissima specie, “giureconsulti da corteo”; i sindaci “esibizionisti” (Leoluca Orlando, pur non nominato, era stato oggetto dell’invettiva di Sciascia). Tutti furono battezzati a tambur battente “giustizialisti” e “intolleranti” (e in effetti intolleranti verso la mafia un po’ lo erano…), mentre gli insegnanti che li sostenevano divennero “giacobini” alla testa di studenti “khomeinisti”. Venne coniato un intero vocabolario per portare tutti sul banco degli imputati. Colpevoli, insieme, di non mollare. Come se fossero appunto dei “professionisti” dell’antimafia. Ma professionisti bisognava essere. Perché dall’altra parte lo erano eccome. E perché, come insegnava Giovanni Falcone, la mafia non può essere combattuta da dilettanti allo sbaraglio. O da gente che ci pensa una volta all’anno.

La differenza vera, felicemente teorizzata da un mio giovane laureato, si sarebbe rivelata in realtà quella tra “carrieristi” e “professionisti”. E di carrieristi in nome dell’antimafia purtroppo ce ne sono stati. Tanti. Solo che difficilmente li trovereste tra i professionisti. Stanno invece fra i dilettanti. O tra i mestatori. Persone che hanno goduto dell’appoggio del potere, pronto a legittimarli per interesse con quella nobile etichetta. Oppure dell’appoggio dei social, perennemente pronti a creare miti ed eroi mai sperimentati sul campo. Mi permetto in proposito di rinviare al mio “Benvenuti al circo dell’antimafia” uscito su queste pagine nel dicembre del 2013. E’ stato un diluvio. Il tale magistrato fu “impegnato nella trincea di Palermo ai tempi di Giovanni Falcone”. Seguono applausi, che cos’abbia fatto non si sa, magari complottava contro Falcone. Il tale è invece un free lance minacciato dalla mafia e dunque censurato (magari ha solo fatto un dvd o un libro fallimentare): subito invitato nelle scuole, anche a pagamento. Un nullasapiente gioca a spararla più grossa di tutti, delirando di trame e di complotti (poi purtroppo ci sono quelli veri)? E’ l’unico che ha il coraggio di dire le cose come stanno, meno male che c’è lui. E poi il commerciante che pretende di essere in pericolo di vita e se la prende con “gli antimafiosi da tastiera” che non solidarizzano abbastanza, salvo scoprire che paga un delinquente per sparargli contro il chiosco. E non è finita. C’è ancora il leader o la leader dell’associazione antimafia che si ciuccia a fini personali i soldi (tanti) ricevuti a sostegno della sua nobile attività, io rischio in prima fila, mica sono come gli antimafiosi di maniera. Senza parlare della sindrome “da scorta”. Quella per cui chi, con raccomandazione politica o simulazione, si procura una scorta diventa il Verbo per eccellenza. E naturalmente ci sono le schiere di politici che amano “la legalità” e le foto con i familiari delle vittime, adorano comparire con il faccione alle commemorazioni e poi tramano con il nemico, che ne so io di chi incontro o mi capita a tavola? Intorno, eccoci al punto, le schiere di giornalisti, politici e intellettuali che davanti a questi casi truffaldini (tutti figli del dilettantismo di chi osserva e accredita) fanno a gara a sentenziare che “aveva ragione Sciascia sui professionisti dell’antimafia”.

No, Sciascia allora non ebbe ragione. E’ sempre il “contesto”, per usare un termine a lui caro, che distribuisce le ragioni e i torti della storia. E il contesto era quello che un anno dopo portò il Csm a rifiutare la nomina di Falcone a capo ufficio istruzione di Palermo, a beneficio di un collega dilettante di mafia ma molto più anziano, perché occorreva chiudere con l’epoca dei professionisti…
Strana cosa, insomma, l’Antimafia. Che quando è fatta per finta regala carriere e tappeti rossi. E quando è fatta sul serio porta umiliazioni e censure. Od onori che costano caro. Perché in fondo ci sono pure i professionisti dell’anti-Antimafia. O non è di questo che bisognerebbe parlare?

 

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La fabbrica incendiata a Sessa Aurunca. Ecco la solidarietà dai miei studenti PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 25 July 2015
 

L’altra notte a Sessa Aurunca un incendio ha devastato la Cleprin, fabbrica chimica di detersivi industriali. Fiamme altissime durate ore. Qualche giornale ha scritto “incendio misterioso”. Noi invece sappiamo pasolinianamente, e dunque per certo, che il fuoco è stato appiccato dalla camorra, che ha voluto così punire il coraggio di Antonio Picascia, l’imprenditore-simbolo che ha denunciato il clan degli Esposito rifiutandosi di assumere il fratello del boss e che è da tempo alleato con le cooperative sorte sui beni confiscati nella costruzione di un’economia libera dalla camorra.
Avevamo conosciuto Antonio in marzo, durante la nostra università itinerante di Casal di Principe. Aveva parlato con passione e umiltà ai miei studenti. Che ne erano rimasti colpiti e che subito, avuta la notizia dell’incendio, hanno chiesto di usare questo blog per mandargli la propria solidarietà. Ecco i loro messaggi.

“Chiunque come me abbia avuto la fortuna di conoscere questo Signore non può dimenticarne la gentilezza, il coraggio, l'amore per il proprio lavoro e per il proprio territorio.

Chiunque come me abbia avuto la fortuna di conoscere questo Signore, oggi non può non avere un groppo in gola, e rivolgergli un pensiero di vicinanza e di solidarietà. 

Forza  Antonio, ti abbraccio forte, non molliamo!” Francesco Terragno

“Non arrendetevi perché in questo Paese siete un esempio, siete motivo di orgoglio. L'Italia ha enorme bisogno di imprenditori come voi.” Monica De Astis

 

 “Da quando ho conosciuto Antonio Picascia, Cleprin per me ha significato coraggio, passione, imprenditorialità, successo. E sono sicuro che continuerà ad essere così, perché la stoffa, quella vera, è ignifuga e gli scarafaggi prima o poi verranno eliminati. Forza Antonio, forza Cleprin!” Hermes Mariani 

 

 “Antonio Picascia ci introdusse la sua storia con voce bassa, toni umili. Un imprenditore dell’industria chimica tra le cooperative sociali, sembrava quasi un intruso. Con gli stessi toni ci raccontò la sua vicenda di minacce e di denunce, voleva sottolineare che non c’era stato nulla di eroico nelle sue scelte, era stato guidato dalla necessità di proteggere la sua impresa, il suo progetto, il suo lavoro e quello dei suoi dipendenti. Ora tutto ciò è andato in cenere ma vorrei che, con il supporto di tutti, le idee e i sogni possano ritrovare l’ossigeno necessario a far ripartire il progetto. Un abbraccio, Antonio.” Giulia Norberti (Mafia? Nein  danke! e.V. – Berlino) 

 

 Questo sfregio non è diretto solo ad Antonio Picascia. Questo è uno sfregio ad una terra, alla Campania, ad un movimento, alla civiltà, all'imprenditoria, a tutta l’Italia. Solidarietà e vicinanza ad un Uomo che ha saputo dire no e che continua a lottare ogni giorno.” Arianna Zottarel
Le fiamme bruciano le pareti e i materiali, bruciano gli impianti e le attrezzature, e si, bruciano anche i soldi, i sacrifici e la fatica. Ma non bruciano la speranza, non bruciano la il coraggio, non bruciano la dignità. Forza Antonio, forza Cleprin!” Marco Fortunato
 

 

 Voglio esprimere la mia più profonda solidarietà ad Antonio Picascia, uomo di raro coraggio e straordinario esempio di lotta vincente contro la criminalità organizzata. Perché questo vile attentato alla Cleprin non scalfisca l'esempio concreto dato da Tonino: con onestà, unione e audacia si può sconfiggere la camorra.” Nicolò Esposito 

 

 Un abbraccio ad Antonio, che per primo mi ha fatto pensare il contrasto alla criminalità organizzata come questione non di vocazione bensì di volontà personale.” 

Arianna Bianchi

 

 Quando l'ho conosciuta, la Cleprin mi ha fatto pensare all' importanza di avere imprenditori onesti e capaci di resistere anche lontano dalle aree più conosciute per le mafie. Ora penso che questa notizia sia un disastro, e che la Cleprin meriti tutto l'aiuto possibile.” Andrea Monti (Radio Popolare) 

 

 "Noi non vogliamo compassione o elemosina, siamo convinti che i nostri prodotti ecosostenibili siano i migliori sul mercato." Così chiudesti il tuo intervento qualche mese fa a Casal di Principe, caro Antonio. In un momento così difficile, dopo un colpo vile, c'è bisogno di tutta la solidarietà possibile per non sentirsi soli. Sono convinto che riuscirai con la tua determinazione a ripartire alla grande! un abbraccio” 

Claudio Ripamonti

 

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Ultimo aggiornamento ( Saturday 25 July 2015 )
Il "Deivid di Maichelangiolo". Il bello delle tesi. E la Summer School su Mafia e Sanità PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 22 July 2015
Oggesù Gesù!! Anche il “Deivid di Maichelangiolo” ci voleva. Io faccio le mie decorose e puntigliose battaglie in difesa della lingua italiana e latina, contesto beffardo chi dice “plas” per “plus”, e “steitus” per “status”, e poi mi arriva nientepopodimenoché il presidente del consiglio a storpiare dinnanzi al mondo il nome di uno dei più grandi artisti della storia dell’umanità. Vi immaginate Obama che arrivando a Roma chiama “Vashington” il primo presidente degli Stati Uniti?

Robdematt. Qui siamo alla scomparsa della sensibilità, della sensitività, della sensatezza, e si va a senso unico. Tanta sensibilità si trova invece nel ringraziamenti scritti sulle tesi di laurea dagli studenti. Oggi, mentre riordinavo la mia stanza in Facoltà, mi sono regalato mezz’ora per leggere tutti quelli delle ultime due sessioni (circa una sessantina). Mi ha colpito la quantità di volte in cui torna il verbo “credere”. A chi ha creduto in me, ai miei genitori che hanno creduto in me, ai miei amici che mi hanno aiutato a credere in me…Il bisogno di sentire la fiducia altrui. Come se ci fosse un mondo che ti umilia, che ti sottostima, che ti dice “tu non vali nulla”. E infatti non ti pago, e infatti non ti apro le porte. Ho notato anche come i ringraziamenti al loro prof siano sempre per la “disponibilità” e la “gentilezza”. Poche volte per l’aiuto di idee, una volta per “i saggi consigli”. Si vede che c’è in giro un grande bisogno di gentilezza, soprattutto da chi ha a che fare con le istituzioni, con i servizi pubblici. Indicativo anche questo.

Intanto continuano le iscrizioni alla strepitosa Summer School di settembre, 7-11. Siore e siori, quinta edizione. Tema incandescente: Mafia e Sanità. Sarà una bella innovazione, ancora una volta. Con tutto quel che ci balla in mezzo di questioni ispide e scomode. Avremo, tra gli altri, Michele Prestipino e Alessandra Dolci, Francesco Forgione e Adolfo Ceretti, Franco Roberti e Rosy Bindi, il vostro Anfitrione (ma sì!) e Pietro Grasso. E tanti studi di caso. Per chi vuole saperne di più o iscriversi:
organizedcrime.sps@unimi.it . E mi raccomando, pelandroni: andatevi a leggere la fantastica “Rivista di Studi e Ricerche sulla Criminalità Organizzata” edita dal nostro Osservatorio. Digitare su Google (è la prima a spuntare) o andare su www.riviste.unimi.it .
Naturalmente, per vivere meglio, andare su
www.unpodifresco.it. Ragazzi, non gliela si fa più. E in università ci abbiamo anche l’aria condizionata rotta da settimane…Buona serata a tutti!

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Ultimo aggiornamento ( Thursday 23 July 2015 )
19 luglio. Un anniversario tra imbarazzi e falsi storici (scritto sul "Fatto" di oggi) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 19 July 2015
 

19 luglio. Non si potrebbe immaginare un contesto più imbarazzante per commemorare ufficialmente Paolo Borsellino ventitré anni dopo la strage di via D’Amelio. Con questa storia comunque agghiacciante di Crocetta, del suo amico chirurgo e di Lucia Borsellino. Con i figli del giudice che si guardano intorno e non capiscono a chi possano serenamente stringere la mano. E si ritraggono da pubbliche cerimonie dopo le frustate che i fatti hanno tirato su troppe facce simboliche dell’antimafia.
L’urgenza di rompere gli apparati dell’ipocrisia non legittima però la conclusione che, come per un riflesso pavloviano, viene gettata con sempre più passione nel dibattito. Quell’ “aveva ragione Sciascia” con cui da trent’anni un paese che ingoia la mafia ogni giorno vorrebbe liquidare questo fastidioso movimento di giovani, insegnanti, familiari, amministratori locali, giornalisti, commercianti che contro la mafia vuole lottare. Blasfemo pretendere di difendere così la memoria del giudice dai baffetti gentili, visto che proprio lui fu l’unico (l’unico!) bersaglio nominativo dell’invettiva dello scrittore. Così come è un falso storico che lo stesso Borsellino avesse alla fine “capito” o giustificato quella polemica. Chi lo dice vada a sentirsi il testo dell’ultimo discorso pubblico del giudice, Palermo, 25 giugno 1992, biblioteca comunale di Palermo: “Giovanni”, disse di Falcone, “ ha iniziato a morire con quell’articolo sui professionisti dell’antimafia”. Che cosa poteva dire di più, e di più drammatico, un mese dopo la strage di Capaci e 25 giorni prima del proprio martirio? Ecco, il 19 luglio non è data per le maschere dell’antimafia. Ma nemmeno per gli spacciatori di storia falsa.

 

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Gioie e dolori. E indecenze ciclopiche PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 16 July 2015
 

Ebbene sì, il rapporto con il Blog si fa difficile: più tempo stai a scrivere articoli e rapporti, più ti dedichi alle mail, meno tempo resta, visto che il tempo è davvero come una coperta. Ahimé, che nel blog ci credo come mezzo per tenermi in contatto con tanti amici. E a proposito di amici, due ne ho persi in questi giorni che assai cari mi erano. Uno l’avete conosciuto quasi tutti, ed era Santo Della Volpe, giornalista del Tg3, eletto recentemente alla presidenza della Federazione nazionale della stampa, spirito libero e perciò presidente anche di Libera Informazione. Persona educata e gentile, come ha voluto far ricordare ai funerali una sua amica torinese di quarant’anni fa. A lui si devono le cronache scrupolose, appassionate, delle giornate di Libera del 21 marzo; lui ne capiva il senso, ne coglieva i particolari che sfuggivano ad altri. Grandi servizi anche come inviato di guerra o sull’amianto di Casal Monferrato. Un ricordo con affetto e gratitudine. Lo stesso che dedico a Guido, che qui non citerò per esteso, perché per me era Guido. Giovane generoso poi passato per tanti tornanti difficili; la vita non l’ ha voluto trattar bene, forse autorizzata da lui stesso. Ma ne ricordo il cuore grande. E ho sofferto nel salutarlo.
Ho gioito invece ieri pomeriggio nel presentare il primo numero della “Rivista di Studi e Ricerche sulla Criminalità Organizzata”, la prima rivista accademica nella storia d’Italia su questo tema. Trimestrale e telematica. La trovate già digitando il nome su google o andando su riviste.unimi.it. Sono felice. E’ la fine di un pregiudizio, di una convenzione che hanno pesato moltissimo sullo sviluppo delle nostre conoscenze di criminalità organizzata. Mai considerata possibile oggetto di una disciplina scientifica proprio nella patria di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Con me, a faticare per farla nascere, gli ottimi Mariele Merlati (storica) e Christian Ponti (giurista). E in più un giovanissimo ricercatore, Roberto Nicolini, senza le cui abilità e fatiche informatiche la rivista no sarebbe mai nata. Dovevate vedere ieri in facoltà la gioia di Carlo Smuraglia, che negli anni novanta non aveva trovato nessun editore per la relazione della commissione parlamentare antimafia sulla Lombardia: proibito parlarne e poi è politica… E con questa bella notizia, deciso a darvene a raffica nei prossimi giorni, vi saluto.
Prima però voglio dirvi che sono rimasto di sasso vedendo che Crocetta non sa rispondere una parola al suo caro amico medico che al telefono gli dice che bisogna far fare a Lucia Borsellino (allora assessore regionale alla sanità) la fine di suo padre. Che indecenza!

 

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Solenne dichiarazione. Il pestaggio di Nando. E il grande convegno di mercoledì PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 06 July 2015
Anche i cookies ci volevano, o quel che l’è. Ricevo la mail di una brava studentessa che mi dice “lei è fuori legge, la invito a mettersi in regola”. Ma di che stiamo parlando?, mi chiedo. Che diavolo sono questi cookies, che inizio a vedere evocati ovunque un po’ come i famigerati “mitili” del colera del ’73 a Napoli, nessuno sa cosa siano e tutti ne parlano? Poi un altro bravo laureato mi tranquillizza: secondo la legge Lei non dovrebbe essere incluso tra i destinatari dell’obbligo. Insomma, la faccio breve: questo non è un sito istituzionale e nemmeno commerciale, non raccoglie informazioni su chi lo frequenta e su chi accede, non trattiene e non comunica nessuna informazione a nessuno. Ciò solennemente dichiaro e per ora mi basta.
Vi comunico io piuttosto che l’altra settimana il valoroso Nando Benigno, l’oste filosofo di Brindisi, direttore della Scuola di formazione politica Antonino Caponnetto, alla testa dell’antimafia brindisina, è stato vittima di un agguato notturno. Gli hanno speronato l’auto mentre tornava a casa, l’hanno buttato fuori dal ciglio della strada, poi ne hanno fatto una maschera  di sangue pestandolo selvaggiamente solo in faccia, alla fine si sono ricordati di portargli via il portafogli per inscenare la rapina. Ha avuto solidarietà universale, il grande Nando, soprattutto dai suoi ex studenti in giro per il mondo. Non ha drammatizzato e anzi già il giorno dopo, pur con le tumefazioni in volto, pensava a come organizzare l’appuntamento annuale a Milano della Scuola, per ricordare Borsellino il 19 luglio (si farà, si farà, il mattino seminario in Comune alle 10; il pomeriggio all’albero Falcone-Borsellino di via Benedetto Marcello).
Questo faccia riflettere quanti, dopo l’arresto dell’ex senatore Lorenzo Diana (ragazzi, che pena per chi l’ha conosciuto…) si sono affrettati a dire che “aveva ragione Sciascia”. No, il bersaglio di Sciascia aveva un solo nome: Paolo Borsellino. Chissà perché lo si dimentica sempre…E l’antimafia, che pure ha il suo bravo circo, come denuncio beccandomi insulti da anni, non è un cumulo di profittatori. E spesso qualcuno, senza scorta, paga davvero.
Con l’occasione vi do una notizia di quelle buone e succose. Ed è che mercoledì mattina a Scienze Politiche di Milano, ore 9, si terrà per iniziativa di Cross (come cos’è, sacripanti? È l’Osservatorio sulla Criminalità organizzata dell’Università!) un convegno sulla cooperazione penale europea contro le mafie transnazionali. Innovativo come tema. Programma e ospiti di rilievo, andare a vedere su
www.sps.unimi.it. Si parla in libertà ma qui si continua a studiare e costruire conoscenze e proposte, mica sorbole. E con ciò bentrovati a tutti!

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Ultimo aggiornamento ( Monday 06 July 2015 )
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Bruno Contigiani. La rivolta della lentezza

Mariablu. Forse questo nome bellissimo, che profuma di cielo e poesia, poteva fiorire solo qui. In mezzo a questo gruppo di amici che in nome della lentezza si sono incontrati in punti diversi della loro vita. “L'Arte del Vivere con Lentezza”: così si chiama la loro Onlus. A fondarla, dieci anni fa, un artigiano, una pierre, un custode, un giornalista televisivo, un operaio fresatore, un'infermiera. E poi Ella, una life coach, e Muna, sua figlia, allora studentessa, che è la mamma di Mariablu. E alla loro testa un capo ufficio stampa dell’Ibm, Bruno Contigiani.
In inizio fu uno scoglio. “Già” ride Contigiani “l'idea era nata nell’estate del 1999, quando durante una vacanza fatta tutta di corsa mi sono tuffato finendo su uno scoglio. Un volta guarito, ho incominciato a pensare con gli amici di prima che stavo vivendo in modo sbagliato. E ci siamo resi conto che lo pensavamo in tanti. Una vita senza pause, né tempo per gli affetti, i figli, gli altri, sempre sospesa tra un low-cost e un 3x2. Bisognava cambiare”.
Contigiani aveva già più vite milanesi alle spalle. Bocconiano sessantottino, allenatore di nuoto, insegnante, informatico, comunicatore. Ne ha iniziata un’altra. “Quando rallenti ti accorgi di tante cose. E incontri tanti altri che già operano per cambiare il mondo, andando controcorrente, partendo da se stessi. All'inizio eravamo un po' predicatori, con manifestazioni provocatorie come la Giornata della Lentezza, talmente lenta che dura più di una settimana, l'anno venturo sarà la decima edizione, da Milano a New York, da Tokyo a Shanghai a Londra, da Parigi a Ziano Piacentino; o come ‘Leggevamo Quattro Libri al Bar’, promossa in decine di città.
Poi la vita ci ha portato ovunque. Nelle campagne piacentine, dove stiamo. Ma anche in India: Renato, il nostro socio artigiano, ha preso un anno sabbatico ed è andato a insegnare falegnameria in un villaggio vicino a Delhi. Siamo a Jaipur, dove abbiamo messo in piedi scuole di base in alcune baraccopoli della città. Quest'anno una nostra allieva potrà entrare in una scuola statale per infermiere. Un successo: bisogna vincere le difficoltà burocratiche, ma soprattutto l'autoesclusione delle famiglie. Ad aprile è partita una scuolina, anche per ragazze, in una bidonville a prevalenza musulmana.
Il mito del terzo mondo? Ma no. Da anni lavoriamo nel carcere di Pavia, dove facciamo gruppi di lettura ad alta voce con i detenuti e scriviamo ‘Numero Zero’, il mensile che esce nel settimanale della diocesi, ‘Il Ticino’. Da poco siamo rientrati nel carcere di Piacenza, con un gruppo di lettura con i protetti (per la maggior parte sex offenders). Forse ripartiremo anche con le donne dell'alta sicurezza”.

Il culto della lentezza ha prodotto anche effetti sulla vita privata. “Da tre anni”, continua Contigiani, “vivo in un co-housing a geometria variabile: siamo da 4 a 7 a seconda dei periodi,  la cosa per ora funziona, la lentezza cerchiamo di viverla, cresciamo Mariablu come in un villaggio e organizziamo iniziative culturali e ambientali a Vicobarone, Ziano Piacentino. Le comuni del Sessantotto? E’ molto diverso, qui tutto si fonda sul rispetto degli spazi e dei tempi degli altri. E’ un progetto anche per l'invecchiamento”.
Poco è rimasto dei primi tempi, “quando andavamo in giro a dare le multe a chi camminava troppo velocemente; ora siamo meno su giornali e tivù, ma contribuiamo a un movimento di persone che non stanno più in platea, salgono sul palco, diventano ribelli della lentezza, senza più paura di cambiare. Le iniziative della ‘Giornata’ sono veri e propri microfestival locali nati in rete, fatti da volontari che non corrono per avere un nuovo telefono o fare le scarpe a un collega, ma si battono per un obiettivo comune, globale. Stiamo costruendo un'impalcatura, non è solo un rumore. Quest'anno spontaneamente hanno aderito l'Associazione Italiana Persone Down e l'Associazione Italiana Sclerosi Multipla, che di lentezza obbligata ne sanno”.
“Come ci finanziamo? Con i mercatini dei libri usati, o i prodotti che compriamo in India. Poi un grande sponsor (Intesa) che ogni anno ci dà una piccola cifra, e i piccoli produttori di vino che incominciano a credere alle nostre proposte. E poi le quote dei soci. Pensi: abbiamo scritto 3 libri, teniamo un sito
www.vivereconlentezza.it che ha 700 visitatori al giorno, un blog su il ‘Fatto’, una rubrica su ‘Linus’, una specie di newsletter rapsodica che arriva a più di 3000 persone…”. E meno male che sono lenti.

 
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