In libreria
Il nuovo libro
 
 
   
Blog
Un ex sindaco al lavoro, tra libri e sedie da spostare (e un'amarezza in gola) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 30 June 2015
Dal 17 al 21 si è tenuto il terzo festival della saggistica di Fano, di cui il vostro Anfitrione è presidente. Questo articolo è stato scritto nel pieno delle fatiche letterarie, di cui vi dirò. Ed è uscito sul Fatto del 21 giugno.


Accidenti che storie escono, quando incominci a scavare. Avrei voluto parlarvi di un ex sindaco che dopo tanti anni dal suo ultimo mandato ancora lavora gratis per la sua città. E invece son qui a raccontarvi di un uomo innamorato della politica ma che per colpa della politica può cercare rifugio in un fazzoletto a sessant’anni suonati. Si chiama Cesare Carnaroli, ed è stato il sindaco di Fano dal 1995 al 2004. Nato a Monte Porzio in provincia di Pesaro nel ’51 da un falegname e da una barista, ha preso il nome dal nonno: un muratore “di quelli bravi” costretto a emigrare in America perché senza lavoro. Aveva la colpa di essere repubblicano e anticlericale nei possedimenti del conte di Montevecchio, sindaco di Fano un secolo prima che venisse eletto proprio il nipote del muratore sovversivo. Insomma, una storia familiare che ha lasciato il segno in questo signore con occhiali e pizzetto grigio, lo sguardo che alterna lampi beffardi a echi di commozione.

Comunista, dunque, il Cesare Carnaroli. E questo lo si sarà capito. Arruolato nella segreteria provinciale del suo partito a Pesaro già a 22 anni. Giunto giovanissimo a Fano mentre studia scienze politiche all’università di Urbino, dipendente Erap (Ente regionale delle abitazioni popolari), una carriera da consigliere e poi da assessore comunale in una delle terre tradizionalmente più a sinistra della penisola. Fino al grande salto a sindaco. “Ma per sbaglio. Allora c’era un accordo di ferro tra comunisti e socialisti. Pesaro e Urbino toccavano al Pci, che lì superava il 50 per cento dei voti. Fano, dove pure prendevamo il 40, andava ai socialisti, insieme alla presidenza della provincia. Solo che agli inizi degli anni novanta saltò tutto con Tangentopoli e diventai sindaco io, comunista nativo di Monte Porzio. E’ stata una grande esperienza. Ricordo con orgoglio soprattutto due cose. La prima è che raddoppiammo il porto. Una legge regionale aveva stanziato 25 miliardi per opere portuali. Solo che noi fummo gli unici a presentare un progetto e quindi prendemmo tutti i fondi, riuscendo a cambiar faccia a una infrastruttura fondamentale della città. La seconda è che riaprimmo il teatro della Fortuna. Era chiuso dai tempi della guerra, con il tetto sfondato dalla cima del campanile tirata giù dai tedeschi. Sì, i tedeschi in ritirata avevano abbattuto tutti e cinque i campanili di Fano per renderli inservibili come vedette. Quando fui eletto misi fine alla rincorsa disordinata delle emergenze e decisi di fare le opere necessarie alla vita della città. Il teatro riaprì e raddoppiammo le spese in cultura, pensi che venne anche per due stagioni Dario Fo a fare il suo carnevale”.

La passione per la cultura. Quella gli è rimasta appiccicata addosso. Tanto che l’ex sindaco si è preso una settimana di ferie per star dietro all’organizzazione del festival della saggistica che chiude oggi a Fano, “Passaggi Festival” si chiama, giunto alla sua terza edizione e di cui è stato tra i fondatori. Così che tra autori e giornalisti e ministri lo potete vedere che consulta orari e previsioni del tempo, accogliendo ospiti o spostando sedie, mentre qualche gentiluomo locale ancora lo appella “Buongiorno sindaco”. “Perché lo faccio? Per la mia città, mica per ragioni politiche. La prima edizione l’abbiamo fatta quando c’era ancora il centrodestra, d’altronde. Poi un po’, lo confesso, anche per questa rivalità con Pesaro, dove sono abituati a vederci come figli di un dio minore. E infine perché ho sempre creduto che questa città vada sprovincializzata, indotta a non pensare solo al bel tempo andato, ma ad aprirsi”. L’ex sindaco si aggira e sorveglia i dettagli nel chiostro, sulla piazzetta, nell’ufficio, da volontario qualsiasi. Si gode la gente che arriva, ha ancora in mente la lectio magistralis di Sergio Zavoli, che venne qui due anni fa, apprezza gli incontri sui movimenti politici o sulla mafia, ce ne sono diversi.

Scrivi un commento (3 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Tuesday 30 June 2015 )
Leggi tutto...
Meraviglie (e nostalgie) genovesi. Una mostra per voi e una voglia matta di università itinerante PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 14 June 2015
 

Che confusione sotto il cielo, solo che stavolta la situazione non è affatto eccellente. Sembra che il mondo sia privo di bussola, e che la bussola, al momento, ce l’abbiano solo l’Isis, la ‘ndrangheta e i narcos messicani.  E Putin. E di qua papa Francesco. Poi singole persone o singoli gruppi. Governi, Unione europea, Onu, nada de nada. Certo ce l’hanno, tra i gruppi, i magnifici giovani di Libera Liguria, che ieri a Genova hanno presentato a Palazzo Ducale, in una sala del Minor Consiglio strapiena, il loro freschissimo Osservatorio sulla criminalità organizzata. Creatura loro, con l’appoggio della Comunità San Benedetto, eredità preziosa di don Gallo. Sono rimasto ammirato vedendo con che entusiasmo, competenza, passione e anche allegria si siano preparati questi ragazzi a offrire un servizio così prezioso alla loro regione, dove in troppi (giudici compresi) continuano a negare la presenza della mafia. L’hanno dedicato a Boris Giuliano, grande commissario di polizia ucciso da Cosa Nostra nel 1979. Che poi tra loro ci fosse qualcuno che mi ha seguito in università itineranti o laboratori di giornalismo antimafioso, questo mi inorgoglisce.  La sera siamo stati tutti insieme alla Lanterna, il locale sul porto fondato dal mitico “Gallo” (che si sente, si sente che c’è ancora…). Discorsi, musica di chitarre, felicità, progetti e amicizia per quattro ore filate, e vi sfido a dirmi che è poco. E si è mangiato pure bene, e tutti a dirmi che di là è passato a dar suggerimenti lo chef Cannavacciuolo, che ho così gradevolmente scoperto, perché, stando al nome, per me poteva essere un terzino dell’Avellino.
Visti ieri davanti alla stazione di Milano, sotto un’afa mostruosa, gli assessori Granelli e Majorino dirigere personalmente le operazioni di ricovero e assistenza dei rifugiati. Senza televisioni e giornalisti. Be’, quando la politica è questa, tanto di cappello. Non sono tutti uguali.
Colgo infine l’occasione per invitarvi ad andare tutti a vedere la mostra degli Isia a Milano, in corso Garibaldi 116 alla bellissima Biblioteca Umanistica. Un concentrato di freschezza artistica, di storia di studenti creativi, di talenti giovanili. Sintetizza il lavoro dei quattro Isia italiani: Faenza, Firenze, Roma e Urbino, che assai mi è cara. Se avete un po’ di curiosità per quello che si fa nei nostri istituti di formazione artistica più sensibili all’etica e all’impegno sociale, andateci. Vi bastano quaranta minuti, ma ne vale la pena: piccolo gioiellino Expo, dedicato a Dante (la mensa del sapere…).
Oh, mercoledì finisco anche il corso sperimentale di Sociologia e metodi di educazione alla legalità. Quando finisco tutti i corsi mi prende la crisi da vuoto, che vi devo dire? Vi dico che qui urge un’università itinerante…

 

 

Scrivi un commento (6 Commenti)

Quella incredibile perizia che ha mandato a casa il boss... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Friday 12 June 2015
Mi sono reso conto di non avere pubblicato per i miei blogghisti questo articolo uscito sul "Fatto" del 4 giugno. Sul tema oggi è tornato, chiedendo una risposta dalle autorità competenti, Adriano Sansa. Mi sembra una questione grave, e molto...

Stavolta niente coni d’ombra, di quelli che a cicli regolari aiutano i clan. Nemmeno il  terremoto elettorale può far dimenticare l’incredibile perizia che ha spedito per dieci anni agli arresti domiciliari, anziché tenerlo in carcere, il presunto boss Giulio Lampada, condannato in appello a quattordici anni ed esponente di punta della famiglia reggina che, imparentata con quella dei Valle, la fa da padrona da decenni nella Lombardia meridionale. La motivazione è echeggiata in tutta la sua drammatica comicità nei telegiornali. Lampada non ha proprio piacere di stare in carcere. Non lo sopporta. Non sopporta la vista delle divise. Ma non può stare nemmeno nell’infermeria, perché neanche i camici bianchi sopporta. E nemmeno in una comunità protetta. Potrebbe perfino uccidersi alla vista di quegli indumenti. E’ “incompatibile con qualunque tipo di luogo detentivo”. Dunque deve starsene a casa sua, circondato dall’affetto dei suoi cari. Nemmeno una commedia all’italiana sarebbe arrivata a tanto. Invece lo ha stabilito una perizia ufficiale. E la giustizia italiana, quella che assiste inerte a qualche massacro all’anno nelle celle, si è prontamente inchinata. D’ora in poi nessun professore bocci più un allievo, potrebbe uccidersi nel pieno di una crisi esistenziale (e succede).

Questa storia delle perizie medico-giudiziarie è uno scandalo su cui nessuna (ma proprio nessuna) riforma della giustizia ha mai saputo balbettare qualcosa. La mafia ha sempre potuto contare su medici e psichiatri che, per soldi, dottrina o misericordia, hanno accertato che il boss affidato al loro giudizio fosse incompatibile con la detenzione. Si ha così da decenni il grottesco di magistrati, poliziotti e carabinieri che investigano, sudano e rischiano in nome dello Stato, decidono coraggiosamente, insieme a quei semplici cittadini che sono i giurati popolari, di infliggere condanne; qualcuno ci resta anche per strada; e poi medici, anch’essi pubblici ufficiali, che con una firma mandano all’aria qualsiasi pretesa punitiva dello Stato.

Il grado di appello del maxiprocesso si celebrò praticamente a gabbie vuote perché decine e decine di boss avevano avuto la loro brava perizia. Non solo. Qualche anno fa un oculista ragusano della Maugeri di Pavia, Aldo Fronterré, certificò che il capo dell’ala militare dei casalesi, Giuseppe Setola, era affetto da maculopatia, dunque avviato alla cecità e per giunta inoperabile. Setola uscì così dal carcere ed ebbe gli arresti domiciliari a Pavia. Da cui scappò per tornare in Campania, dove il killer “cieco” seminò il terrore uccidendo diciotto persone, tra cui imprenditori e commercianti che avevano testimoniato contro di lui. Una firma e, zac, diciotto morti. C’è materia per gli ordini professionali, che in genere se ne infischiano.

Naturale dunque chiedersi, nell’ultimo caso di Milano: quale giudice ha scelto quel perito, Elvezio Pirfo, sentendo la necessità di andarlo a prendere a Torino? Per quale motivo lo ha ritenuto così conforme ai propri ideali di terzietà e di giustizia? Forse a Milano non c’era nessun perito o collegio di periti di valore disponibile? Anche perché questo dottore così premuroso nei confronti di Giulio Lampada ha fama di avere fatto lo psichiatra nelle strutture pubbliche torinesi con le maniere un po’ forti. Anzi, il perito premuroso ha scritto di un’anziana signora torinese che non vi erano dati certi sul fatto che nella sua adolescenza avesse subito “eventi sostanziali e/o psicosociali avversi” o “dinamiche familiari da lei vissute come negative”. A 17 anni le avevano semplicemente sterminato la famiglia durante un rastrellamento nazista!

Scrivi un commento (2 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Friday 12 June 2015 )
Leggi tutto...
Trame buone a Berlino. Annunci buoni di Renzi. Bufale e ladri a mia insaputa. E domani Gramsci! PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 09 June 2015
 

Ohibò quante cose da raccontare. La prima in assoluto è che sono tornato per tre giorni nell’amata Berlino. Non per la partita, peladroni che non siete altro. Ben sapete che mi svanì la passione a colpi di corrotti, tangenti, scommesse, doping e ultrà da galera, fino a far dire al tifoso romantico e sublime che era in me lo storico “non mi avrete”. Ho apprezzato però che in città si vedessero tranquillamente tifosi bianconeri e azulgrana convivere allegramente negli stessi bar e negli stessi pub. No, non per la partita. Ci sono andato per aprire una rassegna cinematografica retrospettiva su Francesco Rosi. Per introdurre “Salvatore Giuliano”, film potentissimo; che a rivederlo si capisce perché nel ’61 non venne accettato a Venezia. Ne ho approfittato per tessere con il grande Luigino le trame delle azioni prossime venture, quelle da realizzare al mio ritorno alla Humboldt nel prossimo gennaio-febbraio, dove, smosso dall’assaggio di Rosi, terrò un corso su mafia, narrativa e cinema. A proposito, attenti alle merci contraffatte: stava scritto su Repubblica che a Roma avrebbero parlato, in vista di un corso che si terrà a Berlino il prossimo anno sui beni confiscati,  “i professori della Humboldt”. Così li ha venduti, a scopo di autoaccreditamento, qualche esponente nostrano del celebre circo dell’antimafia: tra i “professori della Humboldt” la maggiore in grado era una studentessa!
In ogni caso i parchi berlinesi in giugno sono una meraviglia. Pochi scampoli sul resto. Anzitutto sugli immigrati che arrivano stremati. Punire i comuni che ne accolgono tre o quattro? A questo siamo arrivati per ragioni elettorali nella civile Lombardia? Bene ha fatto Renzi, sia reso onore al merito, ad annunciare subito premi governativi per chi lo farà. Ecco, è qui, in queste sue pene, che la politica dimostra di essere molto altro rispetto alla “forma più alta di carità”, per usare l’espressione di Paolo VI. Lo dimostra qui e lo dimostra pure a Roma. Dove io non voglio gettare  
colpe alla cieca. Però se ci sono di mezzo i capi di gabinetto o i segretari particolari di Veltroni, di Zingaretti e di Marino (persone che non reputo affatto ladre), ragazzi, vuol dire che il sistema è proprio fradicio. E che quelli del “a mia insaputa” sono un esercito.
Il popolo in cammino dell’antimafia avrà il suo da fare. Davvero a immagine biblica dovrà corrispondere impresa biblica… E a proposito di antimafia, un saluto riconoscente a Giuseppe Casarrubea, storico appassionato che come nessuno ci ha fatto conoscere la storia di Portella della Ginestra (a proposito di Giuliano)…
Oh, domani vi aspetto tutti allo spazio Melampo! In via Tenca, alla mia lezione su Gramsci. Perché la politica è stata anche pensiero profondo, cultura complessa e utile a cambiare un paese, non solo slogan buoni a vincere le elezioni tra urla e cachinni. Vi aspetto per narrarvi la forza di quel pensiero nello spiegarci l’Italia di oggi. Non ve ne pentirete, giuro: soddisfatti o rimborsati.

 

Scrivi un commento (4 Commenti)

Matteo il condottiero. Quelli che non hanno fatto il militare PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 02 June 2015
 

Festa della Repubblica, festa che accomuna e Dio sa se ce n’è bisogno. Continuo a pensare che lo spettacolo post-elettorale a cui stiamo assistendo confermi quel che insegno in Gestione comunicazione di impresa quando affrontiamo il capitolo della comunicazione di crisi (per capirsi: quella che obbliga ogni tanto Ilva a spiegare i tumori a Taranto o Adidas perché fa fare i palloni dai bambini del terzo mondo asiatico…),ovvero che a una cattiva gestione segue sempre una cattiva comunicazione.
E non è solo un problema di gruppi dirigenti; anche il popolo di partito non scherza. Difendevano B. quando disonorava l’Italia nel mondo (“lui almeno va con le donne”). Andavano in sollucchero quando Cossiga picconava le istituzioni (“hai visto come gliele canta chiare?”) o quando Andreotti si faceva beffe pubblicamente delle vittime di mafia (“quant’è spiritoso!”). Difendevano Bossi come rappresentante del nord produttivo quando era il perfetto esemplare del nullafacente a vita. Avevano difeso perfino i carri armati di Budapest o di Praga. Quant’è brutta la gente, diceva Eduardo. E questo sospetto ogni tanto viene anche a me, che pure cerco di raccontare nei miei articoli sul Fatto tutti i gesti, i volti, le piccole e grandi passioni e gentilezze che danno senso alla vita.
Ora si scopre che il Renzi in divisa non ha fatto il militare. Lo so che agli italiani, che in fondo sono antimilitaristi, non gliene frega niente. Ma vedete, se c’è qualcosa che lega indissolubilmente Renzi ai suoi predecessori, e ne fa uno come gli altri, è proprio questo. Perché se la gente deve denunciare i privilegi del politico pensa subito all’appannaggio parlamentare. E invece c’è (c’è stato) un privilegio ancora più esclusivo, che lega e unifica tutti (o quasi) i leader politici degli scorsi decenni: non essere andati militari a differenza dei loro coetanei. Avere battuto la strada del privilegio sin da piccoli, non come compenso per una funzione pubblica, ma come riconoscimento di uno status privato
. Non lo fece Cossiga, non lo fece Spadolini, non l’ha fatto Berlusconi, e nemmeno D’Alema o Veltroni. Ma a Cossiga piaceva da matti travestirsi e farsi fotografare vestito da ammiraglio, e anzi grazie a un cavillo si fece nominare capitano di corvetta da Gronchi e poi capitano di fregata da Giovanni Leone. Spadolini che se l’era scapolata (insufficienza toracica?) andava pazzo per giocare ai soldatini con l’esercito. Non parliamo di B., “l’uomo che portò il paese in guerra senza avere fatto il servizio militare”, come brillantemente il vostro Anfitrione sottotitolò un suo fortunato libro. Anche D’Alema fece della guerra in Kossovo la prova del nove della sua qualità di statista. Bello comandare i militari dopo essersi fatti esonerare. Alla faccia della Costituzione. Già. Sentite cosa scrissero quei poveri costituenti (articolo 52, primo e secondo comma): “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici”. W la Repubblica!
 

 

Scrivi un commento (1 Commenti)

Ultimo aggiornamento ( Wednesday 03 June 2015 )
Welcome in Afghanistan. Tutta colpa di Pastorino... PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Tuesday 02 June 2015
 

Oh, ragazzi, quando la biondina mi ha detto che Renzi era partito per l’Afghanistan ho pensato a uno scherzo. Ridevo e non ci volevo credere. L’aveva già deciso e non l’aveva detto per ragioni di sicurezza? E voi ve lo vedete uno che sa di dovere partire il mattino dopo per l’Afghanistan e la notte gioca alla playstation con Orfini? Purtroppo sembra una condanna dei segretari “innovatori” del Pd, quella di non sapere affrontare le sconfitte. Veltroni si dimise per intervista senza presentarsi all’assemblea nazionale. Renzi vola via, va al fronte. Quelli sono militari e devono tacere.
Ma è tutta la vicenda che è surreale. Pochi mesi fa dissi tra amici che secondo me era iniziato (molto rapidamente, purtroppo) il declino di Renzi: fu quando in Emilia (in Emilia, dico!) andò a votare meno del 40 per cento degli elettori. Quello era il segnale. Che venne snobbato. E che si è ripetuto. E’ andato a votare un elettore su due, nonostante la mobilitazione delle clientele nel sud e nonostante quattro regioni avessero solide tradizioni di partecipazione di sinistra (Liguria, Toscana, Umbria, Marche). E se la tua gente non ti viene a votare ha fatto la scelta di ritirarti il voto. Lo capisci o no?
Le discussioni e le recriminazioni udite, poi, sono di un livello desolante. Colpa di Cofferati, colpa di Pastorino, elimineremo le correnti. Vedete, amici blogghisti, l’incoscienza a volte aiuta. E in effetti solo una salutare incoscienza, agli altri sconosciuta, poteva portare Renzi a sfidare il vecchio Politburo comunista. Ma l’incoscienza non fa bene quando devi governare. Allora tutto si paga. Il sistema elettorale (a proposito: così i 5Stelle si papperebbero tutto…), la Costituzione, la scuola pubblica, tutto smontato come da un capriccioso giocatore di meccano (chi lo ricorda?). Tu imponi candidature assurde, umilii una parte del tuo partito, lo deridi dopo avere avallato le truffe ai suoi danni, e poi ti arrabbi e gli dai la colpa se non ti sostiene?
Ribadisco: che pena quei cortigiani, che Barbara Spinelli ha efficacemente paragonato a una “muta”  
sguinzagliata ad azzannare gli avversari di turno….
La verità è che il Pd è passato in un anno dal 40 al 23 per cento (ripeto: con dentro quasi tutte le regioni rosse). Abboniamo pure un 5-7 per cento dirottatosi verso le liste locali. Siamo al livello o addirittura sotto Bersani. Che occasione di cambiamento buttata alle ortiche! Ma questo conferma una cosa (e qui parlo ai miei studenti, veri o ideali): bisogna studiare, bisogna studiare, e sodo, e soffrire e poi ancora studiare. O alla fine vincerà il ciarlatano che è in voi.
Buona festa della Repubblica!!
 

 

Scrivi un commento (3 Commenti)

Stalin, Stalin. Ovvero come rendere onore a un criminale (ancora a proposito di Bindi) PDF Stampa E-mail
Scritto da Nando dalla Chiesa   
Sunday 31 May 2015
 

Torno sull’assalto alla Bindi. Non posso non farlo. Anche se mi piacerebbe parlarvi d’altro, ad esempio della storia di amore e gentilezza di cui racconterò domani sul “Fatto”. Se la politica doveva dare un’ulteriore immagine intollerabile di sé, ecco, l’ha data. E ha dimostrato come sia in grado di corrompere anche gli “innovatori”, anche chi per anni ha reclamato tra gli applausi più moralità e più rispetto per i cittadini. E una volta entrato nel Palazzo dimentica tutto e sposa testa e linguaggio della casa. E’ come se un signorotto avesse aperto i cancelli ordinando agli armigeri di avventarsi sull’untore. Ma come si fa a tirare in ballo Stalin, dico io? Il fatto è questo: una commissione parlamentare adotta all’unanimità un codice etico e la sua presidente lo mette (orrore!!) in pratica. Perché si sa che i codici etici vengono fatti per gabbare i cittadini o gli iscritti al partito. Se invece vengono osservati c’è l’alto tradimento, c’è Stalin. Ma Stalin era proprio una bella Costituzione, quella sovietica, mai osservata. Stalin era il segreto, non l’informazione. Stalin era il primato della ragion politica sulla legge, era la politica onnipotente, non il primato della legalità. Stalin era il rovesciamento della realtà: era la calunnia, non la verità. Ecco quel che terrà sempre la politica lontana dal cuore degli esseri pensanti: il suo bisogno di campare di menzogna e di ignoranza. Sono giustizialisti quelli che pazientemente educano alla legalità nelle scuole. Sono giacobini quelli che vorrebbero una politica onesta. Sono talebani quelli che chiedono giustizia nei processi. Sono stalinisti quelli che informano i cittadini.
Che senso di pena profondo viene a vedere la miseria degli argomenti. La Bindi poteva dirlo prima? Certo, e infatti lo aveva detto da molto tempo che avrebbe stilato quella lista a tutela degli elettori. Domanda: perché i partiti non ci hanno pensato loro a intervenire prima? Dice Saviano: ma così viene rilasciato un certificato di affidabilità per tutti gli altri. No, proprio no. La presidenza della Commissione antimafia prima delle elezioni non doveva esprimere giudizi, doveva solo ricordare una cosa: chi ha questioni penali in sospeso per reati di un qualche rilievo, specie se contro le istituzioni. Il minimo sindacale.
Com’è difficile difendere la moralità in questo paese. Perciò saluto con nostalgia Silvia Bonucci, una delle fondatrici del movimento dei girotondi nel 2002. Il solito guidatore irresponsabile l’ha uccisa, il solito sorpasso assassino. Che oggi sia San Ferdinando, o san Fernando o san Nando, mi importa relativamente. Ho fatto gli auguri a tutti i Nandi e le Nande che conosco. Ma ho qualcosa dentro. E vi dico che se domani dovessi andare a votare per delle liste bloccate, non so se ci andrei. Visto che però potete scegliere, andateci e scegliete. E se vi dicono, da bravi politici, che l’onestà non conta (perché “è un prerequisito, ci mancherebbe pure”), rispondete che la prima cosa che chiedete alla politica è proprio l’onestà. E che chi non la sa difendere non riformerà mai un beato fico. Augh!

 

Scrivi un commento (2 Commenti)

<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Pross. > Fine >>

Risultati 1 - 17 di 1686
Abbiamo 26 visitatori online
Collegati al blog
Username

Password

Ricordami
Hai perso la password?
 
Ultimo articolo
Quegli atleti speciali con l'Italia nel cuore. Come si schiaffeggia la 'ndrangheta
Il Fatto Quotidiano, 27.6.15

Una festa così non l’avevo vista mai. Le squadre se ne stavano tutte allineate in fila indiana davanti alle autorità per ritirare maglie e medaglie. Pimpanti e vocianti. Ad accoglierle, ben tre assessori della giunta Pisapia, più la presidentessa del consiglio di zona 9 e il presidente di MilanoSport. Un evento nell’evento, visto che i politici si muovono solo per le telecamere e qui di telecamere non ce n’era ombra, anzi, non si vedeva nemmeno un taccuino sgualcito.
A quale redazione sarebbe interessata d’altronde quella non-notizia? In testa a tutti, primo nella sua fila, spiccava un emulo di Walter Zenga, il mitico portierone dell’Inter e della nazionale. Stessa lunga frangia sugli occhi, stessa grinta sul mento, stessa maglia gialla. Decisamente più basso, però. E vedremo perché.
L’occasione era di festa non solo sportiva. Si riapriva finalmente la palestra del centro di via Iseo, periferia ovest di Milano, dato alle fiamme nell’ottobre di quattro anni fa, subito dopo che la giunta Pisapia ne aveva revocata la concessione a una società ritenuta in odore di clan. Un incendio devastante in pieno giorno, appiccato dolosamente in cinque punti diversi. Il primo assalto a un edificio pubblico nella storia cittadina. Ne era seguita una manifestazione di popolo. La nuova amministrazione si era fatta un punto d’onore di restituire al quartiere il grande centro polivalente. E di ripopolarlo di bambini e di giovani nonostante le casse vuote. Ecco la ragione della festa, che era dunque anche civica: ragazzi, si riapre. Tranne la piscina, tutto il resto era stato ricostruito.

Quanto agli atleti ben ordinati in fila nella tarda mattinata, anch’essi avevano qualcosa di speciale. Perché erano 160 disabili, sistemati sul campo di basket come a formare un popolo rettangolare e vivacissimo, incorniciato da studenti liceali, operatori del settore disabilità del Comune, gente delle associazioni. Un popolo infoltito dai molti assistenti sociali e volontari a cui affida le sue giornate e la sua voglia di normalità. La giornata (chiamata con gioco di parole “Sportabilità”) prevedeva per loro gare sportive in ogni disciplina. In mattinata nuoto (in una piscina vicina), calcio, basket. Poi nel pomeriggio quel popolo speciale si sarebbe cimentato nell’hockey in carrozzina, nel golf, nelle bocce e nell’atletica.
C’era nell’aria del giugno pulito dai temporali una gioia contagiosa. Come se tutta la Milano sportiva dei disabili si fosse riunita per ricacciare indietro, proprio lei con le sue fragilità, il potere della ‘ndrangheta che devasta e spadroneggia. Erano arrivati dai centri diurni del Comune: Pini, Negri, Ippodromo, Gonzaga, Statuto,  Treves, Faravelli, Noale, De Nicola, Narcisi, Barabino. E anche dai centri del privato sociale: Sorriso di Bruzzano, Don Calabria, Ferraris, Pieve Emanuele e Trezzano.
Sembra un elenco di nomi. Ma sono luoghi di speranza collettiva, che lo sport di squadra trasforma in miracolosa fonte di identità. Per questo scoppiava l’allegria dietro le maglie blu e rosse, verdi e bianche, o dietro la maglia gialla dell’emulo di Zenga. A ogni brevissimo discorso di assessore seguivano piccole ovazioni e battimani, e ogni battimano ne evocava un altro.

Ed era lì che si poteva cogliere un fatto suggestivo. Che come lo sport degli atleti “normali” modella i corpi e li rende praticamente tutti uguali, dettando l’andamento dei muscoli, le proporzioni, le armonie, così questi atleti presentavano invece all’apparenza un festival baluginante e lussureggiante di diversità. Di altezze e di larghezze, di asimmetrie e di posizioni o movimenti. Diversissimo nelle sue diversità fisiche quant’era compatto, spontaneamente uniforme nella sua allegria.
Bisognava vederlo quando nei minuti prima della premiazione Eleonora, la volontaria dell’assessorato ai servizi sociali, ha azionato l’inno nazionale. Allora sono stati presi tutti dalla frenesia, e hanno iniziato a guardarsi da squadra a squadra con eccitazione. Eccolo, finalmente, il momento che li avrebbe resi simili ai campioni dei mondiali e delle olimpiadi. Perciò si sono portati la mano destra al cuore, chi poteva, e hanno iniziato a cantare a squarciagola. Tutto l’inno, senza sbagliare una parola. Compreso il fatidico “stringiamci a coorte siamo pronti alla morte”. La posa che spesso suona ridicola negli esemplari del trombonismo politico, acquistava in loro un che di grande, un senso di vittoria indipendente dalla gara e dalla disciplina praticata. E perfino dalla consapevolezza che ciascuno di loro potesse avere del significato di quel lontano incendio e della riapertura della palestra. Perché davvero se bisognava inventare un modo per ristabilire con la nuova palestra i diritti di una città, non se ne poteva trovare uno più bello.


 
Sac Celine Balenciaga Sac Celine Sac Hermes Borse Borse Prada Borse Balenciaga Prada Borse Michael Kors Schweiz Hermes Taschen MCM Taschen Celine V?ska Gucci Schoenen