In libreria
Il nuovo libro
 
 
   
Blog
Un popolo ventenne. Se Libera batte Cavour (e i suoi successori) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 26 March 2015
 

Mi hanno chiesto che augurio avrei fatto a Libera nel giorno in cui compie i suoi vent’anni. E a me è venuto di getto da scrivere: “Vent’anni per costruire un popolo: non ci era mai riuscito nessuno”. Proprio così. Libera non è un’associazione, e nemmeno un movimento. Libera è un popolo, a Bologna lo si è visto con una chiarezza che avevo intuito solo nel 2010 a Milano. Un popolo infinitamente più grande dell’associazione, che è poca cosa rispetto a lui, anche se gli crea occasioni di identità, lo pungola, lo richiama. Più grande di un movimento, a meno che non gli si riconosca l’identità di popolo in movimento, che certo gli si addice. Come un popolo biblico che cerca la terra promessa, l’Italia senza corruzione e senza mafia. E per questo si dà un linguaggio, dei codici, una storia da narrare, piena di eroi famosi e sconosciuti ai più, ma non al popolo di Libera. Ieri a Palazzo Marino, qui a Milano, abbiamo festeggiato. E mi sono inorgoglito quando Betta Ognibene, la grande grafica, ha ripercorso il processo che ha portato a scegliere il nome, i colori, i tratti del logo, a costruire, volendo, il “brand” di Libera, che è potentissimo e va oltre i soggetti che l’hanno fondato. Mi sono inorgoglito, dicevo, quando ho visto quanti tentativi sono stati fatti intorno all’idea de “L’Italia nel cuore”, perché proprio “Milano nel cuore” era stato il mio messaggio, con bellissimi distintivi bianchi a scritta rossa, quando mi ero candidato sindaco.
Datemi retta. Questo è l’unico popolo che può reggere l’urto della ‘ndrangheta perché è fondato, come quella, su vincoli di sangue. Sangue di Stato, però, non di ‘ndrina. I popoli fondati sull’ amore del denaro si sciolgono come neve al sole davanti al primo avversario. Non sono nemmeno popolo, anzi. Ecco, pensavo proprio a questo. Che chi è venuto dopo Cavour non ha saputo fare in un secolo e mezzo gli italiani, mentre Libera ha saputo fare gli italiani antimafiosi in appena due decenni, dal ’95 a oggi. Mi sembra semplicemente grandioso. O no? Ne parleremo martedì 31 sera alle 21 al mitico Spazio Melampo di via Tenca proprio per chiudere queste giornate di festeggiamenti, presentando “La scelta Libera. Giovani nel movimento antimafia”, il libro che ho scritto per le edizioni del Gruppo Abele insieme con Ludovica Ioppolo, Martina Mazzeo e Martina Panzarasa. Titolo della serata, appunto: “Un popolo ventenne”. Ci saranno le due Martine, Ludovica purtroppo no. In compenso ci sarà Lucilla Andreucci, ottima coordinatrice provinciale di Libera, e spero Lorenzo Frigerio, giornalista optimus (complimenti per il dossier sull’Emilia!). Vi aspettiamo! E meditate, gente, meditate…
  

 

Scrivi un commento (2 Commenti)

Bologna, 21 marzo. Così è stata la bellissima giornata di Libera PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 23 March 2015
Scritto sul "Fatto Quotidiano" di ieri 22 marzo
Al centro in prima fila ci sono i familiari del giudice Pietro Scaglione e dell’agente di polizia Nino Agostino. Loro non mancano mai. Il 21 di marzo è data “loro”, appuntamento fisso per rinnovare una domanda di giustizia. Il manifesto che ritrae l’agente il giorno del matrimonio con la moglie, anche lei vittima di assassini sconosciuti, è piazzato di fronte al palco. La piazza è strapiena e continua ad affollarsi su tutti i lati, anche dall’altra parte di via Indipendenza. Corrono e crescono le cifre. Cento, centocinquanta, duecentomila persone. E forse lo sono davvero, dietro le bandiere gialle, arancioni, viola, azzurre, di Libera, alcune che portano stampato il viso di Lea Garofalo, la donna simbolo dei testimoni di giustizia. Sul palco Romano Prodi sembra stupito, ammirato da quel popolo variopinto, zeppo di giovani e giovanissimi; dirà durante la chiusura del pomeriggio che non esiste nulla del genere in Europa, e su nessuna causa. La folla che cresce sembra abbracciare per cerchi concentrici sempre più larghi il recinto dove siedono i familiari delle vittime; sono loro il nucleo irriducibile del sentimento di giustizia su cui Libera ha costruito in vent’anni un autentico nuovo pezzo di società civile.
E’ soprattutto a loro che in piazza VIII agosto parla don Luigi Ciotti. E’ alla loro approvazione che fa appello il leader di Libera quando, citando quel che papa Francesco ha appena detto a Napoli (“la corruzione puzza”), denuncia un parlamento veloce ad approvare la legge sulla responsabilità civile dei magistrati ma terribilmente tardo e riluttante a fare le leggi che servono contro il falso in bilancio, contro la prescrizione facile e soprattutto contro la corruzione. La corruzione che spiana la strada alle mafie, tuona il prete torinese. La corruzione che fa trovare alle mafie i comitati di accoglienza, altro che infiltrazioni. La corruzione che fa ridere delle disgrazie della gente, si tratti del terremoto dell’Aquila o di quello dell’Emilia. E’ a loro che parla, denunciando chi vorrebbe cacciare i migranti dall’Italia “quando bisognerebbe cacciare i mafiosi e i corrotti”. I familiari lo seguono d’impeto con un applauso che sale come un’onda, e con loro applaude la piazza intera. Alla fine applaudono anche le autorità sul palco.
Bisogna saperlo guardare il recinto dei familiari. Vent’anni sono passati dalla prima manifestazione. Il tempo è passato segnando molti volti di rughe e imbiancando senza pietà un popolo di centinaia e centinaia di persone che ancora al 70 per cento è lì a chiedere verità e giustizia per i propri cari, come ha ricordato Margherita Asta, una madre e due fratellini uccisi a Pizzolungo nell’aprile del 1985. Nel frattempo tanti nuovi parenti sono entrati in questo popolo. Perché le mafie hanno ucciso ancora. Ma anche grazie a giovanissimi e giovani, figli di vittime antiche giunti progressivamente all’età adulta o nipotini coscienti della propria storia. Prolungamento di una domanda di giustizia che per la prima volta non si ferma con l’uscita di scena di vedove o genitori.
Alla fine sono loro a manifestare solidarietà ai parenti dei desaparecidos messicani, giunti qui con una delegazione. Sono loro a inalberare le lettere scritte a una a una sui cartelli, componendo il messaggio da mandare in foto dall’altra parte dell’oceano: “Somos Todos Ayotzinapa”. Per dire che il dolore non ha frontiere. Come le mafie, purtroppo. Ma anche come la domanda di giustizia.

Scrivi un commento (2 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Monday 23 March 2015 )
Casal di Principe. La sfida in nome dell'Italia e il governo Renzi PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Monday 23 March 2015
Questo articolo è stato pubblicato sul "Fatto Quotidiano" del 19 marzo. E' un po'la sintesi del viaggio fatto a Casal di Principe con l'università itinerante. Il giorno dopo mi ha telefonato il sottosegretario Graziano Delrio (che mi ha autorizzato a darne pubblica comunicazione) per dirmi che il governo sta seguendo la vicenda di Casale e che aiuterà il sindaco Renato Natale nella sua sfida, e che anzi la cosa la seguirà lui stesso. Ne sarò contento. Leggendo capirete meglio perché.

“Mi raccomando, glielo dica a Renzi”. Mamma Jolanda, l’anziana madre di don Peppino Diana, il prete martire della camorra, dà la sua ambasciata davanti ai trenta studenti venuti a Casal di Principe da Milano per il loro progetto di università itinerante. Profumo di caffè per tutti, l’antica gentilezza contadina, il dialetto che fluisce come un fulmine. L’attuale presidente del Consiglio venne qui a trovarla e a rendere omaggio alla memoria del figlio non appena eletto segretario di partito; perché questa città è simbolo di “una priorità” del paese, e perché don Diana era anche lui uno scout. I presenti annuiscono. “Gli ho mandato messaggi, poi, ma non mi ha più risposto. C’è bisogno di lui, glielo dica”.
A Casal di Principe tira un’aria strana, tra la prudenza e l’euforia. Per carità non nominate più Gomorra. Il romanzo di Saviano ha avuto il merito della denuncia tonante. Ha acceso i riflettori del mondo su un clan che se l’è spassata tra sangue e complicità per quasi vent’anni. Ma qui è in corso qualcosa di profondo e che l’Italia non conosce. Si sta creando una nuova identità di popolo. Ciò che è stato resistenza alla camorra ora vuole diventare altro: il nuovo marchio del territorio, una nuova forma di società. “Queste sono le terre di don Peppe Diana”. Non è retorica. Chi sa riconoscere le atmosfere e gli stati d’animo, le parole e le persone, capisce al volo di essere finito dentro un passaggio d’epoca che va raccontato.
Magari partendo dal nuovo sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, un simbolo storico della lotta alla camorra, sin dagli anni ottanta. L’aula del consiglio comunale dove riceve gli studenti ha le foto del prete-profeta, don Peppe Diana, di cui oggi sarà ricordato l’anniversario dell’assassinio, il ventunesimo. Un autentico spartiacque nella storia e nella memoria collettiva. E ha anche la foto di Salvatore Nuvoletta, il ventenne carabiniere ucciso in pieno giorno dal clan di Schiavone e Bidognetti, venduto ai suoi assassini dal proprio maresciallo. Era il 1982. Natale non dimentica e sogna di fare durante il nuovo mandato almeno un terzo di ciò che è necessario per portare la sua cittadina alla normalità. Sembra poco e invece sarà uno sforzo titanico. Senza soldi, con le strade piene di buche, un terzo delle abitazioni senza acqua, il novanta per cento senza i contatori. L’eredità di una delle forme di potere più brutali e rapaci che la storia nazionale ricordi. Di fronte ai quali c’erano resistenze organizzate, embrioni di società diverse. Per questo, Natale, medico di base anticamorrista, è stato eletto con il 65 per cento dei voti. “Ma so benissimo che se non riuscirò a dare risposte, quel consenso mi si rovescerà addosso”.
Sotto il municipio, nella via intitolata al “Dottor Coppola” una scritta rossa dà il segno della difficoltà: “La nostra mentalità si chiama omertà. A morte le spie”. Don Peppe Diana. Quel sangue di un giusto sembra davvero, come nella leggenda, avere fecondato una civiltà intera, averle dato un’anima collettiva. Valerio Taglione, presidente dell’associazione intitolata a don Peppe, racconta con orgoglio le tappe della rivolta. Noi vogliamo dare a questa terra un altro nome, per trasferirci dentro un’identità nuova anche nei fatti. Perché i fatti ci sono. Quelli giudiziari, certamente. I capi di un tempo, quelli che marciavano armati sui cofani delle auto in pieno giorno, se li ricorda bene il giornalista Raffaele Sardo, sono tutti dentro. Dai carabinieri si può andare a fare le denunce sapendo di essere aiutati.
Ma anche a scuola. Il liceo Grisé a San Cipriano d’Aversa ha 850 studenti, tra scientifico, classico e linguistico. I ragazzi denunciano i guasti della camorra. L’assenza di posti dove divertirsi, dove trovarsi, città costruite famelicamente, come se i giovani non esistessero. Hanno fatto un giornalino, chiedono di sentirsi sostenuti. Perché nei luoghi dello spreco i soldi per l’istruzione mancano sempre. Scoppiano le aule e così l’anno venturo perderanno anche l’aula magna. “Dove discuteremo?”, chiede una studentessa, “finirà questa possibilità di confrontarsi?”. “Neanche per idea”, irrompe una giovane professoressa, Emilia si chiama, ci accamperemo in corridoio e discuteremo lì”. Nessuno vuol perdere questa spinta magica che si avverte, si sente, perfino nell’ingannevole ritornello che già inizia a serpeggiare sul fatto che si stesse meglio quando si stava peggio. Quando c’era il comando ferreo della camorra, e non c’erano i furti dei rom, e non si spacciava droga per le strade. Brutto a sentirsi, specie da un ragazzo, ma è la conferma: “quando c’era la camorra”.

Scrivi un commento (0 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Monday 23 March 2015 )
Leggi tutto...
Tutti stasera alla Meglio Gioventù. E Flavia Prodi PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Wednesday 18 March 2015
Giornata intensa. Prima all’università di Ferrara, dove care amiche giuriste mi avevano invitato ad aprire il loro corso speciale sulle organizzazioni mafiose. Poi a Bologna, a presentare -in vista del 21- il libro su Libera (“La scelta Libera. Giovani nel movimento antimafia”) insieme con il presidente di Unipol, Pierluigi Stefanini. Ho mostrato le nostre mappe degli indici di presenza mafiosa al nord, ma ho anche fatto tesoro di ciò che abbiamo imparato durante il viaggio a Casal di Principe. Che è tanto.
Ragazzi, che cosa non è andare in giro, vedere con i propri occhi, ascoltare con le proprie orecchie i testimoni, anche le battute di cinque secondi. O vedere un muro, e le scritte che lo imbrattano. Parlo e mi accorgo di quanta roba ho imparato, di quante cose so in più rispetto a chi legge i giornali o si studia le ricerche (non parliamo di chi passa la vita a chiosare le teorie altrui…). A Bologna è venuta alla presentazione del libro anche Flavia Prodi. E ancora una volta ho ammirato la sua semplicità. La donna un giorno rincorsa e adulata dall’Italia girava con naturalezza tra i libri e sembrava che nessuno la riconoscesse, tanto che a un certo punto ho pensato di essermi sbagliato. Era lei, invece, che poi è venuta a salutarmi per dire che “Romano è in viaggio e sta tornando”. Sono stato contento di sapere, a proposito, che il famigerato Incalza ha attraversato mille governi ma non quello Prodi in cui c’ero io….Le differenze alla fine vengono fuori.
E domani sera, mercoledì 18, verranno fuori bene anche le differenze tra i miei studenti e la trita rappresentazione che si dà dei giovani “che non si impegnano più”. Si terrà infatti a Scienze Politiche (via del Conservatorio 7, zona San Babila), a partire dalle 20.30, la quinta edizione de “La meglio gioventù”, ormai tradizionale e festosa manifestazione in cui vengono presentate alla città le migliori tesi di Sociologia della criminalità organizzata dell’anno prima. E’ un modo per gli appassionati e i curiosi di avere in anteprima conoscenze che si faranno strada, dalla ‘ndrangheta a Bollate alla criminalità lituana, dalla pirateria somala al cammino del 416 ter in parlamento.

Stavolta poi ci sarà una sorpresa: un fantastico progetto di origine totalmente studentesca (WikiMafia) per mappare la presenza mafiosa sui territori. Insomma, venite e non vi pentirete. E’ in queste occasioni che si riprende fiducia e si smette di essere banali. Quanto alle cose viste a Casal di Principe, le troverete in gran parte su un prossimo articolo sul Fatto (di Castelvolturno potete invece già leggere qui accanto). Insomma, ci vediamo a Scienze Politiche. Intorno alla meglio gioventù troverete, belli pimpanti, rettore e un po’ di autorità istituzionali. Oltre che parenti e amici in festa, ovviamente.

Scrivi un commento (4 Commenti)

Di ritorno da Casal di Principe. Ma prima di tutto, Edda PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 17 March 2015
 

Lo so che vi aspettate il racconto dell’università itinerante che da giovedì scorso a ieri sera si è irradiata da Casal di Principe verso la provincia di Caserta, portando (giustamente…) agli onori delle cronache i miei virgulti e le mie virgultine. Vi dirò dunque che l’itinerare è stato bello assai, carico di conoscenze provenienti dalle frontiere sociali del sapere e ancor più carico di emozioni. Che tra i viaggiatori ce ne sono stati diversi (diverse) che hanno confessato che quel che hanno visto e sentito ha cambiato loro la vita. Però tutto questo vi sarà descritto con la gioia che merita nel post che seguirà.
Perché qui io voglio anzitutto salutare una delle amiche più grandi e leali e generose che mai abbia avuto. I blogghisti più intimi sanno già di chi mi accingo a parlare. Sì, Edda, l’instancabile Edda. Edda, guerriera radiosa. Questo prodigio di amore per la vita e per i grandi ideali se ne è andata dopo una malattia di alcuni mesi affrontata con dignità estrema. Ha letto, discusso, sognato, polemizzato fino a due giorni prima di addormentarsi dalla vita. Insofferente delle ingiustizie e degli opportunismi (e degli opportunisti), non si è mai negata a una firma, una manifestazione, un sit in, un volantinaggio per ogni buona causa, che nemmeno io sapevo come facesse. Il suo capolavoro è stato il volantinaggio contro le leggi ad personam di B. in piena estate a Porto Cervo. 2010, credo. Da sola, a mezzogiorno, in partibus infidelium, sulla banchina del porto tra maree di turisti. A lei, partendo da quel gesto risorgimentale, ho dedicato un capitolo dei “Fiori dell’oleandro”, perché davvero sembrava fatto per Edda quel sottotitolo che tanto mi piace: “Donne che fanno più bella l’Italia”.
Ricordate la manifestazione del Palavobis del 17 febbraio 2002 che lanciò definitivamente la stagione dei girotondi? Ricordate l’arancione delle Girandole? Ecco, dietro c’era lei, Edda Boletti, che non amava mostrarsi ma c’era sempre; è venuta -già da tempo malata- anche alla fiaccolata di fine novembre per ricordare Lea Garofalo.
Leader di popolo così, ve l’assicuro, non ce ne sono tanti in giro. Mi mancherà la sua amicizia. A Jerry, a Bubi, grazie per averla accudita con amore (per tutti noi) fino all’ultima ora.
 

 

Scrivi un commento (3 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Tuesday 17 March 2015 )
La ricevuta fiscale del cuore. E l'università itinerante a Casal di Principe (per pensarvi meglio..) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 10 March 2015
 

Cari amici vicini e lontani, volete una confidenza? C’è una ricevuta fiscale che mi è cara come poche. Ci ho scritto su “serata dell’orgoglio”. Ebbene sì, è quella della cena fatta con biondina e gracchi domenica l’altra. Me la sono ritrovata in tasca e mi sono chiesto: perché buttarla? Per me vuol dire qualcosa, infatti. Davanti a me avevo i due Gracchi e sentivo tutto l’orgoglio di essere il loro padre. Lui reduce dalla Birmania, dove è andato ad aprire il nuovo Ostello Bello, un colpo di genio e di coraggio che ha procurato a lui e ai suoi amici una paginata intera del “Corriere” di Milano (io non ci sono mai riuscito, e qualcosa vorrà dire). Il segno di una cultura imprenditoriale non assistita e non imbrogliona che si misura davvero con la globalizzazione. Lei reduce, almeno per me spettatore di film, dalla sua assistenza alla regia di “Noi e la Giulia”, film delizioso che si fa beffe con arguzia della cultura camorrista. Lo consiglio vivamente a chi voglia ridere e pensare. Appunto, li guardavo e pensavo “eccoli qua, ‘sti due”. Ma sì, terrò la ricevuta fiscale per ricordo. Della serie “anche le scartoffie hanno un’anima”.
E a proposito di cultura camorrista, giovedì si parte alla volta della quarta edizione dell’università itinerante.  Il corso di Sociologia della criminalità organizzata si trasferisce in veste pregiata a Casal di Principe: “In terra di Gomorra, dopo Gomorra”. Saremo in formazione inedita, con molti studenti alle prime armi (ma anche qualche glorioso neolaureato), e in più quattro studentesse provenienti da Berlino, appassionatesi all’idea durante il mio corso di gennaio-febbraio; e due studenti di Padova. Ci ha fatto da sponda l’associazione “Don Peppe Diana”, e ci faranno da virgilii locali Raffaele Sardo e Simmaco Perillo, gloria della loro terra. Il programma è fittissimo: visite e consumazione dei pasti in beni confiscati, incontri con educatori e giornalisti, testimonianze di imprenditori che hanno rifiutato di pagare il pizzo, documentari, dibattiti con esponenti locali dell’amministrazione o dell’impegno parrocchiale, partecipazione a confronti con studenti delle scuole superiori, visite a familiari di vittime, ricognizione dei luoghi significativi, dai quartieri degradati alle scuole, dalle ville bunker al cimitero…E anche festeggiamenti con le associazioni anticamorra. Il tutto condito fino a notte da seminari formali e informali di ricostruzione storica e analisi sociologica, perché qui mica si scherza. E voi profani ricordate: non c’è barba di aula universitaria che possa dare quello che si riceve in queste occasioni. Al seguito avremo un inviato di Radiopop che farà una corrispondenza ogni giorno anche per voi. Così, amici, viaggia la cultura. Pensateci, noi vi penseremo…

 

Scrivi un commento (5 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Tuesday 10 March 2015 )
Viaggio a Lione. Tra buona antimafia e aerei fuffa. E un'ipotesi sulla Tav... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Saturday 07 March 2015
 

Splende la luna nel cielo su Milano, in attesa delle idi di marzo. Suprema, perentoria, luminosissima. Ci sono notti in cui questa città dà (e tira fuori) il meglio e agita la voglia di tuffarsi nei classici, poesia e buona letteratura. Poi uno non lo fa, ma già la voglia appaga. Era bella anche la luna su Lione, dove ho fatto esperienza bellissima della Francia. Lione ha tutto. Il fascino della conservazione amorevole di modi di vivere e abitare. Il fascino del futuro, fatto di spazi e grandi architetture. Quello dei due fiumi, Rodano e Saona, che si riuniscono grandiosamente. Quello della cultura e dell’arte. Ci tornerò. Quando potrò, naturalmente. Stavolta, intanto, sono andato a tenere un seminario sui movimenti antimafia nell’Italia di oggi. Sede, la celebre Ecole  Nationale Superieure, culla della grande pubblica amministrazione francese. Invitato, grazie a Maurizia Morini, prof di Reggio Emilia colà andata a insegnare Storia contemporanea, da un Dipartimento che tutto sa del Cinquecento italiano. Una presenza fitta e attenta di circa trecento tra giovani e adulti, il che mi convince a dare maggiore radicalità al proposito (recente, ahimé) di promuovere all’estero la conoscenza di questo grande movimento. Che a Bologna il 21 prossimo avrà la sua apoteosi in occasione del ventennale di Libera (e che gli alberghi di Bologna stanno degnamente festeggiando triplicando i prezzi…).
Nella circostanza ho fatto anche conoscenza diretta della celebre Swiss(air). Ah, che puntualità, ah che serietà, ah che efficienza. All’andata quaranta minuti di ritardo su Zurigo, con lo steward che giurava in continuazione: a Zurigo sono informati, non temete per le coincidenze, vi stanno aspettando, chi va a Lione si presenti qui, chi va a Los Angeles si presenti lì….Ecco: non c’era nessuno. E nessuno che dicesse: l’aereo è già partito. Si guardavano intorno costernati: eheh, vada al transfer, è tardi…Insomma, mi sono beccato cinque ore di aeroporto. Al ritorno nuovo ritardo, e aereo rotto a Zurigo, con cambio di aereo due minuti prima della partenza. Quando si dice la Svizzera…Interessante in proposito la tesi di Charlotte Moge, dottoranda di Lione (sulla memoria nella lotta alla mafia). Prima i collegamenti con Milano c’erano, dice; era facile viaggiare, ora è un inferno perché vogliono rendere indispensabile la Tav. In effetti, perché sopprimere voli e treni che esistevano, se questo è un percorso cruciale per l’Europa?
Impazza intanto, a proposito di grandi opere, il dibattito su Pisapia. Si ricandiderà o no? Tornerò sul tema. Ma certo gli è capitata questa Expo già confezionata dagli altri e lo hanno sfinito. Fosse un tangentista ci si sarebbe buttato al volo con letizia (non Moratti). Ma siccome non lo è, si è trovato a dovere gestire/sorvegliare una manifestazione pensata da altri in una logica a lui non congeniale; e deve farla pure andare bene. Una fatica improba, credetemi. Domani è il fatidico 8 marzo. Il profumo delle mimose mi piace, ma ho preferito scrivere per il Fatto un pezzo che parla di cose meno gioiose.
Sempre donne. E vedrete voi se non era il caso.

 

Scrivi un commento (2 Commenti)

<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 17 di 1664
Abbiamo 24 visitatori online e 1 utente online
Collegati al blog
Username

Password

Ricordami
Hai perso la password?
 
Ultimo articolo
I "messi alla prova" di Trapani. Una voglia matta di ricominciare
Il Fatto Quotidiano, 22.3.15
Chiudete gli occhi e immaginatevi la scena: “Dottore, dottore, dottore del buco del cul, vaffancul, vaffancul”. Sono le dieci di sera quando arriva in piazza XX settembre a Bologna, a un passo dalla stazione della strage, il canto fescennino per il neolaureato di turno. Ormai in Italia si festeggia così, sono soddisfazioni. La povera pattuglia canora giunge da via Indipendenza. Al centro una giovanotta in minigonna, a cui la corona d’alloro d’ occasione cinge la fronte inutilmente spaziosa.
I ragazzi dell’area penale di Trapani, i cosiddetti “messi alla prova”, osservano la scena con uno sguardo tra lo scettico e il disgustato. Si sentono giustamente più seri. “Se avessimo potuto studiare noi”, “se non avessimo dovuto passare il tempo in strada”, fioccano i loro primi due commenti. I ragazzi sono una decina e sono arrivati in aereo da Trapani dribblando lo sciopero improvviso dei controllori di volo. Sprizzano felicità per essere stati portati qui, ventesimo compleanno di Libera, da Salvatore Inguì, il loro capo indiano con barba e coda di cavallo, una bellissima faccia da educatore paziente. Di fronte al canto osceno avvertono di colpo l’ingiustizia della disuguaglianza di classe. Chi ha potuto permettersi l’università fa scempio della sua fortuna mentre loro sono lì impegnati a recuperare la maledetta lotteria che li ha fatti partire venti passi indietro agli altri. Partecipano a un progetto speciale. Si chiama “Radici di memoria”: riconoscimento delle proprie responsabilità, percorso educativo, volontariato sociale.
“Perché nessuno nasce imparato”, dice Maurizio con gli occhiali, “giusto? Ecco, noi abbiamo sbagliato, non lo sapevamo. E ora vogliamo prendere la retta via. Non vogliamo far più piangere nessuno”, per dire che non vogliono più campare di furti e di rapine o di estorsioni. Giovanni ha la giacca strizzata e corta blu, una certa eleganza. E ha una grande ambizione. “Vogliamo fare una cooperativa per dare lavoro a quelli che hanno sbagliato come noi”. E’ un sogno, commenta un altro, e si capisce che è un sogno davvero accarezzato.
Sono tutti in circolo, ora. Nessuno di loro ha un vero mestiere, eccetto un aiuto cuoco. Si sono fermati tutti alla scuola dell’obbligo. Solo due hanno fatto il primo anno delle superiori, poi fine. Prestano lavoro alla cooperativa “Rita Atria”, Castelvetrano, e vorrebbero andare a visitare altri beni confiscati, anche a Cascina Caccia in Piemonte, dove gli piacerebbe imparare a produrre la birra. Vogliono imparare, mica solo a tagliare l’erba ma proprio a condurre un’azienda agricola. Sono felici di avere preso l’aereo per la prima volta in vita loro. Si sfottono sulla paura che qualcuno ha avuto durante il decollo o quando l’aereo ha preso a ballare. Hanno apprezzato le hostess, e si capisce (e lo confidano) che nel gruppo i testosteroni vanno a mille, anche se tre di loro sono già padri. Chi ha due figli a venticinque anni (il più anziano), chi ne ha uno a venti, chi ne uno addirittura a diciotto (“ma l’ho fatto a quindici”, chiosa orgoglioso).
Nessuno chiede loro niente. Hanno voglia di raccontarsi. “Noi in strada ci stavamo solo per aiutare la famiglia. Se uno vede padre e madre che per via dell’età non trovano più un lavoro che fa? Si ruba anche per comprare la medicina alla sorella, si ruba per sopravvivere. E le pare che se avevo un lavoro mi mettevo a rubare. Mica siamo come a Firenze dove tutti trovano da lavorare”. Tra loro c’è anche un compositore musicale, ha la base sul cellulare, poi ci pensa lui a fare i miracoli. Suona chitarra batteria e anche pianoforte, gliel’ha insegnato un educatore. Nella sera che si fa sempre più fresca hanno un desiderio matto di narrarsi, giustificarsi, promettere. Hanno visto anche testimoni di giustizia e persone che “hanno ucciso i familiari”, “vabbe’, persone a cui hanno ucciso i familiari”, si correggono tra loro; ha organizzato tutto Salvatore con le assistenti sociali. Parlano ripetutamente del “percorso” che stanno compiendo, come i loro colleghi di Napoli o Firenze, Palermo o Milano.
Leggi tutto...
 
Sac Celine Balenciaga Sac Celine Sac Hermes Borse Borse Prada Borse Balenciaga Prada Borse Michael Kors Schweiz Hermes Taschen MCM Taschen Celine V?ska Gucci Schoenen